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TORINO. PABLO BRONSTEIN: CAROUSEL a cura di Catherine Wood | 3 maggio - 9 giugno 2019

PABLO BRONSTEIN - CAROUSEL - TORINO - VENEZIA 2019

PABLO BRONSTEIN: CAROUSEL

a cura di Catherine Wood

TORINO

3 maggio - 9 giugno 2019

 OPENING

venerdì 3 maggio 2019 dalle 18.00 alle 20.00

Binario 1 

OGR - Officine Grandi Riparazioni

Corso Castelfidardo 22, Torino

 

VENEZIA
7 maggio - 24 novembre 2019

In occasione della 58. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia 

8 - 12 maggio dalle 11.00 alle 19.00

Sala della Musica del Complesso dell’Ospedaletto 

Barbaria delle Tole, 6691, Venezia

Le OGR – Officine Grandi Riparazioni di Torino presentano Carousel, mostra personale dell’artista anglo-argentino Pablo Bronstein, curata da Catherine Wood, Senior Curator, International Art (Performance) presso la Tate Modern di Londra.

La mostra ha una doppia natura e una duplice ambientazione: sede principale del progetto saranno gli spazi delle ex Officine torinesi, dove prenderà forma un nuovo capitolo dell’indagine sul rapporto tra corpi in movimento e spazi architettonici, tra performance e dinamiche di fruizione dello spazio. La mostra avrà quindi una sua ideale prosecuzione negli ambienti barocchi della Sala della Musica del Complesso dell’Ospedaletto di Venezia, che diventerà l’avamposto in laguna delle OGR in occasione della 58. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia.

Carousel a Torino

dal 7 maggio al 9 giugno 2019

Nato a Buenos Aires nel 1977 e cresciuto a Londra, Bronstein coltiva da sempre un vivo interesse per la storia dell’architettura, che ha declinato attraverso diversi medium: la sua opera spazia così dal disegno alla coreografia, dal video alla performance. Concepita appositamente per il Binario 1 delle OGR, la mostra fa coesistere tutti questi elementi, assemblati ad arte per creare un dialogo inedito con la struttura delle ex Officine di corso Castelfidardo a Torino.

Punto di partenza di Carousel è il funzionamento dello zootropio, un dispositivo ottico inventato da William George Horner nel 1834, il cui nome deriva dall’unione delle parole zoe, che significa “vita”, e tropos, letteralmente "girare", ovvero “ruota della vita”. Lo zootropio è composto da una serie di immagini riprodotte su una striscia di carta posta all'interno di un cilindro che quando messo in moto le fa animare in un’illusione retinica di un movimento che si ripete in loop, proprio come quello di una giostra (in inglese, carousel). Questo espediente viene utilizzato da Bronstein come metafora per descrivere la relazione tra lo spazio fisico – che sia quello dell'architettura oppure quello dei corpi – e il narcisismo endemico del mondo post-iPhone, come una sorta di preambolo della società del selfie.

Piuttosto che puntare il dito sulla comune esasperazione verso le seduzioni e le illusioni del digitale, Bronstein preferisce costruire una narrazione basata su modelli anacronistici e low-fi, ispirandosi al mondo delle fiabe vittoriane.

Nasce così la storia della Strega Grigia, una figura enigmatica e imperscrutabile che rappresenta la personificazione della lastra metallica che si nasconde dietro il vetro di ogni specchio. Invisibile allo sguardo per la sua proprietà riflettente, si rivela però come sottile strato materico soltanto nel momento in cui il vetro viene tagliato in sezione. Una sorta di creatura che tutto vede ma che rimane elusiva e invisibile.

Anche alle OGR la Strega Grigia si mostra solo occasionalmente: si cela all’interno di una torre di sorveglianza, una struttura ibrida – che ricorda uno zootropio ma anche un tempietto rinascimentale – foderata di pannelli specchianti e posta alla fine di un dedalo che si protende nello spazio del Binario 1 per 50 metri di lunghezza.

Il visitatore, costretto ad un percorso obbligato, entra così in un labirinto e, prima di raggiungere la torretta, incontra una serie di scene in cui ballerini professionisti, seguendo una coreografia ideata dello stesso Bronstein in collaborazione con la coreografa Rosalie Wahlfrid, illustrano l’evoluzione della danza a partire da un’analisi degli spazi scenici e del rapporto con lo spettatore: dai balli partecipativi tribali ai rituali di corte, dal folk fino al balletto classico, il tutto in una progressione che rende le coreografie via via sempre più sofisticate.

Queste configurazioni performative, con l’intromissione di alcuni schermi digitali che rimandano in loop fugaci apparizioni della Strega Grigia, portano in scena le dinamiche e le fascinazioni del voyerismo, del guardare e dell'essere guardato, attraverso una ripetizione seriale di movimenti spezzati che ricordano da vicino il linguaggio post-digitale delle GIF (una sorta di versione tecnologicamente avanzata delle sequenze di movimenti dello zootropio) e allo stesso tempo i tic sintomatici della bassa soglia di attenzione caratteristica dell'era contemporanea.

TURIN

May 3 – June 9, 2019

OPENING
Friday, May 3, 2019 from 6 PM to 8 PM

Binario 1 

OGR - Officine Grandi Riparazioni

Corso Castelfidardo 22, Turin

OGR - Officine Grandi Riparazioni of Turin presents Carousel, a solo exhibition of the Anglo-Argentine artist Pablo Bronstein, curated by Catherine Wood, Senior Curator, International Art (Performance) at the Tate Modern in London.

Carousel - a site-specific project commissioned by OGR for the spaces of the former Turin’s train factory - represents a new chapter in the institution’s investigation on and around the relationship between bodies in motion and architectural spaces, between performance and the dynamics of the use of space. The exhibition continues in the baroque Music Room of the Ospedaletto Complex in Venice, which will become OGR’s outpost during the 58th International Art Exhibition of the Venice Biennale.

Carousel in Turin

From May 3 to June 9, 2019


Pablo Bronstein’s Carousel, takes the historic form of the zootrope – whose optical illusion creates rudimentary moving images– as a low-fi metaphor for the circus of mirrors and screens that makes for our contemporary interrelations.  In this new commission, and performance installation, Bronstein considers the structures of physical reality – city planning and architecture, the theatre, and the human body – through the lens of the extreme close-up, self-regard - or narcissism - endemic to our post-iPhone universe. The installation takes the form of a provisionally built, plywood maze that indicates a sequence of architectural spaces. These low-rise demarcations of built form allude, in turn, to an open, public piazza, a 17th century court, an early proscenium theatre, an opera house, and a circus arena, within with sits the folly-cum-zootrope, at its centre. 

Rather than critiquing the hyper-exaggerated reality of this 21st century Society of the Spectacle, Bronstein builds on the fertile foundations of its delusions and seductions. Through this installation, video and performance, he conjures – instead - a world of malevolent fairy-tale power and aesthetic possibility

Taking a new quasi-narrative direction, Bronstein imagines the Grey Witch: an enigmatic, neutral figure personifying the silver material behind a mirror’s glass that is invisible to us precisely because of its reflective properties, and is only ever revealed as a thin layer when the mirror is cut through, in cross-section. All-seeing, this figure remains, for us – however – mostly elusive and un-seeable, aside from her occasional, eruptive flash of presence via video screens. 

Mirrored panels line Bronstein’s central folly: a projection machine-cum-surveillance tower that is positioned at the far end of the gallery space. Its inhabitant, the Grey Witch, is an uncanny figure between life and death, whose presence is only occasionally glimpsed within the real-time experience of the installation.  The placement of a number of digital screens intrudes into and regulates Bronstein’s uniquely designed maze: a flimsily constructed sequence of implied performance ‘scenes’ and audience positions in which a number of dancers, choreographed by Bronstein, in collaboration with the choreographer Rosalie Wahlfrid, enact looped iterations of folk and courtly ritual for visitors. These choreographies appear as exercises in the seduction and attractions of watching and being watched. The artist’s theatre-maze takes us, as visitors, on ajourney from participatory dances to formal balletic spectacle and beyond, but via truncated gif-style repeats of movement that resemble the avatars who manifest symptomatic tics of an enthralled, networked contemporary attention span in which social reality and virtual landscape are fluidly entangled. 

Building up on earlier works such as the hallucinatory, revolving mirrored chamber of Constantinople Kaleidoscope (Tate Live, 2012), or the queering of public space in Plaza Minuet (ICA London,  2006), the relationship between historical architecture, mirrors, digital screens and dancers in Bronstein’s looped and repeated live installation summons a fictional territory that initiates trans-historical flow, opens up wormholes and leaps of imagination, and speaks to questions about how to inventively inhabit the constrictions of the space, time and image of the present. Bronstein’s Carousel propels his viewers into a ceaseless cycle of moving, and looking, and being looked at, all the while underwritten by the static threat of the Grey Witch’s unmoving, and all-seeing eye. Channeling Jack Smith, John Waters, and Peter Greenaway, Bronstein’s take on the audience’s pedestrian path through a reflexive potted history is extra-ordinary: every angle, pose, glance might constitute a selfie. 

 

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