Giovanni Ozzola al Lerici Music Festival

Nel dialogo sottile tra musica, paesaggio e sguardo contemporaneo, il Lerici Music Festival accoglie quest’anno la presenza dell’artista e fotografo Giovanni Ozzola. Intreccia la sua ricerca visiva con il tema dell’acqua che attraversa l’intera edizione. Villa Marigola diventa così un luogo di rifrazione. I suoi orizzonti si sovrappongono alle linee del territorio. Restituiscono una forma di ascolto che passa attraverso luce, vento e memoria.

Abbiamo incontrato Ozzola in occasione dell’inaugurazione della X edizione del Lerici Music Festival dove lui quest’anno espone all’interno della prestigiosa Villa Marigola fino al 2 agosto. La manifestazione ideata dal Fondatore e direttore artistico Gianluca Marcianò e dalla collezionista Margherita Amirkhanian nasce dal desiderio di rendere omaggio attraverso la musica alla città in cui Marcianò è nato. Lui attualmente è direttore principale dell’Orchestra della Magna Grecia di Taranto e Matera. Direttore ospite principale dell’Armenian State Symphony Orchestra e direttore artistico dell’Al Bustan Festival in Libano.

Da secoli Lerici affascina scrittori, pittori e compositori, che nei suoi paesaggi hanno trovato una fonte di ispirazione: Affacciata sul Golfo dei Poeti, tra i borghi che si adagiano lungo la baia e i Castelli di Lerici e San Terenzo, la città è il cuore del Festival. Il programma nasce in dialogo con i suoi luoghi e con la comunità che li anima. Il Festival attira musicisti e pubblico da tutto il mondo. Questo respiro internazionale, insieme alla sua missione sociale di far crescere giovani artisti emergenti a fianco di musicisti affermati, ne definisce l’identità.

Questa edizione si chiama Musiche e parole dell’acqua. perché è consacrata all’Acqua, elemento primordiale: origine della vita, movimento, memoria e trasformazione. Ogni concerto esplora una diversa declinazione dell’Acqua attraverso programmi e interpreti la cui identità artistica, carriera e visione conferiscono profondità, credibilità e respiro internazionale al Festival. E, non a caso, questa decima edizione ospita per tutta la durata del Festival la mostra fotografica di Giovanni Ozzola “I miei orizzonti e tu’” in collaborazione anche quest’anno con Galleria Continua di San Gimignano. che nelle precedenti edizioni aveva esposto Arcangelo Sassolino.

Anche quest’anno la docente universitaria Carlotta Sorba e il curatore multimediale Carlo Orsini firmano 5 conversazioni a colazione in vari luoghi della città dedicate al tema dell’acqua, con la partecipazione di artisti contemporanei come Ozzola e critici d’arte e curatori come Eugenio Viola appena nominato direttore artistico del Museo Madre di Napoli. Lui nel 2022 alla Biennale d’arte di Venezia curò l’installazione di Gian Maria Tosatti nel Padiglione Italia. Sponsorizzato, fra l’altro, dai cantieri navali Sanlorenzo. Ozzola presenta la mostra “I miei orizzonti e tu‘ riunendo immagini fotografiche e scultoree, il progetto si compone di visioni acquatiche ed impressioni sonore che propongono l’indagine dell’ignoto come il primo passo, necessario, alla scoperta di sé stessi in direzione di un autentico incontro con l’altro.

Giovanni Ozzola è un artista italiano nato a Firenze nel 1982. La sua pratica artistica spazia tra installazioni, sculture, incisioni, fotografia e video. Con un’attenzione particolare al rapporto tra luce, spazio e tempo. Esplorando temi come l’infinito, il confine tra visibile e invisibile e l’interazione tra uomo e ambiente, la sua produzione si qualifica come una spontanea indagine sui meccanismi sottesi all’esistenza umana.

Abbiamo chiesto a Ozzola di raccontare la poetica che presenta a Villa Marigola. L’artista descrive la presenza, accanto alle fotografie realizzate anche nel territorio di Lerici, di un video girato alle isole Canarie, sull’isola della Gomera, dedicato al Silbo Gomero: una lingua fischiata, patrimonio immateriale dell’umanità dal 2009, oggi insegnata nelle scuole primarie dell’isola. Nel video Sintiempo una figura fischia e parla, in un flusso di coscienza rivolto verso l’orizzonte. Il vento, l’aria, il respiro, l’ossigeno, il pensiero e il logos si trasformano in parola attraverso il fischio, restituendola al paesaggio.

La Gomera è una delle isole delle Canarie in cui lei da anni vive?

Sì, è la mia maniera di mappare il mio ignoto per cercare di capire cosa c’è intorno a me, di quello che è la mia realtà, quindi di fronteggiarla.

Le foto che hai esposto sono fatte qua a Porto Venere e a Lerici e il tu è lo sguardo verso l’altro?

Sì, Verso il mio orizzonte e cerco con questo titolo di spingere l’altro a raccontarmi ciò che lui vede, anche perché la differenza fra il gioco e i miei orizzonti è tu. Perché io voglio vedere, voglio avere una restituzione dell’altro. Quindi tutti questi lavori rimangono sempre sulla soglia.

Ci sono alcuni tuoi lavori fotografici che sono stati fatti per la mostra, altri che invece sono lavori già esistenti?

Sì, c’è una sala che ha una luce artificiale. Un’altra sala ha una luce naturale, come in un corpo, come due occhi. È proprio come lo spazio, come un organismo. Questo lavoro sulla terrazza della villa è invece un lavoro sul paesaggio. Le campane sono campane di navi che hanno viaggiato e che hanno lavorato. Io ho iniziato a collezionarle nel 2006. A un certo punto ho iniziato a inciderle con frasi per me importanti. Alcune volte ho realizzato dei progetti, per esempio al District Six Museum di Cape Town o nella Vana Vieca. In quei contesti chiedevo alle persone della comunità di dirmi un desiderio e una loro paura.

Quindi cosa li tratteneva e invece nella paura di questa idea dell’essere trattenuto e nel desiderio di questa energia che ti spinge verso l’orizzonte. E viene chiamata il faro sonoro e in barca è obbligatorio.

Questa foto l’hai fatta Lerici?

Si, è il bunker di punta bianca. Invece questo è un lavoro che ho fatto in Ardesia permanente, in microcemento e in rame, e sono tutti viaggi. Ho cercato praticamente di fare una mappa dell’umanità e per due anni ho fatto questa ricerca e ho raccolto dai musei i libri di tutti i viaggi di tutti gli esploratori che avevano viaggiato verso l’ignoto e li ho messi una sopra l’altro e le ho incise. Quindi, dove vedi che tante linee si incrociano è perché ci sono delle isole, perché questo è Cape Town.

Evidentemente questo è il Sud America e ho fatto la mappa dell’umanità e di come ci siamo mossi sul pianeta per spingere l’ignoto lontano da noi. Quello che mi interessava ovviamente è il viaggio del singolo e che fa uno scalino per sé, fronteggia le proprie paure, ma in realtà fa uno scalino per tutti noi come umanità. Quindi è l’idea dell’individuo, del singolo, del paesaggio, ma anche della comunità e dell’umanità.

Questa foto invece è punta Sabbioni a Venezia, quindi è idea del faro, dell’uomo, della luce fatta dagli uomini per gli uomini. La porta di ingresso alla Laguna. Una sorta di due occhi aperti con questo blu e questo rosso pensando a un incisione, una sorta di memoria di cicatrice nella nostra memoria, un po’ come essere dentro una testa, dentro un cranio. E queste sono una sorta di occhi che guardano altrove.

Come vi siete conosciuti con Margherita Amirkhanian?

Ci siamo conosciuti perché lei è una grande collezionista. Aveva preso dei miei lavori anni fa, svariati anni fa, dalla Galleria Continua. Abbiamo mantenuto una relazione e un buon rapporto. Ovviamente il titolo del Festival è legato alle onde: immagini e parole dell’acqua. C’era questa idea del movimento dell’acqua. Poi ho voluto venire a vedere qua. Era da tanti anni che avevo persone che mi parlavano dei vari bunker presenti in questo territorio. Sono venuto e mi sono appassionato.

Questa è una sorta di occhio, tu hai proprio questa immagine inaspettata dei crateri, dai buchi che intravedi la bellezza del mondo.

C’è questa relazione fra l’io e il tu, fra una superficie sensibile che è compressa, quello che siamo noi, compressa da due opposti, da due orizzonti. Noi ci abbiamo messo un mondo interiore, da un piano di segni di cicatrici, di cose, e senza quella finestra, senza quel simbolo che è l’orizzonte, non potremmo vivere.

Abbiamo bisogno dell’altro, di quello che è fuori di noi. Ma racconto il momento della notte, in questa struttura, fondamentalmente il nostro occhio analizza tutto quello che è fuori, tutti i segni, tutte le cicatrici, tutte le rughe, diciamo la rottura. E poi l’occhio va verso l’orizzonte. Ti rendi indistinto nella luce non sei più solo, non sei più. Però ho il momento in cui questa idea sembra non esserci più. La paura, non sei più nulla, quindi di conseguenza questo spazio da cui scappi in realtà è anche quello che ti costituisce e ti protegge se vuoi.

Sergio Buttiglieri giornalista e interior designer
Sergio Buttiglieri
Giornalista e interior designer. Racconta design e teatro con competenza tecnica e sguardo critico. Biografia completa

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