La bela gigogin

Daghela avanti un passo, conosciuta poi in dialetto piemontese per La Bella Gigogin.Gigogin

Durante i dieci lunghissimi anni prima della liberazione di Milano da parte dei Franco-Piemontesi prima della Seconda Guerra d’Indipendenza il popolo d’Italia ha dovuto accontentarsi di applaudire nei teatri tutto ciò che poteva prestarsi ad allusioni patriottiche: non più canti, non più inni come dal 1846 al 1849.

E un’allusione ha voluto vedere nella canzone popolare: La Bella Gigogin.
Nella sera del 31 dicembre 1858 la Banda Civica di Milano, forte di settantadue professori e diretta dal maestro Rossari, dava un concerto al Teatro Carcano, con un uditorio composto dal fiore della cittadinanza milanese.
Alle ore 24, allo spirare del vecchio anno e al sorgere del nuovo, questa banda per la prima volta eseguiva la marcia popolare: Daghela avanti un passo, conosciuta poi in dialetto piemontese per La Bella Gigogin.

Il successo di questa marcia fu eccezionale, pensate se ne chiese la replica per ben otto volte. La banda, che solo poteva esistere sotto condizione che suonasse innanzi al palazzo del governatore e del capo di polizia austriaco, con altri servizi gratuiti, verso le quattro del mattino si recò in corpo a fare la serenata di dovere, seguita da più di ventimila persone, che gridavano a squarciagola Daghela avanti un passo, e per tutto il cammino non poté suonare altro.

In quel Daghela avanti un passo, frequentemente ripetuto, i patrioti volevano vedere un eccitamento per l’Italia ad agire o, perlomeno, a prepararsi ad agire. Un altro verso  si riferiva alla pazienza che dovevano avere gl’italiani: “Bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza”. “Rataplan!.. Tamburo io sento che mi chiama alla bandiera.
O che gioia, o che contento! Io vado a guerreggiar. Rataplan!… Non ho paura delle bombe e dei cannoni, io vado alla ventura: sarà poi quel che sarà. La ven, la ven, la ven alla finestra; L’è tutta, l’è tutta, l’è tutta insipriada; La dis, la dis, la dis che l’è malada per non, per non, per non mangiar polenda. Bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza. Lassàla, lassala, lassala maridà. Con la bella Gigogin, dai sotto alla baionetta; Con la bella Gigogin, dai sotto alla baionetta.

A quindici anni facevo all’amore…Daghela avanti un passo delizia del mio core!…A sedici anni ho preso marito…Daghela avanti un passo, delizia del mio core. A diciassette mi sono spartita…Daghela avanti un passo delizia del mio core! La canzone, scoppiettante di brio, ebbe subito una grande voga. Curiosa coincidenza: essa nacque nella stessa notte dell’Inno di Garibaldi. Sei mesi dopo il suo sorgere, le musiche francesi e piemontesi suonavano la Bella Gigogin, entrando vittoriose a Milano.

Durante la spedizione dei Mille i volontari cantano la Bella Gigogin, detta anche la Milanaise, nella marcia da Marsala a Rampagallo e Nicostrato Castellini. Con la caduta della fortezza di Gaeta Capua i soldati piemontesi cantavano: “Daghela avanti un passo”. In quel periodo oltre a la Bella Gigogin, Fratelli d’Italia, Addio mia bella addio e Inno di Garibaldi. Anche se nel 1860, l’inno di Garibaldi era poco diffuso, per quanto un fratello di Olivieri, che era tra Mille, si adoperasse per renderlo popolare.

Il musicista della Bella Gigogin fu Paolo Giorza, nato a Milano nel 1832 e morto a Seattle (Stati Uniti) sul finire di maggio del 1914. Egli ebbe non solo a Milano ed in Italia, ma in tutta Europa il suo quarto d’ora di celebrità co

me compositore di balli e di opere. Il Fornaretto, Bianchi e Neri, Cleopatra, La Contessa d’Egmont, Il Giuocatore ed altri suoi balli fecero il giro del mondo.
La sua musica era la più eseguita nei salotti delle maggiori metropoli europee. Nel 1867 il Giorza si recò all’estero come direttore dell’Opera di Messico, dell’Avana, poi nell’America del Nord, poi in Australia, dove fu nominato direttore generale degli spettacoli musicali per l’Esposizione mondiale di Sidney. Tornato in Italia nel 1887, scrisse con Manzotti il ballo “Narenta”, e con Grassi il “Rodope”.

Altri grandiosi balli diede a Londra e a Berlino. In occasione del giubileo della regina Vittoria d’Inghilterra a Londra, compose una “Antica Quadriglia Italiana” a lui commissionata dal duca e dalla duchessa di Devonshire, la quale fu eseguita nel loro palazzo da più di cento coppie della nobiltà inglese.
Altri omaggi ricevette da Giuseppe Garibaldi, un segretario del quale, F. Plantulli, lo aveva incaricato di musicare un suo inno ispirato alla guerra del 1866. Il maestro Giorza scrisse la musica e il generale gli scrisse da Como questa lettera: “Mio caro maestro, se mettendo in musica l’inno del nostro amico Plantulli avete attinto la vostra ispirazione dalla febbre di un popolo che vuole spezzare gli ultimi anelli della sua catena e ridiventare degno del suo passato, certamente la vostra opera riuscirà utile ed io sono sicuro del vostro successo.
Credetemi con riconoscenza vostro Garibaldi”.

Giorgio Cortese di Favria Canavese
By Giorgio Cortese
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