Lohengrin di Wagner_ Venezia Teatro La Fenice

Lohengrin alla Fenice e al Costanzi: il mito riletto da Damiano Michieletto

In  questi ultimi tempi ci siamo buttati a capofitto nel Ring, (vedi le pregevoli Trilogie che si sono tenute recentemente  alla Scala) nel Parsifal e nel Tristano e ci siamo messi a snobbare il povero Lohengrin ancora così intinto di pece melodrammatica e grandoperistica, con quel tubante duetto d’amore del terz’atto che potrebbe portare la firma di Donizetti.

Certamente, rispetto a Vascello fantasma e Tannhäuser è un grosso passo avanti nella conquista del mito come territorio d’elezione per il dramma musicale. Ma ciò che trattiene il Lohengrin ( che debuttò in prima assoluta a Weimar alla Statskapelle il 28 agosto del 1850) in una posizione transitoria rispetto alle opere che seguiranno è che il mito vi è ancora sentito come un’antitesi della realtà e una fuga da essa, un rifugio poetico e un asilo di sogno contro le deprecate brutture dell’esistenza. Non vi è ancora compiuta, anzi, neanche presentita, quella totale identificazione e compenetrazione del mito con la dura, feconda realtà della vita, che fa la grandezza colossale del Ring.
«Più Wagner si affonda nel mito, e più lo trovo umano», scriveva uno che aveva capito tutto, Marcel Proust.

La visione di Damiano Michieletto e la forza della scena

E questo Damiano Michieletto lo ha ben compreso. Abbiamo infatti appena visto questa raffinata sua regia  del Lohengrin di Wagner sia a Roma al Teatro Costanzi, sia a Venezia alla Fenice. In entrambi i casi il pubblico ha apprezzato il modo in cui l’opera è stata reinterpretata con grande gusto da questo regista sempre particolarmente innovativo che da anni seguiamo con piacere e ora per la prima volta affronta Wagner. Questa vicenda fiabesca è in sintonia con la sua sensibilità. Storie che hanno una poesia dentro, un immaginario potente lo fanno stare bene, gli danno un senso di libertà molto più che con le storie che hanno un impatto tragico, una forte trama realistica.

Lo scenografo Paolo Fantin, con cui il regista collabora da anni, è stato fondamentale nella realizzazione di questo spettacolo. Perché in un teatro d’opera, dove hai un’aspettativa visiva da parte del pubblico e hai uno spazio grande da gestire, la costruzione di questo spazio è il segno che comincia a definire un po’ tutto.

Questa volta niente barche e cigni, Lohengrin, egregiamente interpretato dal tenore statunitense Brian Jadge, compare in scena vestito di bianco con la sua possente voce annunciata da un iconico uovo che scende dall’alto al centro del palcoscenico. Questo racconto epico la regia di Michieletto lo ambienta con i personaggi  vestiti con abiti contemporanei, con giacche e cravatte tutte dello stesso colore nero che, al solito, a qualcuno dei melomani presenti in sala, hanno lasciato perplessi.

Ambiguità, personaggi e melodia infinita

Da quell’interpretazione del mito come evasione, anziché come realistico impegno, deriva la decantata ambiguità del Lohengrin che gli permise d’insediarsi nei teatri italiani e francesi come un’opera di repertorio: la sopravvivenza dell’aria, nella funzione wagneriana e monteverdiana di «racconto» accanto al primo costituirsi della melodia infinita. Questa, naturalmente nei personaggi negativi, nelle forze del male, Telramondo (restituitoci dal perfetto Claudio Otelli, che ricordiamo di aver ascoltato l’anno scorso al Teatro Regio di Parma nel ruolo di Otello ) e Ortrud  (interpretata egregiamente dalla giovane mezzosoprano  Chiara Mogini fra l’altro vincitrice assoluta del 69° Concorso Comunità Europea per Giovani Cantanti Lirici “A. Belli” di Spoleto), mentre la rotondità della melodia ariosa sopravvive particolarmente nella coppia dei personaggi positivi, così com’è ovvio che in pittura la distruzione del naturalismo ad opera della nuova visione impressionista sia cominciata soprattutto dal paesaggio umile, dalla natura morta, dai panneggi e dai vestiti.

Simboli, finale e lettura contemporanea

Quella di Michieletto non è una messinscena realistica. L’uovo è il simbolo dell’origine, e il mistero del Lohengrin è legato proprio a quello, ci racconta il regista. Che poi viene strumentalizzato nella nostra storia da Ortrud  che in qualche modo crea l’inganno a Elsa. Le dice: tu devi sapere, devi aprire quest’uovo, devi conoscere, devi rompere. Rompere un uovo significa uccidere, l’uovo custodisce l’embrione, preserva la vita.

Se tu rompi un guscio stai uccidendo. E  questa è la sorte che tocca ad Elsa (l’applauditissima soprano Dorothea Herbert) Lei apre l’uovo, lo rompe. Certo rivela la verità, che però coincide con la sua fine.E Michieletto ha voluto concludere l’opera con un tono di speranza, positivo. Anziché vedere Ortrud uccidere Elsa, ho preferito far ritornare in scena il fratellino di Elsa, e Ortrud a questo punto scompare inghiottita dal coro. In questo modo Elsa riporta la giustizia e riconsegna al popolo l’erede, il futuro re.

La storia tra Elsa e Lohengrin è bellissima, al pari di quella di Tristano e Isotta che hanno bisogno di duetti lunghissimi. Come due che stanno al telefono per ore, perché c’è un travaglio interiore.

Musica, direzione e la vitalità del legato wagneriano

Michieletto pensa che l’unico modo per rinnovare il repertorio delle opere liriche è raccontare delle storie di oggi con la musica di oggi. Ed è per quello che il regista adora lavorare per l’inedito. Lui sogna sia come creativo, che lavora in teatro, sia come spettatore, di avere l’opportunità di vedere e creare un teatro musicale inedito.

Prolungati applausi a tutto il cast:

  • alla Orchestra e coro del Teatro La Fenice diretto da Alfonso Caiani,
  • all’Hungarian National Male Choir diretto da Richard Riederaur,
  • al maestro concertatore e direttore  Markus Stenz esperto interprete wagneriano, in piena sintonia con la innovativa regia di Michieletto  di questa mirabile e preziosa coproduzione del Teatro La Fenice, della Fondazione dell’Opera di Roma e del Palau de les Arts Reina Sofia di Valencia.

Stenz ci evidenzia “come la presenza del legato, è molto più evidente che nelle opere precedenti di Wagner. Lohengrinè un grande canto. É una straordinaria partitura dove sicuramente è presente il tono marcato che questi personaggi devono avere. Ma già nell’ouverture ci troviamo di fronte un canto legato che sicuramente definisce i personaggi soprannaturali come Lohengrin, e in certa misura anche Elsa, che per la sua purezza assume anch’essa dei tratti quasi soprannaturali. Poi Wagner utilizza gli archi in modo eccezionale. Più in generale, lui qui fa uso di una notevole quantità di strumenti. La sua musica è un continuo crescendo, così come lo è stata la sua stessa vita”.

Sergio Buttiglieri giornalista e interior designer
Sergio Buttiglieri

Giornalista e interior designer. Racconta design e teatro con competenza tecnica e sguardo critico. Biografia completa

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