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LA CINA SEMPRE PIÙ VICINA

cina  in italiaIndustrie, aziende commerciali, grandi alberghi e una miriade di bar. La Cina è sempre più tra noi. Secondo uno studio di Baker&McKenzie elaborato da Il Sole 24 Ore, nel 2015 i discendenti del Celeste Impero hanno investito in cinque Paesi europei - Italia, Francia, Regno Unito, Olanda, Germania - 18,5 miliardi di dollari. E quest’anno sono previsti in tutta Europa investimenti per circa 50 miliardi di dollari.
Spiccano due dati. L’Italia ha surclassato gli altri Paesi diventando, con 7,8 miliardi, la principale destinazione (Francia 3,6 mld, Regno Unito 3,3 mld, Olanda 2,5 mld, Germania 1,3 mld); posizionandosi al secondo posto per incremento rispetto al 2014 (più 119%), preceduta solo dalla Francia (più160%) , mentre l’Olanda si è limitata a un più 9% e in consistente calo sono Regno Unito (meno 35%) e Germania  (meno 21%). Il secondo dato è che gli investimenti di Pechino in Europa hanno sorpassato nettamente quelli in Nord America.

Gli investimenti in entrambi i continenti sono stati destinati all’immobiliare per 6,41 mld, preceduti soltanto dall’automotive con 7,78 mld. Seguono infrastrutture e trasporti (2,82 mld) e macchinari industriali (1,59 mld).
A questa ridda di cifre va aggiunta quella che riguarda il settore alberghiero, che, da solo, ha attirato quasi 6 miliardi. Ciò induce a una considerazione, più volte espressa: l’importanza crescente da un punto di vista economico della “industria invisibile”, il turismo.
Nel 2015 i viaggiatori per diletto sono stati, nel mondo, un miliardo e 145 milioni; e più di 100 milioni erano cinesi. La spesa globale del turismo è stata di oltre 7.000 miliardi di dollari, il 9,8% del Pil mondiale. E i cinesi sono quelli che hanno speso di più.
L’Italia, pur essendo uno dei Paesi più ambiti al mondo per trascorrervi le vacanze, continua a perdere posizioni nella classifica mondiale: cause, la carenza di una politica turistica organica scaturita da una governance debole e frammentata, la marginalizzazione dell’ENIT a favore degli enti turistici regionali che si fanno concorrenza tra loro; il nanismo delle imprese italiane e l'inesistenza di tours operators in grado di conquistare i mercati stranieri; i limiti nella capacità di costruire prodotti turistici competitivi, le infrastrutture inadeguate o non omogenee su tutto il territorio nazionale. 

QN, Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione - 30 aprile 2016 

Achille Colombo Clerici

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