“QUEL DIAVOLO” DI PUPI AVATI

PUPI AVATI Il Signor Diavolo horror

“QUEL DIAVOLO” DI PUPI AVATI

A cura di Dario Bordet

Tratto da: italiadagustare 

Milano 24orenews               

Milano 24orenews ottobre 2019 - Cover Leclerc  

PUPI AVATI Il Signor DiavoloLe paure che avevamo da piccoli spesso ritornano, soprattutto quando diventiamo anziani. Probabilmente da ciò nasce l’ispirazione dell’ultimo lavoro del grande regista, sceneggiatore e produttore cinematografico Pupi Avati, il romanzo che è diventato un film, dal titolo "Il Signor Diavolo". Scritto, oltre che da lui, dal fratello Antonio e dal figlio Alvise e prodotto da Videa e Rai Cinema, è un ritorno ai demoni del passato del regista, al genere horror (o, come da lui definito, “gotico padano”) a lui caro, esattamente a 43 anni da “La casa delle finestre che ridono” e 23 da “L'arcano incantatore”. Il Signor Diavolo è ambientato nell'autunno del 1952. Nel nord est dell’Italia è in corso l’istruttoria di un processo sull’omicidio di un adolescente, considerato un indemoniato. Tra credulonerie, superstizioni e suspence si snoda la storia dell'omicida. È Carlo, un quattordicenne che ha per amico Paolino. La loro vita è serena fino all'arrivo di Emilio, un essere deforme figlio unico di una possidente terriera che avrebbe sbranato a morsi la sorellina. Con questo filmAvati ritorna anche alla sua infanzia quando i sacerdoti di provincia, nell'esercizio delle loro funzioni, non si risparmiavano in racconti spaventevoli che facevano breccia soprattutto nei bambini. E poi c'è quel quadro fiammingo che Avati bambino vedeva tutti i giorni, un generatore di inquietudine e paura che è stato parte della sua crescita.

Pupi Avati - Dario Bordet«Questi luoghi - afferma il regista - appaiono lì in attesa che qualcuno che li racconti, perché sono così straordinariamente suggestivi e così misteriosamente fuori dal tempo, perché tu vai là in questa zona dell'Emilia, che va verso il Veneto e il delta del Po, che ha veramente dentro di sé tutte le atmosfere sia solari e rassicuranti ma anche perturbanti, inquietanti. Se pensiamo che Igor il russo, esperto di cose orrorifiche, si è andato a nascondere lì… La scelta dei luoghi è stato veramente un elemento vincente del racconto». I critici di Cinema hanno spesso affermato che l'horror e l'Italia sono due rette parallele: opposti l'uno all'altro e incompatibili. Sarà forse per il contrasto fra il buio e la nebbia del regno dell'orrore con il nostro clima solare, mediterraneo. Come mai il ritorno oggi a questo genere? «Il Cinema italiano - dice Pupi Avati - ha avuto la sfrontatezza di creare i generi cinematografici noi, insieme con Deodato, Argento, Bava, Soavi, facevamo film horror - gotici che venivano venduti in tutto il mondo e ora non li fa più nessuno, perché?». «Avevo voglia di Cinema inteso in senso tradizionale come lo intendevamo una volta, nel senso che il cinema tracimava, usciva da quelli che erano i confini del presente… Oggi il Cinema italiano si preoccupa quasi solo di raccontare il presente e invece i generi cinematografici mi sembravano estremamente interessanti, soprattutto pensavo a quando il nostro Cinema era esportato in tutto il mondo. Adesso quando vado in giro a fare conferenze, trovo sempre qualcuno che ha un DVD di un mio film horror e me lo fa firmare. Quindi questo Cinema sopravvive, contrariamente a quello che pensano i distributori e produttori e quindi ho trovato opportuno proporre un film di questo genere. Ho avuto sette “No” prima di riuscire a trovare in Rai cinema e 01 chi mi ha in qualche modo permesso di fare il film». Una scommessa vinta, a partire dal ritorno degli attori che hanno interpretato molti dei suoi primi lavori, per proseguire con la riuscita creazione di un'atmosfera di inquietudine che resta appiccicata addosso. Forse meno terrorizzante dell'horror del 1976, è in ogni caso un'opera in nero piccola e pregiata, che farà felici i fan e sorprenderà chi non conosce questo aspetto del cinema di Pupi. «Penso che sia un film perturbante, che nasce dall’idea che il male c’è e affrontare il tema del male per il male è un concetto molto attuale. Perché andare a vederlo? Se non altro perché uno alla fine deve porsi qualche domanda. Ecco, il Cinema credo che deve suscitare qualche domanda».

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