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Cover - marzo 2014

 

 

SONO SOLO TRE PAROLE…

Nel nostro viver quotidiano, sembrano ormai sparite tre parole brevi ma di grande significato: “grazie”, “scusa”, “permesso”.

Tra genitori e figli, o tra marito e moglie, scarseggia nelle nostre case la parola "grazie". E non si tratta del “grazie” che ci si aspetta per un regalo o per una concessione straordinaria, ma per le piccole cose di ogni giorno: “grazie per avermi aiutato a fare i compiti” “grazie perché sei uscito presto dal lavoro per venirmi a prendere in palestra” “grazie per aver preparato uno dei miei piatti preferiti”.

Forse la più in disuso è “permesso”, nel senso di “posso fare questo?” o “mi scusate?”. Quale figlio lo dice più, alzandosi da tavola? Quale marito, quando fa lo zapping o cambia programma TV col telecomando?

E poi c’è “scusa”. È vero, i nostri adolescenti lo ripetono di continuo, “scusa-scusa-scusa”, di fronte a un ritardo o a un rimprovero, salvo poi comportarsi esattamente come prima. “Scusa” (insieme a “permesso” e “grazie”) vuol dire qualcos’altro. Vuol dire che in casa ci si rispetta, si ha considerazione l’uno dell’altro, si dà valore ai gesti e al tempo donatici, si tiene conto dei pensieri e i sentimenti di chi ci sta accanto, non si dà nulla per scontato.

Usciamo dall’ambito familiare. In ufficio, per esempio, si lavorerebbe meglio se ognuno vedesse nel collega non un ostacolo da abbattere, ma una persona a cui chiedere “permesso”. Non un subalterno da mettere sotto pressione, ma un collaboratore a cui rivolgere un “grazie”. Non un vicino di scrivania da sommergere di maldicenze, ma un compagno di strada cui domandare “scusa”. Dietro a tre semplici parole c’è un modo di stare insieme agli altri. Non una forma, ma una sostanza. Non “solo” buona educazione, ma rispetto, affetto, riconoscenza, consapevolezza che si sta percorrendo un cammino impervio, la vita, ma insieme su un sentiero condiviso. A casa, al lavoro, a scuola, al supermercato, al bar, per la strada... ricordiamocene. Sono “solo” tre parole.

Carlo Kauffmann

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