Epatocarcinoma e metastasi epatiche da carcinoma colo rettale

Epatocarcinoma e metastasi epatiche da carcinoma colo rettale

Epatocarcinoma e metastasi epatiche da carcinoma colo rettale

Sono gli argomenti trattati nel consueto convegno annuale organizzato da Humanitas Centro Catanese di Oncologia presso il Grand Hotel Baia Verde di Acicastello. Si stima che l’epatocarcinoma abbia un’incidenza intorno ai 5 casi su 100.000 persone nei paesi occidentali e 110 casi su 100.000 in alcuni paesi sudafricani, dove risulta il tumore più frequente in assoluto per la presenza di moltissimi soggetti contagiati dai virus dell’epatite B e C.

La coesistenza di un quadro di epatite virale, e spesso di cirrosi epatica, condiziona certamente l’approccio terapeutico spiega la Dott.ssa Salumeh Goudarzi, radiologo di Humanitas Centro Catanese di Oncologia. Da quando sono in vigore i protocolli di screening dei pazienti cirrotici a rischio per lo sviluppo di epatocarcinoma e dopo che i progressi della chirurgia resettiva, di trapianto e delle tecniche percutanee hanno consentito di ottenere soddisfacenti sopravvivenze a distanza – prosegue lo specialista – alle metodiche diagnostiche si richiede, non solo di identificare l’epatocarcinoma quanto più precocemente possibile, ma anche di fornire una stadiazione completa pre-trattamento. Tale scopo viene attualmente perseguito mediante l’impiego delle metodiche di imaging nella diagnosi che si svolge in differenti fasi: identificazione, caratterizzazione ed indicazione a terapie radicali o palliative. L’imaging – conclude – deve fornire elementi per collocare correttamente l’epatocarcinoma nell’ambito della stadiazione proposta dalle linee-guida EASL/AASLD, secondo cui a diversi stadi della malattia corrispondono differenti indicazioni al trattamento”.

Il secondo tema affrontato riguarda le metastasi epatiche da carcinoma del colon: poiché il fegato è la sede principale delle localizzazioni secondarie nel carcinoma del colon, i maggiori sforzi in termini di diagnosi e terapia sono indirizzati a consentire una chirurgia epatica radicale che, a sua volta, potrà offrire considerevoli margini di guarigione.

L’approccio multidisciplinare mira ad ottenere, nel maggior numero di pazienti, una resezione senza malattia residua, utilizzando un trattamento farmacologico di conversione anche nei casi non resecabili o borderline alla diagnosi. Nei pazienti non operabili radicalmente anche dopo terapia medica di conversione, i trattamenti locoregionali, quali termoablazioni o radioterapie stereotassiche, possono intervenire nel controllo della malattia.

Le terapie antiblastiche utilizzano farmaci biologici in associazione a convenzionali regimi chemioterapici, permettendo di consegnare al chirurgo pazienti inizialmente non operabili: “L’obiettivo principale – spiega il dott. Maurizio Chiarenza, oncologo di Humanitas Centro Catanese di Oncologia – è riuscire a colpire la neoplasia in modo sempre più specifico senza aumentare considerevolmente gli effetti collaterali legati ai trattamenti chemioterapici di base. Lo scopo fondamentale è, quindi, ottenere risposte sempre maggiori mantenendo una discreta qualità di vita dei pazienti”.

Il percorso più efficace è dato dall’integrazione tra il trattamento chemioterapico e i farmaci biologici: “In base ai risultati delle analisi biomolecolari – espone il dott. Chiarenza – si scelgono le migliori associazioni polifarmacologiche in grado di dare più vantaggi in termini di risposta e sopravvivenza, con un’incidenza sull’aumento della quota di operabilità dei pazienti metastatici”.

Anche la chirurgia conosce continui sviluppi ed è stato possibile apprezzare in diretta video con la sala operatoria di Humanitas alcune fasi di un intervento: “Oggi, sia per quanto riguarda le metastasi epatiche che l’epatocarcinoma – spiega il dott. Sebastiano Mongiovì, chirurgo oncologo di Humanitas Centro Catanese di Oncologia – é possibile intervenire chirurgicamente con resezioni sempre più limitate, mantenendo tutti i criteri resettivi necessari, così da poter rioperare in caso di ricaduta”.

La chirurgia cosiddetta “segmentaria” risulta, pertanto, di grande aiuto perché permette di risparmiare maggiori porzioni di organo: “Se le lesioni – continua il Dr. Mongiovì – riguardano solo alcuni segmenti, possiamo intervenire esclusivamente sulla parte interessata, escludendo così asportazioni maggiori che potrebbero avere effetti indesiderati sul paziente. La particolarità tecnica risiede nel clampaggio selettivo che permette di interrompere l’afflusso sanguigno limitatamente ai segmenti interessati dalla resezione, mentre il resto dell’organo rimane perfuso per tutta la durata dell’intervento e questo consente di migliorare i risultati post-operatori per la mancanza di perdite ematiche importanti e di insufficienze epato-cellulari”.

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