Pélleas et Mélisande di Debussy alla Scala

Pélleas et Mélisande di Debussy con la meravigliosa regia di Romeo Castellucci alla Scala

Abbiamo assistito alla Scala alla prima regia lirica di Romeo Castellucci dentro questo tempio della musica amato da tutto il mondo.

Lui lo seguiamo da tanti anni. È un regista e artista visivo riconosciuto a livello internazionale come creatore di un teatro fondato sulla totalità delle arti, rivolto a una percezione integrale dell’opera. I suoi lavori sono tuttora regolarmente invitati e prodotti dai più prestigiosi teatri di prosa, teatri d’Opera, e festival internazionali, in oltre 60 Paesi  che coprono tutti i continenti.

Non a caso nel 2005 è stato nominato Direttore della sezione Teatro della Biennale di Venezia e nel 2008 è stato Artista associato del Festival di Avignone. Ha vinto il Leone d’Oro alla carriera della Biennale di Venezia che,  quest’anno sarà giustamente assegnato a Emma Dante, altra grande regista innovativa che seguo dai primi anni 2000.

Qui finalmente alla Scala Romeo Castellucci ha affrontato Pélleas et Mélisande di Debussy. Il direttore musicale è il giovane Maxime Pascal altro  grande personaggio nel mondo operistico. Lui è attualmente Direttore musicale dell’Orchestra Sinfonica di Helsingborg. E nel 2026 sarà Direttore ospite principale della Deutsche Oper Berlin.

Castellucci ha ideato per il Teatro alla Scala, con grandissimo successo, una memorabile regia dell’unica opera completata da Debussy, curando anche le scene i costumi e le luci.

Questa opera, su libretto di Maeterlinck, ha da sempre affascinato Castellucci. Il suo è un teatro dell’ineffabile, che comunica nascondendosi. E ciò è perfettamente in linea con la poetica del regista che la ritiene estremamente vicina al suo sentire.

Maeterlinck,  a parere del regista, “ha la musica linguistica esatta per il teatro di Debussy.

Si direbbe che libretto e musica escano dallo stesso cuore. Sono due linguaggi che diventano uno, senza essere una mera somma. Un tessuto di una qualità mai vista prima. In questo senso è forse un oggetto unico nella storia della lirica”.

Anche in quest’opera,  come spesso accade in questo mondo, abbiamo un soprano (Mélisande restituiteci perfettamente dalla spagnola Sara Blanch) un tenore (Pelléas, interpretato con grande maestria dallo svizzero Bernard Richter) e un baritono (restituitoci con tutta la sua ferocia dal londinese Simon Keenlyside) e questi tre personaggi naturalmente vivono un contrasto insanabile.  Ma in scena troviamo anche il basso John Relyea nel ruolo di Arkel re di Allemonde, e il contralto Marie-Nicole Lemieux che interpreta Geneviéve madre di Golaud e Pelléas. E infine ci commuove il piccolo soprano Le Petit Yniold, figlio di primo letto di Golaud. Interpretato da Alessandro De Gaspari, del gruppo di solisti del coro di voci bianche dell’accademia Teatro alla Scala.

Yniold in questo mondo è l’innocenza. È il regista sottolinea come Debussy abbia affidato un assolo di cinque minuti a un bambino. “È assolutamente stupefacente.

Credo sia un unico nella storia dell’opera. Yniold è esposto alla furia degli eventi del mondo adulto che non comprende. In una scena straziante Golaud costringe Yniold a spiare per lui. Lo sguardo di Yniold è quello dell’innocente, incapace di mentire. Ma nemmeno questo basterà a Golaud.”

Quest’opera,  andata in scena in Prima Assoluta  nel 1902 a Parigi all’Opéra Comique, arrivó in Italia alla Scala nel 1908 diretta dal grande Arturo Toscanini in italianoFino alle ultime lmemorabili direzioni scaligere di Claudio Abbado (1986) e Georges Prêtre (2005).

Il teatro di Debussy è un teatro algido, dalle basse temperature. Mélisande si annuncia ripetendo il suo personale “Noli me tangere” per ben quattro volte. “Ne me touchez pas!”.

Quando le distanze si accorciano avviene la catastrofe. Golaud strappa i capelli a

Mélisande e Pelléas muore appena la bacia. Per il regista tutto è già avvenuto. Vediamo le ripetizioni di qualcosa che è già accaduto, come in una mise en abyme. 

Castellucci ha ben intuito e lo rimarca nella sua calibratissima regia che per rompere il pudore, per riuscire finalmente a toccarsi, Pelléas e Mélisande hanno bisogno di un trucco teatrale. Assumono i vestiti di qualcun altro per “giocare” a fare l’amore. E i personaggi che scelgono sono maschere carnevalesche della malinconia. Sono personaggi che piangono e ridono. Realizzano le parole straordinarie di Mélisande: ”Je suis heureuse, mais je suis triste”.

Colpisce moltissimo Maeterlinck quando riesce a tradurre, nelle parole più semplici possibili, dei concetti filosofici  universali in grado di fulminare e trafiggere con le parole più umili che anche un bambino può cogliere.

1l dramma di Pelléas, «nonostante la sua atmosfera onirica, contiene molta più umanità che quei cosiddetti “documenti della vita reale” incensati dal verismo letterario e musicale in voga, un’umanità che si significa proprio attraverso il «linguaggio evocativo» del sogno, dove tutto è fisico e irreale allo stesso tempo. Come sono fisici e irreali gli altorilievi e le statue con figure umane, i bassorilievi con fossili, e le teche che Castellucci staglia su fondali ispirati alla pittura paesaggistica romantica.

Un velatino protegge la visibilità realistica della scena, restituendole un effetto nebbia-vetri appannati.
Inutile stropicciarsi gli occhi, que! che c’è al di là non si definisce. «Ne me touchez pas», esatto. L’intera opera viene filtrata, evocata. Esattamente come indicava Debussy. Invano lo sguardo cerca di penetrare. Nei primi quadri il palcoscenico ha una tinta di assieme lattiginosa, per poi virare verso un rosso bruciato e infine su un nero plumbeo. Mai contorni rimangono sempre evanescenti.

Veramente emozionante questa riuscitissima regia lirica di Roméo Castellucci che ha saputo incantare tutto il folto pubblico scaligero.

Sergio Buttiglieri

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