Luca Barbareschi è uno di quei nomi che attraversano la scena culturale italiana con forza e contraddizione. Attore, regista, produttore, imprenditore teatrale, ha vissuto più di cinquant’anni di carriera tra cinema, televisione, palcoscenico e battaglie culturali. Ma è il teatro – quel luogo di finzione e verità, di buio e bellezza – a restare il suo centro emotivo. Lo incontriamo a Pietrasanta, al Teatro Comunale, dove è protagonista di November (qui il calendario 2026), testo di David Mamet diretto da Chiara Noschese. Un’occasione per parlare di arte, politica, passione e di quella forza che, ancora oggi, lo spinge a salire sul palco ogni sera.
Il mestiere dell’attore secondo Luca Barbareschi
Lei, Luca Barbareschi, ha più di 50 anni di vita professionale: è stato attore, produttore, regista. Qual è il ruolo che più l’ha affascinata in tutti questi anni?
Diciamo il ruolo che più mi muove il cuore, mi dà energia, è quello di recitare. Forse quello apparentemente più banale, ma trovo che invece contenga una restituzione affettiva e un’elaborazione sia intellettuale che spirituale. La più grande energia è quando sono in teatro la sera. Infatti non ho mai rinunciato, arrivato a oltre cinquant’anni: mi dà forza, mi dà felicità, mi dà bellezza, mi piace quel luogo del teatro dove non entra mai la luce, dove non entrano i giornali, dove non entrano i telegiornali, dove non entra la realtà: è un luogo di finzione, altamente elaborativo.
Il teatro come gioco e come rito
Anch’io amo il teatro da una vita. Avevo letto che lei aveva definito il teatro “prezioso”, perché la voglia di uccidere che uno può avere la si può declinare facendo il Riccardo III, ad esempio. Tra l’altro, io ho appena visto a Roma, al Teatro Argentina, Maria Paiato che impersonava splendidamente proprio quel ruolo. Il teatro, per lei, è un gioco.
Esatto, il teatro è fantastico. L’attore dopo aver recitato drammi terribili si rialza e tutto viene rielaborato dal pubblico, non come i videogiochi che sono terribilmente emulativi. Il teatro è un luogo che mi ricorda la grande tenda di Abramo, non so come chiamarla, è un luogo di raccolta di persone diverse che in una stanza, nella loro dignità, nella loro differenza spirituale, religiosa, ancestrale, archetipica, vive un’esperienza comune. Ciò soprattutto in questo momento così difficile, in questa, come direbbe Churchill, che è l’ora più buia dell’Occidente. Se i politici avessero un pensiero positivo verso di noi capirebbero quanto è importante il teatro, e quanto lo è stato storicamente in tutta la storia.
Fondamentale per la salvezza delle persone, ma a cominciare dal 1300, dal 1400, dal 1500, il teatro è sopravvissuto a qualsiasi assessorino alla cultura, a qualsiasi sindaco di provincia o a qualsiasi capo di Stato. Alla fine, devo dire, sono molto contento di questi Academy Awards ad Amnet che è un film strepitoso, perché è un film molto semplice, è una storia d’amore tra Shakespeare è una donna. Dove nel finale io ho pianto talmente tanto che me ne sono uscito per ultimo dalla sala a Napoli. Un finale commovente. Però pensa quanta bellezza si racconta al pubblico nel rapporto padre figlio, uomo donna, cioè in due ore, con uno dei primi piani dei due attori, con le parole di Shakespeare, e con un grande sceneggiatore si arriva giustamente a questo premio.
Luca Barbareschi e la rinascita del Teatro Eliseo
Ecco, questa è la ragione per cui ho investito tutti i miei soldi, anche quelli che non avevo, nel comprare il Teatro Eliseo a Roma.
Questo è veramente meritevole da parte sua, perché l’ha rimesso in funzione.
Ora è stato chiuso per un piccolo periodo. Lo riaprirò e andrò avanti fino alla morte. Poi quando non ci sarò più sarà un problema per gli altri.
Perché è sconvolgente aver avuto dei nemici per questa operazione. Sono passati 12, 13 anni, da quando lo comprai e lo rimisi a nuovo, successe che inaspettatamente ebbi dei nemici all’interno, non solo della cultura e della politica, ma anche da parte di colleghi: solo per invidia sociale. Cioè io in quegli anni invitai tutti: ho fatto 24 spettacoli all’anno, per 10 anni, non chiedendo tessere politiche o partitiche. Stavo lavorando per l’eccellenza, lavorando da Polanski a Peter Brook, da Sorrentino a chiunque, ma nel momento di difficoltà tutti speravano che io fallissi, e anche adesso che ho avuto delle difficoltà e mi sto rimettendo in piedi, ma la forza me la da il teatro. Perché non possono chiudere la mia chiesa, la mia sinagoga, il mio luogo di culto.
La satira politica di “November”
In questo November che vediamo stasera al teatro Municipale di Pietrasanta c’è tutto un ritratto particolare dell’America.
È un capolavoro, un capolavoro di un genio straordinario che si chiama David Mamet. Allora questo testo che io ho messo in scena prima che vincesse Trump, non lo sapevo ancora, perché l’ho annunciato l’anno prima, è stato scritto 28 anni fa. Lei lo vedrà stasera, lei riderà fino alle lacrime, vedrà e dirà: ma non è possibile! Perché l’abilità incredibile di Mamet perché lui paradossalmente lavora sull’attualità ma è attuale perché allora non è l’attualità è una metafora della follia della politica della fine della politica della fine della moralità (come direbbe Jonathan Sacks,il mio capo rabbino.) della politica, e nel momento della moralità finisce, ci sono i soldi e quando tu togli dal tabernacolo, dalla sinagoga o dalla moschea Dio e metti il dollaro, è finito tutto, finito perché finisce l’aspirazionalità.

Però è molto bello perché fa ridere, ha dei momenti commoventi. Chiara ha fatto un lavoro strepitoso, io ho fatto solo l’attore perché è un boccio di culo fare questo spettacolo, che parla ininterrottamente due ore. È chiaro, fa molto ridere, gli attori Simone e tutti gli altri Brian e tutti gli altri sono bravissimi e fa effetto che sei nella Casa Bianca, e vedi come oggi vediamo sul telegiornale, ma era impensabile anni fa, la follia, l’avidità, si è disposti a vendere anche la madre per prendere un voto capisci? Con il risultato che nessuno vota più perché poi il risultato è che l’abbassamento di qualità morale ed etico porta al fatto che la parte sana del paese non vota perché non è cretina. Cosa che è successa anche in Italia, se lei ci pensa noi votavamo al 70% all’80%. Oggi votiamo al 40 %. Siamo diventati stupidi con gli americani. È un paese terribile, terribile.
Dario Fo, l’Italia e le battaglie culturali
Sì, infatti avevo letto che anni fa Dario Fo le aveva detto: “non devi andare via dall’Italia perché così gli faresti solo un favore a chi ti critica“.
Esatto eravamo a cena con Franca Rame a Napoli, mi ricordo che io smadonnavo e dicevo che ero stufo di questi attacchi. Che me ne volevo tornare in America. e lui mi disse: “No, se te ne vai gli fai un piacere. Devi rompere i coglioni a qualcuno fino alla fine”.
Adesso purtroppo sta per chiudere l’Hoepli, anche quella era un’istituzione culturale milanese incredibile.
Io mi ricordo che ho rimproverato amorevolmente Elisabetta Sgarbi, perché era una donna molto intelligente, è stata uno dei migliori editor. Però se tu fai la Nave di Teseo con Eco e poi pubblichi dei libri con quel marchio, fatto da cerebrolesi, non è più la Nave di Teseo, è il traghetto di Civitavecchia. É un’altra roba. Credo che lei non l’abbia presa bene, ma io ero affettuoso. Perché l’Eliseo ha vissuto comunque, perché io anche se ho avuto difficoltà, anche perdendo qualche soldo all’Eliseo, sono entrate persone magari diverse, con stili come Thanks for Vaselina prodotto dalla Carrozzeria Orfeo, oppure Umberto Orsini, o Gabriele Lavia, o Glauco Mauri, o io stesso, o Filippo Dini, comunque che avevo una ragione vera. Certo, poi posso mettere anche un porno, fare uno striptease, però diciamo allora se la Scala invece di far cantare Domingo, fa entrare uno che fa la gara dei rutti, forse riempio una sera, però diciamo, ho profanato una chiesa.
Luca Barbareschi e il declino della qualità culturale
Infatti recentemente è venuta fuori quella cosa che ha fatto male al protagonista di Martin Supreme, Timothy. Ha dichiarato che la lirica e il balletto non gli interessano perché, secondo lui, non li vede più nessuno. In realtà, però, i teatri d’opera sono sempre strapieni.
Ma questa è la hybris di due cretini che vivono a Hollywood e che si fanno di birra. Il problema è che il signor Timothy, che è un bravo attore, ma non sempre sono pensanti questi attori. Loro hanno molta visibilità, ma il fatto che tu abbia molta visibilità non vuol dire che tu abbia anche molto cervello e questo andrebbe tenuto conto anche per fare l’editore di un giornale. Cioè il fatto che è quello dica che il balletto e l’opera sono finite perché lo dice lui, io posso chiederti anche la chimica organica è finita, ma l’ha detto Barbareschi che di chimica organica non capisce niente, perché forse non vale la pena neanche di riportare la mia affermazione.
La situazione dei fondi statali sempre più miseri dedicati ai teatri sia di prosa che di lirica è preoccupante. Vedi il declassamento del Teatro della Pergola di Firenze.
Ma questo accade perché, ogni volta che una persona non competente arriva in un luogo chiave, finisce strangolata dalla propria hybris. Non si rende conto che la hybris prevede sempre, prima o poi, una nemesis. E questo neppure Grillo, che non era stupido, l’aveva capito. La nemesis arriva per tutti. Ma se nel frattempo hai costruito, in modo morale e anche economico, un sistema culturale solido – come accadde con il LIM in Francia – allora puoi resistere. Oggi, con l’AI, quel sistema avrebbe un potenziale enorme. Te lo dice uno che ha portato Internet in Italia per la prima volta con Nichi Grauso, con un’azienda che mi ha fruttato decine di milioni di euro. Senza quei soldi non avrei potuto comprare l’Eliseo.
E oggi l’AI potrebbe davvero rilanciare la cultura italiana. L’unica barriera comune è la lingua, perché noi non abbiamo mai avuto colonie. Gli inglesi, invece, avevano inventato il Commonwealth e lo hanno imposto.
Arte, giudizio e libertà creativa
Lei ha una grande cultura, mi diceva che ha 37.000 volumi in casa. Cosa pensa di questa polemica che c’è adesso per la presenza della Russia alla Biennale d’arte di Venezia?
Mi sembra del tutto inutile. Io penso dell’arte che non c’è giudizio morale sull’arte. Se io per esempio vado domani in un paesino della Russia e trovo Kokoschka o Kandinsky. Lei adesso dice: col senno di poi, ma io ho ereditato una valanga di quadri di Plinio Mesciulam, perché l’ho aiutato quando era cieco gli ultimi anni. Io ho 1000 quadri di Mesciulam è un genio, vale come Kandinsky, ma siccome non sono nella mafia dei galleristi, non è figo. Perché sai che oggi i galleristi vi dicono: è figo perché lo dico io. Per cui il protagonista non è più il quadro è il gallerista è la follia, è desolante.
Il coraggio di ricominciare
Lei ha detto che l’uomo matura a 60 anni.
Non so, io non sono ancora maturato e diciamo io ho il cuore di un quindicenne intrappolato nel corpo del settantenne. Ho ancora passione per l’amore per la vita. Per cui mi sono appena separato per l’ennesima volta, divorziato e ricomincerò una nuova vita, una nuova compagna e si ricomincia. La vita va avanti.
L’incontro con Luca Barbareschi lascia l’impressione di un artista che non ha mai smesso di interrogarsi, di combattere, di credere nel valore del teatro come spazio di libertà e di pensiero. Tra passioni, ferite, provocazioni e rinascite, il suo percorso continua a essere guidato da un’energia che non conosce età. E mentre il sipario si apre ogni sera, Barbareschi sembra ricordarci che il teatro – nella sua fragilità e nella sua potenza – resta uno dei pochi luoghi in cui l’umanità può ancora riconoscersi, elaborare, immaginare. E, soprattutto, ricominciare.

Sergio Buttiglieri
Giornalista e interior designer. Racconta design e teatro con competenza tecnica e sguardo critico. Biografia completa











