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XXV APRILE 2011. STANDO FERMI SUI VALORI

XXV APRILE  

Nel commemorare oggi il 25 aprile mi viene in mente il film del 1960, Tutti a casa. di, Luigi Comencini dove si narrano le vicende di un sottufficiale, interpretato da Alberto Sordi, ancora legato alla vecchia mentalità autoritaria e militaresca, il quale dopo l’8 settembre capisce il disfacimento e la caduta della Patria. Significativa la contrapposizione tra la lunga parte del film dedicata al tentativo di Sordi di tornare a casa, di uscire di scena, un ripiegamento nel privato inteso come preoccupa­zione di salvezza individuale, a pre­scindere da ogni responsabilità col­lettiva, e il finale in cui lo stesso pro­tagonista sceglie di partecipare al­l’insurrezione di Napoli, insegnan­do agli scugnizzi a usare la mitra­gliatrice.

Mi sembra che questo film ci spieghi bene i tre momenti che si sono vissuti in quei burrascosi anni. La vec­chia idea di nazione che muore; la fase della disgregazione e della ri­cerca di una salvezza personale, che pure vi fu e coinvolse moltissime per­sone, ed infine il riemergere delle spinte di solidarietà che hanno creato le premesse di u­na nuova identità nazionale. Natu­ralmente non è possibile distingue­re schematicamente i tre passaggi; sono fenomeni che si intrecciano, si accavallano, che hanno attraversato le esisten­ze di migliaia di persone. Ma la ri­cerca storiografica più attenta ed onesta degli ultimi anni ha cominciato a scavare in questa direzione. Che cosa è, quindi, l’”attendismo”? È sempre e solo indifferenza o c’è anche dell’altro? Bisogna, pertanto, rimettere in di­scussione la categoria dell’ “attendi­smo”, che è nata “da sinistra” ma è stata poi ampiamente utilizzata “da destra”. Penso che allo stesso modo dobbiamo superare il concetto  che la Resistenza sia sta­ta solo armata; finché si resta dentro l’equazione Resistenza-lotta armata il problema non ha soluzione e, paradossalmente, fornisce ulte­riori argomenti all’approccio revi­sionista. Invece, se concepiamo che ac­canto alla Resistenza armata ci fu una Re­sistenza civile e se siamo in grado di indagare sulle forme da essa assun­te, allora possiamo identificare la categoria nella quale collocare un fe­nomeno di amplissime dimensioni che, se non annulla del tutto, certa­mente ridimensiona drasticamente la “zona grigia” dell’”attendismo”. Questa Resistenza civile è stata fatta da persone che, senza imbracciare un fucile, hanno rifiutato, ad esempio, la chiamata alle armi e non hanno a­vallato la Repubblica di Salò. È com­posta da tutti quegli atti di solidarietà minuta, presente soprattutto nelle nostre campagne, nel mondo contadino.

 

Come è noto, l’esperienza della Resistenza inteso e co­me fenomeno armato appartiene esclusivamente al Nord d’Italia, per­ché solo lì ci sono stati due inverni di occupazione tedesca e le condizioni strutturali e militari affinché questo movimento potesse svilupparsi e consolidarsi. Esiste, dunque, un tes­suto di solidarietà nella nostra Patria che prescinde dalla scelta po­litica ma che rappresenta il presup­posto, la condizione per la nascita e la formazione di una nuova identità collettiva.  In questo modo si  è costi­tuito un circuito radicalmente al­ternativo alla precedente idea di na­zione. E questo è proprio il merito e l’orgoglio della nostra amata Patria. Questa azione di sensibilizzazione, portata avanti, da semplici cittadini e da intere famiglie, soprattutto nei paesi e nelle campa­gne, non è contro il fascismo o a fa­vore della Resistenza, ma si pone su un piano diverso, introducendo nel­la vita italiana quegli elementi di i­dentità alternativi all’ideologia fa­scista. Anche in questo modo, nel momento del crollo della vecchia i­deologia, nella cosiddetta “zona gri­gia” nasce, cresce e si sviluppa il pre­supposto di un’identità democratica. La democrazia non si fonda sui va­lori dell’odio verso il nemico, sui principi di un Paese armato che de­ve affermare la sua potenza nel mon­do; essa, al contrario, si basa sul sen­so della solidarietà fra gli uomini e sul riconoscimento del binomio di­ritti- doveri come costitutivo della cit­tadinanza democratica. Il problema, dunque, non è quello di sostituire alla Resistenza armata la Resistenza civile, come alcuni han­no cercato di fare, ma di ammettere la presenza, sullo stesso piano, di va­rie forme di Resistenza: la Resisten­za armata; quella degli ufficiali ita­liani,quasi 600 mila, che rifiutarono di ubbidire ai nazisti e furono de­portati in Germania nei campi di concentramento; ancora, più intimamente, per passaggi continui, la solidarietà spontanea popolare a­gli ebrei, agli sfollati e perfino l’azio­ne, a tutela della cittadinanza, delle autorità italiane che teoricamente e­rano legate ai tedeschi. L’insieme di questi elementi ha costituito una ri­serva morale radicalmente alterna­tiva all’ideologia fascista e ha per­messo al Paese di ricostruirsi su va­lori democratici. La stessa categoria di “zona grigia” viene così vanificata; il Paese non è grigio, è un Paese che vive e soffre mesi terribili pieni di fame, miseria e dolore, e che in questa prova rico­struisce un’identità democratica. Non è una cosa irrilevante che gli i­taliani abbiano concepito, a rischio della vita, un modo di stare insieme fondato sul valore della persona u­mana diverso da quello che la tenebrosa dittatura aveva proposto.

 

 I nostri padri si sono caricati la croce della guerra fratricida affinché noi potessimo essere liberi. Oggi il nostro impegno per la pace si fonda su una visione realista e non certo su modelli ideologici che tendono a disconoscere che l'uomo non è buono per natura. I limiti dell'umano ci sono presenti e sappiamo che la violenza alberga in ciascuno di noi e che, molte volte, esplode sul piano personale e collettivo. È partendo da questa considerazione che il nostro proporsi è quello di chi si sente sempre in cammino e impegnato a ricercare un progressivo avvicinarsi a forme e modi relazionali non violenti. È questa missione che, ogni giorno, siamo chiamati a rinnovare dentro di noi, facendoci assumere posizioni scomode e non sempre scontate, questo lo dobbiamo per tutte le persone che sono cadute in quei anni. Grazie allora, a tutte quelle persone, soprattutto sconosciute, che con il loro sacrificio ci permettono di vivere con dignità e in libertà.

Un sentito grazie anche ai militari che sono caduti in questi anni nelle missioni di pace e anche a tutti i civili italiani che prestano la loro opera nelle zone martoriate del pianeta, pagando a volte il prezzo della loro vita, per la loro solidarietà. Grazie perché questo Vostro sacrificio ci rammenta che i caduti che commemoriamo oggi non sono morti invano ma ci hanno trasmesso la tenace pianta della democrazia.

W  L’Italia ed evviva la Libertà!

 

Fonte:    Giorgio Cortese

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