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Imprese: essere piccoli non è peccato

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IMPRESE: ESSERE PICCOLI NON È PECCATO

A cura di Ignazio Rocco, Fondatore e CEO di Credimi

Da oltre 25 anni la crescita dell’Italia è ferma, mentre la produttività del Paese è agli ultimi posti in Europa. Per molti, la colpa è dell’esercito delle piccole imprese italiane che sono la spina dorsale della nostra economia. Eppure, se è un dato di fatto che l’ossatura della nostra industria poggi su una dimensione micro, è altrettanto vero che la piccola impresa è una caratteristica distintiva anche di economie più solide e più dinamiche della nostra. Basti pensare che negli Stati Uniti sono le aziende con meno di cinque anni a creare tutti i nuovi posti di lavoro. La chiave di volta però non è nella dimensione dell’impresa, ma nella capacità di innovare, ed è da questa che dipende la capacità del nostro Paese di tornare a crescere.

Nell’ultima classifica Fortune Global 500 sulle più grandi imprese al mondo, l’Italia compare con appena 6 aziende: una situazione che si ripete da sempre, ma è paradossale che in quell’elenco il made in Italy compaia solo grazie a colossi dei servizi. Ci sono Poste, Eni, Enel, Generali, Intesa UniCredit, ma manca tutta la nostra manifattura. Nonostante sia la seconda per importanza in Europa e sesta nel mondo, e sia il fiore all’occhiello del nostro Paese: basti pensare a marchi come Ferrari, Ferrero, Luxottica, Armani o Dolce&Gabbana. Brand che il mondo intero ci invidia, ma non abbastanza grandi da entrare nel Gotha.Dobbiamo anche ricordare che il 92% delle imprese italiane attive fattura meno di 50 milioni di euro l’anno – tetto oltre il quale non si è più Pmi – ma sono proprio queste aziende a garantire un impiego all’82% dei lavoratori del nostro Paese. Secondo uno studio di Prometeia, ci sono 5,3 milioni di Pmi con un fatturato aggregato di 2mila miliardi di euro e circa 15 milioni di dipendenti. Per quanto noto, però, il dato più incredibile è quello della Cgia: secondo la confederazione degli artigiani, il 95% di queste imprese è micro, ovvero non arriva a 10 dipendenti e ha un giro d’affari inferiori ai due milioni di euro.
Sono numeri che spesso vengono usati a giustificazione dell’arretratezza del Paese. Eppure ce ne sono altri che suggeriscono una riflessione più articolata. Per esempio, quelli che arrivano dagli Stati Uniti dove le Pmi sono 30 milioni e hanno creato due terzi dei posti di lavoro degli ultimi decenni. Di più: le imprese giovani, come meno di 5 anni, tra il 1995 e il 2007 hanno assunto 3 milioni di persone, mentre secondo i calcoli di uno studio della Kauffman Foundation, le realtà più consolidate ne distruggevano un milione. Dal 1953, con lo Small Business Act di Eisenhower, e per molti anni, gli Usa hanno basato la propria politica industriale sulla protezione delle Pmi consapevoli che i colossi nascono dal nulla. Dieci anni fa Airbnb era una piccola impresa che aveva raccolto 600mila dollari, oggi è valutata oltre 30 miliardi di dollari; 15 anni fa Facebook era una piccola impresa con poco più di un’idea per creare una rete di amici all’Università; a metà anni ‘90 Google e Amazon erano piccole imprese, proprio come Apple e Microsoft quindici anni prima.È chiaro che questi sono casi rari, e certamente non rappresentativi dei milioni di piccole imprese italiane o anche americane. Ma non è vero che una piccola impresa sia necessariamente una zavorra per la crescita dell’economia. Ci sono piccole imprese che nascono per innovare e diventare grandi, o enormi. E ci sono anche, in Italia come negli Stati Uniti, piccole imprese che restano tali per sempre, ma cambiando e innovando in modi diversi, aumentando gli occupati, la produttività e gli utili, anche se non in modo stellare. Quello che conta davvero, ancora più delle le dimensioni, è la capacità di innovare.
Spesso si confonde l’innovazione con l’invenzione di una rivoluzionaria applicazione basata su complessi algoritmi; molto più spesso è figlia dello sviluppo di un’idea semplice che intercetta i bisogni delle persone o semplifica i processi aziendali. Motivo per cui le maggiori novità arrivano dal nulla. Amancio Ortega, il quarto uomo più ricco al mondo, ha lasciato la scuola a 14 anni, ha fatto il fattorino e con Zara ha inventato un nuovo concetto di moda. Giorgio Armani era un vetrinista della Rinascente, oggi è uno dei più grandi stilisti al mondo a capo di un impero formidabile. Tutti gli imprenditori possono innovare: non importa la loro età e neppure la loro formazione. Come in quel garage di Forlì dove, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, un perito industriale, figlio di un capomastro e di un’operaia, costruisce con l’aiuto di due amici una macchina per potenziare i muscoli. Nasce così, nel 1983, dall’allora 22enne Nerio Alessandri, Technogym, che oggi è quotata in Borsa e conta 2.200 dipendenti sparsi in 14 filiali nel mondo. Anche Davide Ratti ha 22 anni quando, il 17 agosto 2013, scrive la prima riga di codice che diventerà Fattureincloud, una delle startup italiane di maggior successo degli ultimi anni. Ratti, che nel frattempo si è laureato in ingegneria informatica a Bergamo, a 18 anni sviluppava videogiochi e app con una partita Iva e poi una Srl: la sua maggior difficoltà era gestire in maniera semplice e integrata la contabilità. Per farlo ha dato vita a un portale che ha semplificato la vita di 6 milioni di partite Iva italiane.

 

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