INTERVISTA A MASSIMILIANO FUKSAS

Doriana e Massimiliano Fuksas r 

Doriana e Massimiliano Fuksas

Durante il Salone Internazionale del Mobile 2015 – un successo quest’anno al di sopra di ogni aspettativa - abbiamo incontrato Massimiliano Fuksas, architetto e designer di fama internazionale, un simbolo e un punto di riferimento per la moderna architettura. Di origini lituane, è nato nel 1944 a Roma dove ha fondato il suo primo studio nel 1967; ha aperto studi anche a Parigi e a Shenzhen, in Cina. Insignito dell’onorificenza “Légion d’Honneur” dall’ex Presidente della Repubblica Francese, Nicholas Sarkozy, Fuksas ha ricevuto premi d’eccellenza in tutto il mondo. Tra le sue opere: le Twin Towers di Vienna, il Peace Center di Jaffa, la sede della Ferrari a Maranello, gli Europark di Salisburgo, la nuova Fiera di Milano, il grattacielo della Regione al Lingotto di Torino. Sembrerà strano, ma per l’architetto Massimiliano Fuksas la prima fonte d’ispirazione è il cinema, soprattutto quello di Alfred Hitchcock. Ebbe un giorno a dichiarare: «L’architettura del Terzo Millennio deve essere gentile, attenta verso gli individui, i loro desideri, i bisogni della comunità. E verso l’ambiente. Proprio perché l’architettura contemporanea oggi è chiamata a realizzare megastrutture, queste debbono avere un quid di gentilezza».

Intervista a cura di Dario Bordet

Il Design, come è concepito oggi, ci aiuta a vivere meglio?

La mia idea è molto semplice. Vede dove sono seduto, su una poltrona, dunque l’affermazione è questa, una poltrona è una poltrona, un divano è un divano… Sembra una banalità però questo è vicino al fatto che ricominciamo a costruire per far vivere meglio le persone anche grazie ad un buon design. Non è appropriato che qualcuno stia scomodo, perché stando scomodo c’è una gratificazione. Stare scomodo è stare scomodo.

Milano è sempre stata ed è sempre più al centro dell'attenzione nel mondo del design. Secondo Lei, qual è il segreto di questo successo?

Passare dal molto “piccolo” al molto “grande”, una cosa che era tipica di Milano. I grandi architetti non voglio parlare del passato ma Gio Ponti, ad esempio, riusciva perfettamente in questo percorso, quello che si chiamava una volta “dal cucchiaio alla città”. Milano sta ritornando faticosamente a questa logica.

Fuksas è un nome che rappresenta l’eccellenza dell'Architettura italiana. Come e quando è nata questa passione?

Più che di passione, parlerei di amore. L’amore che provi quando realizzi un grande progetto, non importa che siano le due grandi torri di Vienna, l’aeroporto Schengen o, a Torino, la torre più alta d’Italia. Dopo queste grandi realizzazioni bisogna subito programmarne una piccola per ritrovare una forma di umiltà necessaria per il proprio equilibrio artistico.

Come è nato il progetto Minah per Meritalia?

Minah? Prima di tutto è un’idea. Lei provi a sedersi, ad appoggiarsi, a sdraiarsi qui. Non è solo una poltrona, è una realtà nella quale il design vince se fa vivere meglio la gente. Se non riusciamo a fare vivere meglio la gente, abbiamo fallito. Una poltrona, non importa dove posizionata, su un autobus, un treno, un aereo o semplicemente in una casa, deve essere confortevole e comoda. Una poltrona è una poltrona, niente di più, anche se vogliamo autocelebrarci.

Dal punto di vista dell’Architettura urbana, come possiamo classificare l’Italia, in particolare Roma e Milano, rispetto alle capitali europee?

In modo pessimo, non abbiamo capito che al mondo il 62% della popolazione vive nei grandi agglomerati urbani. Tra 20 anni arriveremo all’80% perciò la maggior parte degli abitanti della Terra sarà concentrato nelle città. Se noi non guardiamo al futuro, vuol dire che ci culliamo nel nulla. Se uno “guardando” non capisce che da Torino a Trieste è una unica città, che le periferie urbane “sono” la città e non sono più solo periferie urbane, e che non c’è più da restaurare perché le periferie sono ormai le città di domani. A Roma 126 mila persone vivono nel centro storico e 4 milioni e duecento vivono nella periferia. Quindi dovè la città? A Milano è la stessa cosa. Noi abbiamo un’idea vecchia di città.

Tra i suoi importantissimi progetti, quale le sta particolarmente a cuore?

La “Casa della Pace” - a Tel Aviv - fortemente voluta dal Presidente Shimon Peres. È stata un’idea emozionante. Abbiamo realizzato questa costruzione sul litorale della città di Jaffa, dotandola di una sala conferenze con vetrate che consentono di vedere il mare. Il luogo è bellissimo. Quando Peres mi chiese perché avevo immaginato quelle vetrate quasi appoggiate al mare, risposi «Vedi Shimon, se arriva qualche naufrago che non ha patria o che non ha neanche una bandiera, noi lo vediamo, lo andiamo ad aiutare e lo portiamo dentro da noi». Capisce? Un progetto, diventato realtà, che fa bene al cuore.

I giovani e il design. Un suo parere sull'importanza di dare spazio ai giovani in questo settore.

I giovani debbono fare i giovani i vecchi debbono fare i vecchi…

Lei è un EXPO OTTIMISTA?

Le dirò io non sono né pessimista né ottimista. Io sono positivista. Credo, per esperienza, che la vita ci riserverà comunque un futuro tutto da vivere. Questo vale anche per Expo che in ogni caso coinvolgerà milioni di persone.

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