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“Andà a fass benedì dal pret de Ratanà”

pret de ratanà - don gervasiniDifficile immaginare una storia di culto e devozione, di miracoli e guarigioni, di taumaturgia e di santità terrena ambientata a Milano, capitale del raziocinio, della scienza e della tecnica. Eppure Milano ha avuto il suo Padre Pio, il suo guaritore misterioso: Don Giuseppe Gervasini, il ‘Pret de Ratanà’ (il Prete di Retenate). Nato il 1° marzo 1867 a Sant’Ambrogio Olona, nel varesotto, crebbe nel quartiere Isola, oggi cuore pulsante del capoluogo meneghino, ai suoi tempi malfamato. Fu forse per tenerlo lontano da cattive compagnie che la sua famiglia decise di mandarlo in seminario. Tra Don Giuseppe e i voti sacerdotali la distanza era abissale: non parlava che in dialetto, aveva modi spicci e spesso offensivi. Leggeva senza sosta i testi sacri e anche quei libri da cui, secondo il codice di diritto canonico, un prete dovrebbe stare alla larga: i testi di medicina. In particolare quelli della Scuola Salernitana, da cui apprese le tecniche che poi applicava alle guarigioni che facevano gridare il popolo al miracolo. Ordinato nel Duomo nel 1892, portò il suo officio per parrocchie e cappelle minori in tutta la Lombardia. Fu anzitutto un uomo del popolo (in questo più don Camillo che padre Pio): conosceva l’efficacia delle erbe, aveva un occhio clinico e sapeva fare la diagnosi infallibile di ogni male, dava la cura e non sbagliava un colpo. Uomo di stazza, dal carattere burbero, scontroso, lunatico, a volte lanciava insulti con parolacce e persino sonori schiaffoni, seguiti però da un cenno di benedizione. Anche a causa di queste sue intemperanze, oltre che delle molte maldicenze e lamentele, fu sospeso dalle funzioni sacerdotali e confinato a Retenate, piccolo centro della bassa milanese (fraz. di Vignate) ove il prelato officiò dal 1897 al 1901. Solo 4 anni, ma sufficienti a spargere intorno alla sua figura un’aura in cui religione, esoterismo e leggenda si fondono in un corpo unico. Reintegrato, ritornò a Milano nel 1901 passando di continuo da un incarico all’altro finché nel 1926 un ricco signore, in riconoscenza di una guarigione, gli lasciò in dono una villetta in Via Fratelli Zoia 182, in zona Baggio, dove visse praticando la sua arte divina fino alla sua morte (il 22 novembre 1941) all’età di 74 anni. Quella casa, per tanti anni, divenne meta di un incessante pellegrinaggio di sofferenti, poveri e ricchi, che davanti a quello scorbutico pretone trovavano conforto alle loro pene: diventò per tutti la  “Ca’ di Miracol”. Il popolo che curò e guarì volle che fosse sepolto al Monumentale: la tomba che gli fu concessa era in uno spazio troppo angusto per contenere la folla di persone che ogni giorno, ancora, venerano la sua memoria.  Così, 14 anni dopo la sua sepoltura, le autorità del cimitero lo spostarono in un’area più accessibile ai tanti miracolati del Pret di Ratanà. 

Paolo Minotti

Tratto da Milano 24orenews marzo 2017

Cover - MI24 - marzo 2017

 

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