MAURIZIO NICHETTI «Sognavo di vincere un'Olimpiade»

MAURIZIO NICHETTI

«Sognavo di vincere un'Olimpiade»

di Carlo Kauffmann

Nichetti 2 color rRegista, sceneggiatore, attore di cinema, regista di spot pubblicitari e di teatro. Nato a Milano, studia mimo al Piccolo Teatro dove lavora come attore per due stagioni teatrali. Lavora presso lo studio di Bruno Bozzetto prima come sceneggiatore poi anche come regista realizzando 4 lungometraggi di animazione, diversi corti, spot e film industriali. Fonda la scuola di mimo e compagnia teatrale “Quelli di Grock”. - Nel 1979 “Ratataplan” suo primo lungometraggio che scrive, dirige e interpreta, ottiene un clamoroso successo anche internazionale. Contemporaneamente alla sua attività cinematografica continua ad impegnarsi anche in altre attività. Gira oltre un centinaio di spot pubblicitari. Partecipa a diverse giurie internazionali cinematografiche tra cui: Berlino, Cannes, Montreal. Dal 2014 ricopre la carica di Direttore Artistico per la sede di Milano del Centro Sperimentale di Cinematografia.

Tratto da:

Milano 24orenews                         Roma 24orenews          

Cover MI24 Novembre 2019  Cover RM24 Novembre 2019

ratataplan 1979

VOLERE VOLARE 1

Regista, sceneggiatore, attore… ma da piccolo, cosa sognava di diventare?

Mi ero esaltato per la vittoria di Livio Berruti a Roma... Sognavo di vincere un'Olimpiade nei cento metri. Mi sentivo forte sulla distanza breve, poi ho scoperto che occorrevano gambe più lunghe e che prima di salire su un podio, bisognava anche allenarsi... Ho deciso che il teatro mi affascinava di più...

Si è divertito di più come attore o come regista?

Come attore in teatro, come regista al cinema. Oggi rivaluto molto il mestiere dello sceneggiatore, perché può lavorare anche senza un produttore. Scrivere non costa niente, anche se il problema dei soldi non è secondario soprattutto quando si è al supermercato...

Si è sempre mantenuto lontano da ruoli, contesti e scenari drammatici e soprattutto violenti… una sorta di messaggio di pace?

Mi sono tenuto lontano da queste storie anche come spettatore. Non mi piace andare al cinema per alimentare i miei incubi notturni o aumentare le ansie che la cronaca quotidiana ci procura. Penso che un'ironia, un sorriso possano veicolare più contenuti di mille scene violente.

Dal lontano ’75 quando ha fondato la compagnia “Quelli di Grock” fare il mimo è stata una sua passione: perché?

Forse una reazione alle tante parole consumate alla fine degli anni Sessanta, a tante illusioni che riempivano di parole mille assemblee. Mi piaceva di più ascoltare che parlare e ancora oggi sono convinto che tacere sia un lusso che solo in pochi ci possiamo permettere. Dire la mia su cose che non conosco mi sembrerebbe una perdita di tempo per me e per chi mi sta ascoltando.

Ha avuto una lunga collaborazione con Bruno Bozzetto, ha lavorato al suo famoso Signor Rossi. Oggi si potrebbe ancora avere quel tipo di successo?

Perché no? Peccato che in Italia per tantissimi anni il cartone animato sia stato considerato solo un linguaggio per la prima infanzia. Un genere per bambini. In tutto il mondo i film "animati" hanno scalato i box office internazionali e da noi si producono solo serie per la prima infanzia, per un'età prescolare. Il Signor Rossi, poteva piacere anche ai bambini, ma parlava delle frustrazioni dei loro genitori, questo soprattutto nei primi cortometraggi che hanno fatto conoscere Bruno Bozzetto in tutto il mondo.

Sveliamo ai nostri lettori che lei ha anche scritto alcune favole per Topo Gigio… Che esperienza è stata?

La mia prima esperienza "seriale". Avevo lavorato con Maria Perego e Federico Caldura (suo marito) in un magico spettacolo per burattini “El Retablo de Maese Pedro” di Manuel De Falla, allestito al San Carlos di Lisbona. Durante le prove, Caldura stava cercando uno sceneggiatore per 54 favole di Topo Gigio che sarebbero state registrate per la tv sudamericana... Io ci ho provato, ed è stata la mia prima esperienza professionale di serie "televisiva".

Ha lavorato per la scala, come la vede oggi?

Da spettatore. Avendo smesso di lavorarci come mimo e non essendo ancora stato chiamato come regista, la vedo dalla platea o da un palco. Le esperienze avute nella regia lirica mi hanno entusiasmato. È ancora uno spettacolo in grado di esaltare le capacità coreografiche, musicali, la direzione di vari reparti, tutti al servizio di un'emozione fermata in un rigo musicale tanti, tanti anni fa. Sono emozioni immortali e poter lavorare per trasmetterle al pubblico di oggi è un privilegio.

Ci racconta del suo incontro con Miuccia Bianchi diventata poi Miuccia Prada, proprio alla piccola Scala, se non sbagliamo...

Per la precisione si trattava de “La misura e il mistero”vsu musica del Maestro Angelo Paccagnini e la regia di Gianfranco Bettetini in prima rappresentazione assoluta il 12 novembre del 1970. L'assistente alla regia era Francesco Casetti, allievo di Bettetini, semiologo e accademico italiano oggi naturalizzato statunitense. Un bel cast. Tra i mimi, scelti alla corte di Marise Flach e Angelo Corti, coreografi di Giorgio Strehler al Piccolo di Milano, c'ero anch'io e Miuccia Bianchi che ancora non si era dedicata al mondo della moda... Sembra strano, ma ho trovato la locandina di quello spettacolo ed è tutto vero!

Oggi dirige la sede del Centro Sperimentale di Cinematografia a Milano. Le danno soddisfazione i giovani?

Molto più dei miei coetanei. Sembra banale dirlo, ma vivere in una scuola a contatto con nuove generazioni piene di entusiasmi e sogni per il futuro è una continua iniezione di vitalità. Insegnare significa imparare ogni giorno qualcosa di nuovo. Dev'essere frustrante insegnare pensando di potere permettersi di non ascoltare i bisogni di una classe. Col Centro Sperimentale di Cinematografia sede Lombardia sperimentiamo ogni anno una classe nuova, nuove tecnologie e nuovi linguaggi in un campo, quello della comunicazione, che ha in Lombardia e a Milano il suo massimo centro di sviluppo, ieri con la pubblicità e le televisioni commerciali, oggi con le nuove piattaforme digitali on demand che stanno tutte installandosi nella nostra città: Disney channel, Sky, Amazon e presto anche Netflix hanno scelto il nostro territorio come base europea e noi abbiamo il dovere di preparare una nuova generazione creativa a queste realtà. È un impegno faticoso, che mi spinge ad un continuo aggiornamento personale e questo è il segreto per non sentirsi mai di un'altra epoca...

Un‘ultima curiosità, scoperta nella sua biografia. Lei ha fatto molte cose per la pubblicità compresa la creazione e l’organizzazione di ben 11 convention IBM. Oggi sarebbe ancora possibile con l’attuale carenza di budget?

I grandi eventi ci sono ancora. I grandi budget pure. Anche una volta multinazionali come l'IBM degli anni '70 non erano numerose. Forse si è accentrato il tavolo di comando, certi eventi o certe pubblicità si possono permettere ancora grandi budget in considerazione di un mercato globale, di un palcoscenico internazionale. La lingua inglese diventa indispensabile e la concorrenza nell'arrivare sui budget interessanti è spietata, ma, come insegna la carriera di eventi "olimpici" di Marco Balich, la cultura e la qualità italiana sa farsi ancora rispettare in tutto il mondo.

Oggi dirige la sede del Centro Sperimentale di Cinematografia a Milano. Le danno soddisfazione i giovani?

Molto più dei miei coetanei. Sembra banale dirlo, ma vivere in una scuola a contatto con nuove generazioni piene di entusiasmi e sogni per il futuro è una continua iniezione di vitalità. Insegnare significa imparare ogni giorno qualcosa di nuovo.

Progetti in cantiere?

Dopo quindici anni ho scritto un soggetto cinematografico. Prima di passare alla sceneggiatura sto cercando di capire se può interessare a qualche produttore. Spero non mi chiedano di farne 54 puntate televisive, perché dovrei ricominciare da Topo Gigio!

Un sogno rimasto troppo a lungo nel cassetto?

Di solito i sogni che rimangono nel cassetto sono i più belli, i più originali, i più esclusivi... ci si affeziona a loro così tanto che non li si vuole condividere più con nessuno.

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