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Medici italiani in Germania

Medici italiani in Germania

Medici italiani in Germania

di Mauro Miserendino

Scandinavia, Francia e soprattutto Germania. Sono le nuove mete dei medici italiani dopo che la Svizzera è “full” e l’Inghilterra vive tempi di “Brexit”. È alta la richiesta di strutture estere verso nostri medici, e sale la tendenza di questi ultimi ad emigrare. Con il Decreto Calabria, l’Italia ha varato norme per assumere nel Ssn specializzandi all’ultimo e penultimo anno. Ma chi espatria cerca un “posto” o magari una diversa carriera? Il 50% delle strutture tedesche ad esempio, come dichiarato da un medico “emigrato” intervistato da Adnkronos, di fronte a un CV adeguato offre un colloquio e se va bene un contratto in prova. E se tutto fila liscio è possibile che dopo 1-2 anni il medico assunto -con una conoscenza della lingua tedesca migliorata – sia ricercato da un ospedale più importante per uno stipendio più alto. «Credo che la fuga dei medici italiani sia più un problema di stimoli professionali che di lavoro che non si trova o di contratti poco appetibili.

Specularmente, il “quid” in più della Germania per un medico italiano non è tanto la disponibilità finanziaria delle strutture quanto il meccanismo di selezione che appare, e spesso si rivela, più meritocratico», dice Guido Broich, medico italo-tedesco, manager in Sanità già ai vertici della Sanità Pubblica e Privata ed ex direttore sanitario delle Aziende di Pavia e di Alta Valtellina, attento ai temi della formazione e alle due sanità. Che premette: «In Germania il sistema è per ampia parte privatistico, il medico firma un contratto con l’ospedale o con la catena privata che lo possiede, ci sono 3-4 grandi catene da un centinaio di ospedali cadauna; le strutture individuano tariffe negoziate da Land a Land con le mutue, le Krankenkassen. Lo Stato si limita a sorvegliare l’equità del sistema, affinché sulle coperture assicurative non vi siano discriminazioni a seconda delle condizioni e dell’età del paziente. In Italia il sistema è pubblicistico, i fondi per la sanità sono gestiti dallo Stato e non sono tratti dai premi pagati dai cittadini ma dalla fiscalità. A fine anni Ottanta quando gli esborsi crescevano, la tassa sulla salute che finanziava il Ssn anche più dei suoi bisogni fu sostituita da una meno “impopolare” (ma anche meno trasparente) quota dell’Irpef, e partì un percorso di razionalizzazione che non è ancora finito: tra il 2000 e il 2016 il gap dell’Italia sul finanziamento pubblico rispetto alla media Ue è raddoppiato, 20 anni fa era al 17%, nel 2016 la differenza in meno era del 31%». Un trend dove a preoccupare «non è ormai più tanto lo spreco quanto la mancata spesa». E che va di pari passo con commissariamenti regionali, blocchi del turnover e dei contratti, il boom del controllo dei conti e una esplosione dei costi della burocrazia. «In pratica perdiamo risorse, pure nel privato convenzionato, le cui entrate dipendono dal Ssn. Il giovane medico italiano si vede invecchiare in un sistema avaro di stimoli e perde ulteriormente fiducia nel sistema di selezione e formazione».

L’appeal del meccanismo di selezione in Germania sta in una definizione: competizione selettiva. «Il sistema tedesco mette alla prova (quasi) tutti; ponendo al 20% una quota fisiologica di curricula scartati perché fuori centro, in una selezione -mettiamo- uno su cento tutti gli altri 80 candidati vengono esaminati, una parte è messa alla prova con una selezione in profondità alla fine della quale chi sceglie non si sente in debito morale nel comunicare a 79 candidati che sono stati scartati. In Italia, paese meno “darwinista” e più cattolico, una selezione di questo tipo si presterebbe a mille ricorsi, ci si aspetta un comportamento più “inclusivo” e per chi opera la scelta sono guai. Ecco che la gran parte dei curricula viene “difensivamente” scartata in partenza (cosa che in Germania sarebbe vista come un errore!), e considerata semmai quando non ci sono candidati per un posto, il che da qualche tempo per i medici avviene più spesso. Per contro, perché si alzi l’attenzione del selettore, in Italia è più massiccio il peso del rapporto personale, il “suggerimento” dall’esterno. Chi non ci sta, chi chiede di essere messo alla prova, vede nel sistema tedesco, oggi antitetico al nostro, delle chance in più».

In Germania c’è una gerarchia -assistente > aiuto > primario -che noi abbiamo abolito istituendo il ruolo unico 25 anni fa – e si parte da assistenti. «In tutto il mondo resiste questa tripartizione», sottolinea Broich. «Da noi l’assistente era il “non specialista”, primo gradino, poi c’era l’aiuto che si era specializzato e il primario pescato tra gli aiuti con 5 anni di esperienza. In un primo tempo la legge varò due livelli dirigenziali, unificando assistenti ed aiuti; in un secondo momento fu abolito il secondo livello e sostituito da cariche passeggere come le direzioni di struttura complessa, mentre per gratificare gli ex aiuti proliferarono le direzioni di strutture semplici. All’epoca la novità fu accolta positivamente, smarcava l’ospedale da una selezione che arrivava anche da un’università “autoreferenziale”, ma alla fine ha riconsegnato l’apicale ospedaliero, medico di “prima linea”, a un meccanismo di selezione politico, anzi partitico: il responsabile di struttura complessa è pescato dal Direttore Generale, che è di nomina regionale, in una terna di suoi colleghi in genere “figlia” di nomine di DG precedenti. Un giovane dirigente, pagato anche bene -2500 euro netti al mese – si accorge subito che in Italia le sue chance di “cambiare il mondo” sono limitate, meno ancora di quelle di un medico di 30 anni fa che entrava con stipendio da caposala o inferiore. Tra l’altro anche dal punto di vista economico, veder firmare dopo dieci anni un aumento pari a 20 euro lordi per anno di vacanza contrattuale, non lo aiuta ad immaginare prospettive rosee. In ogni caso, il nostro medico emigra, ritengo, non tanto per guadagnare di più quanto perché, a pari sicurezza economica, sarà misurato per ciò che vale, non per sue”conoscenze”».

Broich aggiunge un ulteriore fattore: «All’estero si cercano medici italiani da specializzare più che specialisti. Tanto bene è considerata la laurea italiana quanto meno adeguato è reputato un post-laurea che, gestito dal Ministero dell’Istruzione, contiene poca pratica rispetto ai canoni esteri. Il MiUr oggi chiede al neo-specialista un tot di interventi fatti, ma la richiesta si scontra con norme per l’accreditamento del SSN obsolete secondo cui un non specialista non può avere un ruolo attivo in sala operatoria e in altri contesti dell’ospedale. In un intervento complesso in cui è prevista la presenza di secondo operatore, un “tandem” chirurgo-specializzando ci sta; ma in uno di endoscopia dov’è previsto un solo operatore, se lo specializzando opera da solo si presentano i problemi citati, non superabili solo con protocolli e circolari privi di forza di legge. All’estero “ci guardano” e queste cose le sanno; e d’altronde i giovani medici italiani rivendicano le competenze dei colleghi stranieri. Il Decreto Calabria, ammettendo lo specializzando ai concorsi, pare affrontare in parte il problema, ma nella sostanza resta una toppa con effetti pratici dubbi su un sistema bisognoso di riforma organica che ripristini l’ex primo gradino di assistente ospedaliero. E, con esso, un minimo di meritocrazia reale». 

fonte Doctor33

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