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MOLTO DIFFICILE DA DIRE... di Ettore Sottsass

MOLTO DIFFICILE DA DIRE

MOLTO DIFFICILE DA DIRE

Ettore Sottsass

Adelphi Edizioni

A cura di Valerio Consonni

Sono nato nel 1917, classe 1917, classe di ferro -dicevano- e il ferro, per come me ricordo io, è il simbolo della forza dei poveri, per esempio di quei montanari come mio nonno…” così inizia il volume di Sottsass, celebre designer, architetto e scrittore. Erano tutti giovani architetti italiani, ma nel secondo dopoguerra, complice lo scherzo o una scarsa dimestichezza con la geografia, li chiamavano ‘gli svizzeri’. Quanto alle loro teorie, erano solo delle ‘svizzerate’, cioè delle fumisterie nordiche, velleitarie e pericolosamente moderne. Il biasimo colpiva in particolare la funzione che ‘gli svizzeri’ attribuivano al design. Da una parte, infatti, c'erano gli americani, che ragionavano così: visto che la gente deve comprare prodotti, “bisogna fare qualcosa perché ci prenda gusto a comprarli, come la gente per esempio prova gusto a toccare il sedere alle ragazze e le ragazze a farsi toccare il sedere”. Dall'altra parte c'era Ettore Sottsass (1917-2007), come a dire una delle matite più celebri nella storia del disegno industriale. ‘Molto difficile da dire’ rappresenta un inizio di esplorazione -artistica e non- di quegli anni ’40-’50. Per raccontare il mondo di Ettore Sottsass, a volte basterebbero i titoli che sceglieva per i suoi testi. Dai primi anni ’60 Sottsass comincia a pensare, e a scrivere, come il grande architetto e designer che sta diventando, sui suoi amori, canonici e no, dal Bauhaus al Teatro Nō, sul suo mestiere, sul mondo irrequieto in cui si trova a esercitarlo. Ma intanto viaggia (in Grecia, in India, in Egitto), progetta, sperimenta, fotografa, ogni volta muovendosi come fosse la prima, in una direzione irresistibilmente eccentrica. Per entrare nella sua poetica, in realtà si tratta di una filosofia culturale, basta sfogliare la raccolta di saggi, riflessioni e pagine autobiografiche di questo libro: ad esempio il gioco di sentirsi stranieri in patria, quando Sottsass si dà dell'africano perché una volta sceso dal Kilimangiaro passa per Milano e si stupisce delle stranezze degli “indigeni”. In realtà vuole denunciare la barbarie del razionalismo occidentale e la riduzione dell'uomo a macchina. Bellissimo il saggio dedicato al design, dove Sottsass come esempio ci racconta che esso nacque quando gli uomini, nel sublimare l’uccisione degli animali, hanno preso dentro nel rito anche la freccia: “...a questo punto comincia il design, che a quei tempi significava incidere sulle frecce segni magici o simboli e così via; o anche dare una forma speciale alle frecce”. Detto in altri termini è che il design non riguarda l’esistenza o meno degli strumenti in quanto tali, ma la possibilità di esistenza di questi strumenti con una certa atmosfera culturale o psichica o “a carattere magico, o razionale, o mezzo e mezzo, o tutto quello che c’è nella storia”. E che dire “delle ceramiche delle tenebre!”. Di più non vi racconto perché si tratta un grande libro! Mi darete ragione…

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