Nostalgia

recensione di Valerio Consonni…

C’è sempre una forza e una profondità particolare nelle opere cinematografiche di Mario Martone. L’ultimo esito è Nostalgia, presentato in concorso a Cannes 2022, in concorso per la Palma d’Oro. Il penultimo film di Martone, Qui rido io (2021), è stato presentato alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, riuscendo ad ottenere una statuetta per l’interpretazione di Toni Servillo.

Nostalgia, ispirato all’omonimo romanzo di Ermanno Rea, il noto scrittore di Ninfea Plebea, ambientato in una Napoli porosa ed onirica, il rione Sanità, vede come protagonista Pierfrancesco Favino  nei panni di Felice Lasco, un uomo che torna a Napoli dopo 45 anni trascorsi fra Medio Oriente ed Africa. La madre sta morendo e lui la accudisce fino all’ultimo con tardiva ma amorosa pazienza . Invece di tornare al Cairo dove l’aspetta l’amata compagna di una vita, Felice decide di restare. Rimane perché in attesa dell’incontro fatale con Oreste (Tommaso Ragno), l’amico del cuore di quando erano giovani, sempre incollati. La sua nemesi più oscura e al tempo stesso la forza prorompente che spinge Felice a riscoprire il passato. Ormai Oreste è un noto delinquente del rione Sanità. Felice racconta a don Luigi Rega (Francesco Di Leva) , un prete combattivo e maieuta, la sua storia che nasconde un terribile segreto.

Una Napoli illuminata da una luce antica, lontana dalla città descritta dalle guide turistiche. Giorno e notte, infanzia e vecchiaia , miseria e ricchezza non sono separate, ma ognuna di esse si smussa con l’altra, si fa sottile, diventando porose come la collina dii tufo su cui sorge Sanità.  Lì ogni cosa, fatto, pensiero finisce imprevedibilmente per mescolarsi con il suo contrario.

Nostalgia è una chiamata al valore dei ricordi e della malinconia come strumenti di una riscoperta interiore, non necessariamente un viaggio di piacere; anzi un passaggio attraverso momenti  maledetti che volutamente avevamo cancellato o tenuto prigionieri nei meandri più remoti della nostra coscienza. Felice, dopo tanti anni di lavoro al Cairo, sente il richiamo ancestrale e profondo della sua patria e anche se inizialmente scettico, si lascia guidare dalle strade affollate della città, dal confronto con vecchie conoscenze, dal rinnovato rapporto con la madre che lo ha visto lontano per una gran parte della sua vita.

Pierfrancesco Favino, ancora una volta, ci regala un’interpretazione straordinaria, risultando naturalissimo in ogni suo gesto ed evidenziando brillantemente l’evoluzione linguistica del personaggio che trasforma il suo accento arabo in un convincente napoletano dopo aver subito l’influsso della città.

Martone dipinge, con un film pittoresco e intenso, personaggi dalle sfumature cangianti  e una storia che, seppur lineare, è supportata da un montaggio serrato. I flashback del passato, accuratamente differenziati dal presente con un filtro color seppia e con un formato visivo quadrato, sono infatti ritagliati come fossero momenti e attimi persi nel tempo, che si chiudono improvvisamente senza soluzione di continuità rispetto alla trama principale. Ma il film è anche un omaggio alla Napoli malavitosa e ribelle, ai suoi eroi, alle sue vittime.

Un film che rimane dentro.