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Posteitaliane emette 3 francobolli dedicati a Lucio Dalla, Pino Daniele e Giorgio Gaber

Francobolli Lucio Dalla - Pino Daniele - Giorgio Gaber

Poste Italiane comunica che oggi 2 ottobre 2019 vengono emessi dal Ministero dello Sviluppo Economico tre francobolli ordinari appartenenti alla serie tematica “LE ECCELLENZE ITALIANE DELLO SPETTACOLO” dedicati a Lucio Dalla, Pino Daniele e Giorgio Gaber, relativi al valore della tariffa B pari a 1,10€ per ciascun francobollo.

Tiratura ottocentomila esemplari per ciascun francobollo

Fogli da quarantacinque esemplari

I francobolli sono stampati dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato S.p.A., in rotocalcografia, su carta bianca, patinata neutra, autoadesiva, non fluorescente.

Bozzettisti: Tiziana Trinca per il francobollo dedicato a Lucio Dalla, Gaetano Ieluzzo per il francobollo dedicato a Pino Daniele e a cura del Centro Filatelico della Direzione Officina Carte Valori e Produzioni Tradizionali dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato S.p.A. per il francobollo dedicato a Giorgio Gaber.

Vignette: delimitati dal particolare di un disco in vinile, che contraddistingue i francobolli dedicati alla serie tematica “le Eccellenze italiane dello spettacolo”, raffigurano rispettivamente i ritratti di Lucio Dalla, Pino Daniele e Giorgio Gaber.

Completano i francobolli le leggende “LUCIO DALLA”, “PINO DANIELE” e ”GIORGIO GABER”, la scritta “ITALIA” e l’indicazione tariffaria “B”.

Per il francobollo dedicato a Lucio Dalla l’annullo primo giorno di emissione è disponibile presso l’ufficio postale di Bologna Centro, per il francobollo dedicato a Pino Daniele presso lo spazio Filatelia Napoli e per il francobollo dedicato a Giorgio Gaber presso lo Spazio Filatelia Milano.

I francobolli ed i prodotti filatelici correlati, cartoline, tessere e bollettini illustrativi, possono essere acquistati presso gli Uffici Postali con sportello filatelico, gli “Spazio Filatelia” di Firenze, Genova, Milano, Napoli, Roma, Roma 1, Torino, Trieste, Venezia, Verona e sul sito poste.it.

Per l’occasione sono stati realizzati tre folder distinti in formato A4 a due ante contenenti il francobollo, una cartolina annullata ed affrancata,una busta primo giorno di emissione, al costo di 12€ ciascuno.

Lucio Dalla è nato a Bologna il 4/3/43, data che è entrata nella storia della musica italiana come titolo di una delle sue più famose, ironiche e commoventi canzoni. Cantautore, compositore e musicista, ha arricchito il mondo con le melodie e la poetica delle sue storie. Ma Lucio Dalla è stato anche attore e regista, appassionato ed esperto d’arte, innamorato del cinema e della fotografia e affascinato dalla poesia. Al centro della sua vita c’è stata sempre l’arte, di cui si è nutrito, che lo ha ispirato e che egli stesso ha alimentato con una produzione artistica acclamata a livello mondiale, eterogenea e ricchissima. Era un ragazzino e già suonava il clarinetto da “grande”. La descrizione perfetta del suo talento è nella leggenda della confessione di Pupi Avati che, quando sulla scena di una Bologna capitale del jazz europeo arrivò Dalla, prima pensò di ucciderlo per l’invidia poi, più saggiamente, lasciò il clarinetto per dedicarsi al cinema. Nel frattempo Lucio era nei cartelloni dei festival internazionali e a 15-16 anni già suonava in jam session con Chet Baker. Questo debutto folgorante è l’incipit di un amore lungo una vita. Senza il jazz, e il soul e il rhythm and blues, è impossibile capire Lucio Dalla (ammesso che sia veramente possibile). Come Jack Kerouac e Julio Cortazar, che cercavano il punto di incontro tra la parola scritta e il ritmo del jazz e la sua universalità, Lucio Dalla ha portato nella canzone un modo diverso di pensare e di cantare, di concepire la parola anche per il suo suono e il valore ritmico, una libertà dagli schemi e un bagaglio di intuizioni e soluzioni armoniche e melodiche che sono l’essenza del jazz. Una musica, il jazz, fondata sull’improvvisazione, sulla composizione istantanea, sull’imprevedibilità: se si immaginasse di unire con una matita queste tre parole, come si fa con i numeri nel gioco del disegno misterioso, ne uscirebbe un ritratto di Lucio. Come cantante Lucio Dalla debutta nel 1964, grazie all’interessamento di Gino Paoli, e contemporaneamente la sua passione per il cinema si esprime in un parallelo percorso di attore al quale si dedicherà in tutte le fasi della sua carriera artistica. Dagli esordi a metà degli anni ’60 sono tanti e diversi i personaggi che Lucio Dalla ha interpretato lavorando nel 1967 con i Fratelli Taviani nella pellicola “I sovversivi”, recitando, nello stesso anno, in “Little Rita nel West” di Baldi, in “Amarsi male” di Ferdinando Di Leo del 1969, nel film di Pupi Avati “La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone” del 1975, interpretando Sancho Panza, nel 2006, in “Quijote”, dell’amico Mimmo Paladino, per arrivare al 2012 quando, postumo, esce Pinocchio di Enzo D’Alò in cui Lucio presta la voce al pescatore verde e, soprattutto, scrive le musiche. Sempre nel settore cinematografico importante è infatti stato l’impegno di Lucio Dalla come compositore di musiche da film per Monicelli, Antonioni, Giannarelli, Verdone, Campiotti, Placido e altri tra i quali, in particolare Ambrogio Lo Giudice amico di sempre e per sempre di Lucio che per lui scrive le musiche di “Prima dammi un bacio” del 2003. Ritornando alla musica, nel 1970 il primo successo come compositore: Gianni Morandi incide la sua “Occhi di ragazza” e la porta in vetta alle classifiche di vendita, mentre il 1971 segna l’inizio della sua irresistibile ascesa, Lucio Dalla al Festival di Sanremo presenta “4/3/1943”, in origine intitolata “Gesù Bambino”. Seguono “Piazza Grande”, “Il gigante e la bambina” e “Itaca”, tutti brani destinati ad entrare nel suo immenso repertorio. Dopo la fruttuosa collaborazione con il poeta bolognese Roberto Roversi, nel 1977, con l’album “Come è profondo il mare”, Dalla debutta anche come autore dei testi delle proprie canzoni, inaugurando la sua “stagione cantautorale” a pieno titolo. Arriva il grande consenso popolare, un trionfo incondizionato reso tale anche da immensi tributi di stima che l’artista raccoglie nel successivo “Lucio Dalla” e in “Banana Republic”, la tournée – evento con Francesco De Gregori. Seguiranno “Dalla” (1980); “Lucio Dalla Q-disc” (1981); “1983” (1983); “Viaggi organizzati” (1984); “Bugie” (1986) e “Dallamericaruso” (1986), doppio dal vivo con la canzone-capolavoro “Caruso”, unanimemente riconosciuta come una delle più belle mai scritte nella storia della musica contemporanea, venduta in nove milioni di copie in tutto il mondo in decine di versioni. L’interpretazione di Luciano Pavarotti ne suggella l’infinita grandezza. Il biennio 1988 – 1989 è tutto dedicato al progetto Dalla-Morandi: disco e tournée registrano un altro grande successo. Nel 1990 la canzone “Attenti al lupo”, inserita nell’album “Cambio”, detiene il record di vendite in Italia con quasi 1.400.000 copie. Segue il tour, documentato nel live “Amen” e, nel 1994, l’album “Henna”. Il 1996 è l’anno di un altro significativo traguardo discografico: l’album “Canzoni” supera 1.300.000 copie classificandosi come l’album più venduto del decennio in Italia. Parallelamente, oltre all’impegno cinematografico, Lucio Dalla, confermandosi eclettico e geniale in ogni campo, si avventura nel linguaggio televisivo ideando programmi di successo e per anni cura una galleria d’arte contemporanea a Bologna, la NO CODE, sede di eventi e happening extra-musicali, mentre non poteva rimanere fuori dal suo campo di azione la musica classica, da ricordare la sua versione di “Pierino e il lupo” di Prokofiev (1997) e, tra il 1998 e il 1999, la tournée con la Grande Orchestra Sinfonica diretta dal maestro Beppe D’Onghia che reinterpreta i brani più famosi del suo repertorio. Nel 2003 la passione di Lucio per l’opera dà vita a “Tosca. Amore disperato” che Dalla scrive ispirandosi alla “Tosca” di Puccini. Cura inoltre la regia teatrale dell’Opera lirica Arlecchino, di Ferruccio Busoni, e del Pulcinella coreografico di Igor Stravinskij, per ritornare alla regia teatrale nel 2008 per il Teatro Comunale di Bologna con la “Beggar’s Opera”, rivisitazione del testo di John Gay del 1760 da cui Bertolt Brecht trasse “L’opera da tre soldi”.  Ma l’energia di Lucio è prorompente e inesauribile tanto da dedicare uno spettacolo anche a Benvenuto Cellini nel concerto teatralizzato “Dalla o Cellini?” e di musicare i versi di Alda Merini dedicati a San Francesco nel suggestivo spettacolo di poesia e musica “Francesco. Canto di una creatura” presentato nella Basilica Superiore di Assisi. Anche lo sport, sua passione da sempre, lo vede protagonista: suo è infatti l’inno del Coni per le Olimpiadi di Pechino del 2008. Tra i tanti progetti artistici, discografici e non, del primo decennio del duemila, spicca l’album Dalla - De Gregori “Work in progress” che regala al pubblico l’emozione di rivedere compiersi il miracolo dei due grandi artisti su uno stesso palco a distanza di oltre trent’anni dall’avventura di “Banana Republic”. Nel 2012, dal palco del Festival di Sanremo, il tempio della musica italiana, Lucio Dalla saluta per l’ultima volta il suo pubblico non come cantante, troppo scontato per lui, sempre sorprendente e assolutamente imprevedibile, ma dirigendo l’orchestra sul brano Nanì, scritto insieme a Pierdavide Carone, ultimo di tanti giovani talenti che l’artista ha supportato e accompagnato sulla strada del successo. Nove giorni dopo, infatti, il 27 febbraio, Lucio Dalla parte per quello che avrebbe dovuto essere un lungo tour europeo che invece si interrompe a Montreaux dove l’artista scompare improvvisamente il 1° marzo, tre giorni prima del suo sessantanovesimo compleanno. La storia di Lucio Dalla non è certo finita nel 2012, ma continua e si rinnova nel ricordo di tutti gli appassionati della sua musica e nelle iniziative della Fondazione Lucio Dalla e di Pressing Line. La Fondazione Lucio Dalla è nata infatti dalla volontà dei cugini dell’artista di ricordarne e diffonderne la storia artistica e umana, valorizzandone la genialità attraverso la realizzazione di iniziative in ambito artistico, culturale, sociale anche lavorando insieme a Pressing Line, la storica casa discografica che l’artista fondò per offrire opportunità ai giovani talenti e che ancora oggi continua in questo intento, fedele al pensiero di Dalla che vedeva nei giovani e nella loro creatività il seme del futuro.

Daniele Caracchi - Presidente Pressing Line |                                                                                        

Pino Daniele. Nella storia delle culture musicali italiane del secondo Novecento esiste un “prima” e un “dopo” Pino Daniele (Napoli, 19 marzo 1955 – Roma, 4 gennaio 2015). La sua attività costituisce un vero e proprio spartiacque tra gli anni della canzone melodica, dei Festival e l’avvento di Terra mia del 1977 che, aggiornando la lezione di Nisa e Carosone, introduce un nuovo modo di fare musica. Un metodo inclusivo che parte dalla capacità di ascolto del paesaggio sonoro del centro storico di Napoli in cui è immerso – con voci di ambulanti, richiami e brusii dei vicoli, urla, filastrocche, serenate a fronn’’e limone, litanie– e dalla possibilità di creare un dialogo con diversi filoni musicali, in particolare con il blues e il jazz.

La sua musica è uno sterminato atlante sonoro da percorrere nello spazio e nel tempo, preferibilmente a bordo di un ferryboat, fra suoni e gesti a Sud del mondo: dai mercati di Napoli a quelli della Medina, da Cuba a Bahia, fino al Brasile; magari facendo anche qualche salto nel passato per godere il fascino di un madrigale di Carlo Gesualdo da Venosa. Si tratta di tappe e spostamenti percorsi, in ogni caso, sempre in compagnia della sua inseparabile chitarra che, come un’antenna ad alta fedeltà, gli consente di captare ogni sottile sfumatura delle pratiche sonore in cui si imbatte e di condividere esperienze con grandi miti: Eric Clapton, Pat Metheny, Al Di Meola.

Sul piano compositivo Daniele perlustra senza pregiudizi, ora da apprendista eretico ora da mascalzone latino, un’ampia varietà di forme e pratiche musicali che impedisce l’adozione di una singola definizione: un po’ nero a metà, funky, jazz, rock, blues, tropicale, afro, world…! Ogni suo brano è sempre dotato di una grande identità e di una sofisticata cura dell’aspetto armonico lontano da schemi stereotipati.

La vera essenza di Pino Daniele è quella del compositore che non antepone il testo verbale a quello musicale. Spesso i due piani nascono insieme creando, specie per i brani in dialetto, uno speciale equilibrio che utilizza ora la grande sonorità del testo, come quella dei venditori ambulanti («Furtunato ’o tarallaro tene ’a robba bella»), ora modi di dire («Ogni scarrafone è bello a mamma soja»), ora introducendo un mistilinguismo tra napoletano-italiano e anglo-americano (I say io sto ccà), eredità dell’italglish dei nostri emigrati nella Little Italy. Non manca l’uso di gerghi di mestiere molto raffinati, come quello della parlèsia, legata alla parlata dei musicisti ambulanti («Che bellu jammone», in Tarumbò). Tutta questa magmatica materia poetico-musicale rivive grazie ad una specialissima vocalità, completamente estranea ai modelli del belcantismo o ai manierismi del pop. Tra un falsetto intonatissimo e un continuo gioco ritmico-onomatopeico, che ricorda gli sberleffi sonori del futurista Rodolfo De Angelis, come in Che calore, il suo stile vocale costituisce una vera e propria alchimia timbrica. Prima di lui non si era mai ascoltata la fusione di una vocalità urbana “a distesa” dei vicoli napoletani, fitta di melismi, con il graffiante timbro di un bluesman che usa la voce come un altro strumento.

Questa molteplicità di valenze rinvia al profilo del music maker capace di compenetrare aspetti compositivi, vocali e strumentali nonché performativi, spesso ricorrendo anche all’improvvisazione.

Daniele con la sua sterminata produzione rappresenta un vero e proprio bene musicale senza confini, capace di socializzare valori emozionali di generazioni e strati sociali diversi. La sua Napule è costituisce l’innodia ufficiale non solo di Napoli, eseguita da tempo come simbolo dalle piazze allo stadio, ma di tutte le terre di mare, che ti avvolge col suo ampio gesto sonoro coinvolgendo ogni organo di senso: da quello visivo («mille culure»), a quello olfattivo («addore ’e mare»), da quello cinetico («’na cammenata»), a quello acustico («’a voce d’ ’e criature»), fino a sensazioni intime («mille paure»), o a critiche sociali («Napule è ’na carta sporca/ e nisciuno se ne ’mporta »). E, nello stesso tempo, non sfugge il suo omaggio musicale a Imagine di John Lennon. Si può essere napoletani e nello stesso tempo cittadini del mondo in continuo movimento sorseggiando Na tazzulella ’e cafè.

Pasquale Scialò - Docente di Musicologia e Storia della Musica Università “Suor Orsola Benincasa” di Napoli

 

Giorgio Gaberscik, in arte Gaber, nasce a Milano il 25 gennaio 1939.

Dopo l'esordio come chitarrista di Adriano Celentano, all’età di diciannove anni firma il primo contratto discografico per la Ricordi e incide il 45 giri "Ciao ti dirò".

Gli anni sessanta lo vedono indiscusso e autorevole protagonista dello spettacolo italiano con numerosissime incisioni discografiche e con un’intensa attività televisiva anche nel ruolo di conduttore di diversi programmi di grande spessore e successo: "Canzoni da mezza sera" (1962); "Canzoniere minimo" (1963); "Questo e quello" (1964); "Diamoci del tu" (1967); "…E noi qui" (1970).

Sono gli anni della fortunata collaborazione con lo scrittore Umberto Simonetta, co-autore dei suoi più importanti e popolari successi discografici, e delle prime frequentazioni col pittore Sandro Luporini.

Ed è proprio con Luporini che Gaber, a partire dal 1970, cambia decisamente strada creando l’inedita forma artistica del "Teatro Canzone" che porta in scena dal 1970 al 2000.

Appartengono a questo lungo periodo, interamente dedicato all’attività teatrale, gli spettacoli di Teatro-Canzone ‘Far finta di essere sani’, ‘Libertà obbligatoria’, ‘Polli di allevamento’, ‘E pensare che c’era il pensiero’; gli spettacoli di prosa e del cosiddetto "teatro d’evocazione": ‘Il Grigio’, ‘Parlami d’amore Mariù’; le regie e le produzioni riferite ad altri artisti (Ombretta Colli, Enzo Jannacci, Beppe Grillo, Arturo Brachetti) oltre alla direzione artistica dei teatri di Venezia e la manifestazione "Professione Comico" che fu trampolino di lancio per molti degli attuali protagonisti della comicità italiana.

Le repliche realizzate nei trent’anni di attività di palcoscenico sono state oltre cinquemila.

Nel 2001 a seguito della forzata interruzione dell’attività teatrale, si dedica alla discografia con due album: "La mia generazione ha perso" (2001) e "Io non mi sento italiano" (pubblicato postumo nel 2003) che ottengono uno straordinario successo di vendita e lo consacrano protagonista d'eccellenza anche nell’ambito della pura canzone d’autore.

Il primo gennaio 2003 Giorgio Gaber si spegne nella sua casa di Camaiore (Lucca). Riposa al Famedio del Cimitero Monumentale di Milano con coloro che hanno contribuito a rendere grande la metropoli lombarda.

Dalia Gaberscik

                                                                                  

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