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La santoreggia combatte il malumore

santoreggia

Molto usata sia come erba aromatica che per le sue proprietà officinali, era conosciuta dagli antichi Romani con il nome di Satureia, "erba dei Satiri", per la sua pelosità che richiamava quella dei satiri, ma anche per le sue ritenute notevoli proprietà afrodisiache, tanto che gli antichi raccomandavano moderazione per il suo consumo, per non scatenare una sessualità smodata. I Greci la dedicavano a Dioniso, capace di far perdere a uomini e donne le inibizioni perché potessero lanciarsi in danze sfrenate e liberatorie. Oggi infusi e tisane di santoreggia si usano in erboristeria come diuretico e rimedio naturale contro vermi e malanni dell’intestino. Ma la nomea di ‘erba d’amore’ rimane. L’aroma avvolgente del suo olio essenziale agisce anche come un antidepressivo naturale grazie alle sue proprietà toniche e stimolanti la risposta ai cali fisici, allo stress e agli sbalzi d’umore, oltre alle tante altre (antisettiche, espettoranti, immunostimolanti, antibatteriche ed antimicotiche, carminative, afrodisiache, coleretiche, spasmolitiche). Insomma questa pianta, chiamata anche "ginseng italiano", è nostra amica e ci aiuta anche ad affrontare in perfetta forma il cambio di stagione.

L’erba dei fagioli

Imparentata con erbe nobili come il timo, la lavanda e la salvia, nell’antica Roma la santoreggia era molto apprezzata ed utilizzata come ingrediente per insaporire i piatti: i romani amavano particolarmente il sapore suo sapore speziato simile a quello del timo, ma più deciso e amaro, tanto da usarlo con ogni tipo di piatto. Durante il regno di Cesare, si ritiene che i Romani abbiano introdotto la santoreggia in Inghilterra, dove divenne rapidamente popolare sia come medicina, che come pianta culinaria. Ancora oggi è molto usata in Inghilterra, tanto che il suo nome in inglese è ‘savory ‘cioè ‘saporita’, ed infatti è usata per aromatizzare moltissimi piatti e insalate. La santoreggia è particolarmente indicata per accompagnare nei condimenti i legumi: i popoli germanici non consumavano mai i fagioli senza prima insaporirli con questa piantina, tanto che essa era da loro denominata “erba dei fagioli”.

Marica De Bonis

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