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I giovani Il passato Il futuro

giovani e futuro

Se andiamo a ritroso nel passato, o se ci avventuriamo nel futuro, sull’onda delle simulazioni proposte dagli scrittori fantascientifici o anche e solo dagli esperti analisti che partono da eventi presenti e vi costruiscono possibili scenari tra dieci ed anche 20-30 anni a venire, ci accorgiamo che non sempre esiste una novità, tanto sconvolgente, da farci cambiare totalmente le attuali abitudini di vita e di relazione tra popoli ed etnie. Il tema ricorrente sembra essere quello della mancata valutazione dei problemi dello sviluppo delle aree deboli ed in ritardo e che hanno provocato e continuano a provocare oggi, come continueranno a farlo in futuro, enormi squilibri di crescita che attraversano le economie e le realtà nazionali e continentali. Questo perché le logiche che dominano le politiche economiche secondo la dottrina capitalistica, che va per la maggiore, non sembrano voler cedere il passo a quelle più attente a combattere i divari, che, una volta storicamente determinatisi, sono difficili da contrastare e ridurre, se non con impegni assai cospicui e duraturi di risorse investibili. Questo volersi dare carico di una redistribuzione delle opportunità terrestri secondo criteri di equanimità e di giustizia a prescindere dai profitti che verrebbero a mancare, non sembra una scelta percorribile né oggi né domani come non lo è stato in passato. In questa misura si rende impraticabile ora, e sempre, un pareggiamento tendenziale delle convenienze poiché non è possibile individuarla tra chi produce beni e da essi vuol trarne, vendendoli a terzi, il massimo profitto. E può ottenerlo solo da chi ha un reddito adeguato per acquistare tali prodotti. Così si lasciano morire milioni di malati di aids del terzo mondo perché non hanno i soldi per procurarsi le medicine, così si lasciano morire di sete e di fame quelle popolazioni che non hanno i mezzi per sviluppare una produzione agricola adeguata, e via di questo passo. Non solo. Nelle aree del cosiddetto “benessere” restano delle sacche di povertà e di emarginazione dove le risorse destinate al riequilibrio restano modeste e finiscono con il vanificare di fatto ogni spinta verso la crescita o, per lo meno, la riduzione del divario tra le regioni più ricche e quelle meno dotate. Mancano la buona volontà, il coraggio politico ed il senso di responsabilità di quanti dovrebbero sentirsi in prima fila a sostenere una visione del mondo fondata sulla pace e sull’unificazione dei rispettivi destini.

Riccardo Alfonso

Direttore centro studi politici e sociali - Fidest

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