IL SORRISO DELLA BIRMANIA TRA PAGODE DORATE E FORESTE

Birmania - Milano 24orenews dicembre 2018

IL SORRISO DELLA BIRMANIA TRA PAGODE DORATE E FORESTE

A cura di Gabriella Poli

Il gigantesco Budda sdraiato sorride ineffabile. Qui nella Chaukhtatgyi Buddha Temple di Yangon nel Myanmar, l'antica Birmania, riposa dal 1907. Lunga ben 66 metri è una delle immagini più grandi del Paese voluta da un ricco buddista birmano, Sir Po Tha, nel 1899. Il viso candido, la bocca rosso fuoco, il corpo coperto da un drappo d'oro massiccio, che ogni due anni viene ingabbiato in impalcature di bambù e rifatto, rappresenta il simbolo più famoso del buddismo. Insieme alla Shwedagon Pagoda, alta un centinaio di metri e ricoperta da foglie d'oro e diamanti, è una delle meraviglie mondiali dell'arte religiosa.

Inizia da qui il viaggio dei sogni nel Paese asiatico più mistico d'Oriente, immerso nel blu, nell'oro e nell'amaranto. Il tempo scandito dai rituali buddisti. Da Yangon con un volo si raggiunge Bagan, capitale del primo impero birmano disseminata di migliaia di pagode e stupa, del XII secolo. La pianura bagnata dal fiume Ayeyarwaddy, definita da Marco Polo uno dei luoghi più belli del mondo, si trova nel centro del Myanmar. Nel tempio di Ananda si contano mille Budda. Attorno si sviluppano i villaggi e la piccola economia locale. Le giovani donne si mettono sul viso una polvere ricavata da una pianta per schiarire la pelle e difendersi dai raggi del sole. Ti inseguono con il motorino da un tempio all'altro per vendere stoffe e scatole di lacca, pantaloni e parei lunghi fino ai piedi che qui portano anche gli uomini. Il complesso monumentale Shwe Zigon rivela i suoi segreti sorprendendo. È il posto delle mille cupole d'oro, dei fiori di gelsomino e frangipane venduti per l'omaggio al Budda. Si suonano le campane col bastone creando cacofonie suggestive. Le donne sono minute come bambine, eleganti nei loro vestiti lunghi di seta. Comprano foglie d'oro da applicare sulle statue esprimendo desideri sicuramente semplici come i loro occhi.

Si lascia Bagan con la barca per un trasferimento lento sul fiume Ayeyarwaddy fino a Mandalay. Alle 4 del mattino l'umidità è alle stelle. Scorrono le rive e i templi, seminascosti dalla vegetazione, si illuminano a poco a poco di un'alba gonfia di pioggia. Il fiume è lento e largo. L'atmosfera è la stessa del delta del Po, con le canne palustri in fiore. Poi però si incrociano le chiatte dei cercatori d'oro e appaiono i villaggi con le donne che lavano i panni e i bambini che giocano nel fiume limaccioso ma generoso di pesce e nutrimento per i campi di fagioli, cocomeri e meloni. Il giorno della festa della luce i Birmani vanno a visitare il ponte di tek più famoso del mondo, quello di U Bain, 1200 metri, sospeso sul lago Taungthaman. Tutti aspettano il tramonto tra fiori di loto e improbabili afrori di spezie. Una cagna va a controllare i suoi cuccioli sistemati sotto una scala tra foglie e fango. I piccoli monaci accendono le candele che illuminano il tempio. Una sposa cammina lenta seguita dagli invitati.

Ancora in barca per raggiungere Mingun distesi su sdraio di bambù. La pagoda bianca abbaglia la piana con riccioli di pietra. Custodisce gelosamente il suo Budda e non si rammarica di non essere stata completata. Doveva essere il tempio più grande del mondo. Ma il re che ne ordinò la costruzione morì improvvisamente è così rimase incompiuta. Ci si arriva attraversando un villaggio di bambù, un altro tempio e un monastero e dopo aver visto la storica e monumentale campana Mingun Bell. Al ritorno nel villaggio si fa festa: alcuni ragazzi giocano a calcio con la maglia del Milan, altri tentano di conquistare il palo della cuccagna con varie strategie. Si riparte dopo aver toccato la piccola mano di un bambino che chiede qualcosa. Ma non si può dare denaro a un bimbo. Ne offendi la dignità e forse lo rovini per sempre. Magari un dolcetto. Sembra deluso. Guarda la mamma che con il fratellino più piccolo in braccio disapprova. Si parte col cuore in subbuglio.

Di nuovo in barca per raggiungere l'Inle resort, un villaggio coloniale nella foresta. Il giovane pescatore sembra un ballerino. In posa plastica su una gamba sorregge la gabbia da pesca. Altri pescatori, poco lontano, si adoperano magistralmente attorno alle reti con le braccia e, con una gamba, remano e governano la barca in perfetto equilibrio. In navigazione sul lago Inle in una canoa a 5 posti che sfreccia a tratti tra fiori di loto e gli orti galleggianti degli abitanti dei villaggi di palafitte si vedono scorrere i riti quotidiani della popolazione. Lungo il percorso è possibile visitare fabbriche di seta di loto e di sigari birmani dove lavorano le donne del villaggio che, per arrotondare, offrono piccoli tour in pittoresche canoe di legno a remi. Si chiamano canoe lady, un'iniziativa coordinata da Myo Min Zaw che permette un turismo sostenibile rispettoso del delicato ecosistema dei villaggi sull'acqua. Il bagaglio è sempre più ricco. Le emozioni sono i migliori souvenir. Le immagini scorrono e il cuore si tuffa insieme ai bambini che giocano e piroettano come delfini lanciandosi nel lago dalle loro case.

tratto da "Milano 24orenews" dicembre 2018

Cover MI24 Dicembre 2018

Condividi
comments
  • Menabrea_2
  • Menabrea_1

Curiosità