LUCA BARBARESCHI: "Cercando segnali d’amore nell’Universo"

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Luca BarbareschiQuesto mese, l’ospite del nostro “Salotto” è Luca Barbareschi, che in questi giorni è a Milano al Teatro Manzoni dove è in scena con successo lo spettacolo “Cercando segnali d’amore nell’universo”, per la regia di Chiara Noschese. Una conversazione a tutto campo nel corso della quale, insieme alla sua innata passione per il teatro, abbiamo scoperto le passioni culinarie dell’attore che si definisce “un buon cuoco” con un vero amore per il cibo e per la tavola. Leggendo questa sua intervista scoprirete la vita intensa, divisa fra Italia e Stati Uniti, di un attore poliedrico amante del teatro, ma con all’attivo oltre trenta film e una serie davvero numerosa di fiction televisive di grande successo.

Attore, regista, produttore. C’è una preferenza?

Io volevo fare l’attore ma in realtà partivo dall’essere un musicista perché suono la chitarra e il pianoforte, come potrete vedere nel mio spettacolo al Manzoni. La mia formazione americana dove già dalle scuole ti insegnano che puoi fare l’imprenditore, mi ha permesso di essere rapidamente un buon imprenditore nel campo della cultura. Ho fatto l’attore a 19 anni ho vinto a Venezia con il mio primo film, “Summertime”. Poi 30 anni fa ho aperto una società di produzione la “Casanova multimedia” In realtà mentre il lavoro di attore soprattutto di teatro, per me la cosa più importante - ogni anno faccio volentieri 130/140 date - il resto è fare l’operatore culturale. Posso godere nella stessa maniera a produrre “Olivetti” anche se non faccio l’attore e avere invece un ruolo di interprete in “Mennea”, che andrà in onda su RAI1 il 23 e 24 marzo. Mi arricchisce il contatto con sceneggiatori, creativi di vario tipo, poi ho avuto il privilegio e la fortuna – un po’ me la sono guadagnata - di lavorare con delle eccellenze sia italiane che straniere.

Lei è anche un formidabile “provocatore” televisivo…

Se penso al mio più grande successo televisivo, insieme a “Il grande bluff, è stato “C’eravamo tanto amati”, è nato un po’ da una battuta allo stadio con Berlusconi  mentre stavamo guardando Milan-Steaua. Io facevo solo cinema e teatro mi ha detto «fai televisione!». Ma quella roba lì… si fidanzano, si innamorano… Per cui dissi «ma io li faccio litigare!» e lui rispose «Bene, C’eravamo tanto amati, questo è il format». L’ho venduto in America e poi l’ho fatto là in altre 150 puntate… La vita è strana. Le provocazioni secondo me sono parte integrante del lavoro di un artista che deve provocare reazioni, innovare, cambiare, spiazzare…

Come sta andando lo spettacolo al Manzoni di Milano: lo porterà in altre città?

Sta andando molto bene. “Cercando segnali d'amore nell'universo” è un ‘one-man show’ ironico, divertente, pieno di energia e di musica dal vivo. Sarà a Milano fino all’8 marzo. Lo porteremo in tutt’Italia: in Sicilia, a Napoli, a Roma. L’idea è nata perché stavo preparando un libro, una mia biografia, ma poi ho deciso di trasformarlo in uno spettacolo in chiave comica. I momenti di divertimento si alternano ad intensi e commoventi racconti, in cui il teatro è sempre la chiave di volta.

Ha appena prodotto per RAI 1 la storia di Pietro Mennea con la regia di Ricky Tognazzi, dove lei interpreterà la parte dell’allenatore di Mennea. Cosa dovremo aspettarci?

È parte di una trilogia di progetti per me importanti. Uno era ‘Olivetti’, che parlava di Capitalismo sociale. Poi volevo raccontare lo sport “pulito”, perché penso che i ragazzi abbiano diritto di sognare attraverso lo sport - che deve essere una sfida con se stessi non una sfida per i soldi - e di godere per una partita di calcio senza pensare che possa essere truccata. Mennea è stato un simbolo importante. Mi è piaciuto raccontare il percorso di un uomo che ha combattuto contro se stesso, che non aveva un fisico felice per fare lo scattista… e interpretare Carlo Vittori, il suo allenatore, uomo straordinario apparentemente non simpatico, un po’ burbero. Infine c’è una terza cosa che riguarda Peter Amedeo Giannini, un immigrato italiano fondatore di “Bank of America”, che è stato, ma molti non lo sanno, il finanziatore di Disney e di Frank Capra.

Luca Barbareschi ama la buona tavola?

Per me la buona cucina è da un lato cucinare - sono un buon cuoco e mia moglie è “un genio” della cucina - ma è anche la piacevolezza di andare al mercato a scegliere le materie prime più sane. Poi la tavola è anche un momento altamente culturale, un rito quasi di meditazione, un momento di convivialità, di condivisione.

Sa fare qualche cosa anche ai fornelli?

I risotti sono una mia specialità, mio padre era milanese. Li puoi declinare con il vino rosso e bianco, in mille modi: il risotto giallo, con il midollo, con la luganega, con i frutti di mare, saltato. Poi c’è la classica nostra cotoletta, gli ossibuchi o i carpacci estivi, il vitello tonnato… Mi piace soprattutto diversificare… La gente si è disabituata a pensare in maniera fantasiosa al cibo. Oggi la vera tragedia è che mangiar bene è diventato un lusso, se vuoi alimentarti sano devi spendere molto, e molta gente è costretta ad “avvelenarsi” perché le catene industriali hanno monopolizzato il nostro sistema. La stagionalità è importante: si parla tanto di cibo a km 0 ma poi ci mandano i mandarini dall’Israele, il latte dalla Germania, le ciliegie dal Cile a dicembre. Ho insegnato ai miei figli che i mandarini si mangiano solo a Natale, che è tra l’altro una tradizione familiare… un insegnamento saggio che arriva da mio padre.

Un consiglio ai giovani…

Credo che innanzitutto bisogna smettere di pensare che questo non è un momento facile. Pensiamo ai racconti dei nostri nonni e genitori, che hanno vissuto guerre con sofferenza, bombardamenti, chilometri in bicicletta con 50 chili di riso, quando si mangiava polenta con un pezzo solo di maiale. Non erano racconti di “depressi”, non si suicidava nessuno, non si drogavano, c’era grande responsabilità e soprattutto c’era grande forza di volontà, voglia, entusiasmo. È vero, oggi si fa fatica a trovar lavoro, ma una volta si faceva fatica a mangiare. Secondo me c’è una generazione un po’ di bamboccioni, di giovani che hanno avuto il “sederino caldo” per tanti anni. Quando a 18 anni ho detto a mio padre che facevo l’attore mi ha detto: «Buona fortuna. Di soldi non ce n’è, buon lavoro e… mi faccia sapere come si mantiene da domani». Mi ha buttato fuori casa e io dall’età di 18 anni ho guadagnato e costruito tanto. Per fortuna, perché se lui mi avesse tenuto a lamentarmi in casa per 10 anni non avrei combinato nulla. Ho fatto un sacco di cose, l’informatico, ho studiato… Nonostante la gran fatica per tutto quello che mi sono conquistato, sono di buon umore. Secondo me i ragazzi devono ritrovale la semplicità della passione di quello che hanno. Il problema di quest’epoca un po’ edonista è che il danaro è diventato il fine. Il danaro è il mezzo, non il fine. Me ne sono sempre fregato dei soldi: li ho avuti, li ho persi, li ho riguadagnati, ma soprattutto ho investito nelle mie passioni. Nonostante la crisi, c’è tanta gente che “si rimbocca le maniche”… la cosa importante è “la dignità del lavoro”. In America ho fatto il cameriere, il tassista, qualsiasi cosa per guadagnare, ma non mi sono mai sentito umiliato per quello che facevo, obbligavo il mio interlocutore a guardarmi e avere rispetto per quello che facevo. Il mio consiglio ai ragazzi è “Studiate educazione civica”. C’è un detto vittoriano molto semplice che dice “Sostieni le tradizioni perché le tradizioni ti sosterranno”.

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