FESTA DEL CINEMA ROMA 2016
Festa Del Cinema Roma 2016

ROMA FESTA DEL CINEMA 2016

Retrospettiva al Cinema Trevi

ULTIMO WEEKEND

Festa del Cinema di Roma e Cineteca Nazionale: Gli anni delle immagini perdute. Il cinema di Valerio Zurlini

Programma di venerdì 21 ottobre 2016

ore 17.00 Il deserto dei tartari di Valerio Zurlini (1976, 150’)

Il ventenne tenente di fresca nomina Drogo viene assegnato, forse per errore, alla fortezza Bastiani, ultimo baluardo posto ai confini dell’impero prima del deserto anticamente popolato dai Tartari. Nella postazione avanzata, tutti aspettano con ansia l’eventuale arrivo dei nemici come riscatto dall’opprimente grigiore della vita di guarnigione. «Il primo a voler girare Il deserto dei Tartari è stato Antonioni, poi Vittorio Gassman, Mauro Morassi, Franco Brusati… Insomma, è un progetto che ha interessato un po’ tutti i cineasti italiani. Quasi una chimera, un film impossibile. […] L’interesse per un adattamento cinematografico coinvolge allora i francesi: Jacques Perrin pensa per primo di fare un film a partire dal Deserto dei Tartari. […] Il film, costato quasi due miliardi di lire, ma in Francia ne sarebbe costati tre, è stato coprodotto da Italia, Francia, Germania e Iran. […] La mia intenzione era di fare un finale estremamente fedele al libro. […] Non è stato fatto perché per finire il film abbiamo dovuto pagarci le spese di viaggio. Abbiamo finito tutto il denaro disponibile: Jacques Perrin correva disperato tra Roma e Parigi per trovare il modo di comprare un po’ di pellicola. […] È davvero per la mancanza di mezzi che non abbiamo potuto girare un finale conforme al libro, e seguire il finale previsto da Brunelin nella sceneggiatura. […] Ho fatto otto film, e nei miei otto film c’è un tema minore – quello di Buzzati – che è contenuto nel tema maggiore. Vivere la vita non ha altro fine che lasciarla passare e la morte è l’unica giustificazione. Io arrivo alla morte in tre dei miei film, Cronaca familiare, Seduto alla sua destra, La prima notte di quiete, con lo stesso significato che in Buzzati: la morte è la ragione della fine dei sentimenti. La validità di un sentimento non esiste, la validità di un’illusione non esiste, non c’è idealismo che tenga, non c’è nulla che sia al di fuori dell’amara sopravvivenza. Esiste una consolazione cristiana ma in un senso laico […]. Così, senza arrivare alla grandezza tematica di Buzzati, tutti i miei film si assomigliano, dal primo all’ultimo. È inutile amarsi perché amarsi implica l’infelicità, è inutile credere in qualcuno, perché ci deluderà» (Zurlini).

ore 20.30 Gli anni delle immagini perdute di Alfredo Conti (2012, 90’)

Gli anni delle immagini perdute delinea il ritratto umano e artistico di Valerio Zurlini, scomparso il 26 ottobre 1982, poche settimane dopo aver partecipato come giurato al 50° Festival del Cinema di Venezia. Zurlini sapeva di essere malato e aveva dedicato gli ultimi mesi di vita alla scrittura del proprio testamento spirituale, che uscirà postumo col titolo Gli anni delle immagini perdute. Un bilancio esistenziale spietato, il racconto di un mondo che cambia in modo irreversibile, un appello struggente in difesa del cinema d’autore. Come nel libro così in questo film Zurlini racconta se stesso in prima persona. Secondo uno studiato “disordine” cronologico il regista ripercorre gli episodi più importanti della propria vita, indica le ragioni del suo cinema, ricorda gli artisti che l’hanno formato. Soprattutto Zurlini denuncia le “immagini perdute”, i tanti film cioè che egli scrisse e preparò senza riuscire a portarli a compimento. Tra il 1962 (anno del Leone d’oro per Cronaca familiare ) e il 1982 Zurlini gira solo quattro film, mentre decine sono i progetti che rimangono sulla carta. Gli anni delle immagini perdute torna nei luoghi in cui Zurlini amava ritirarsi a vivere, raccoglie le testimonianze di amici e collaboratori, ripropone il repertorio di interviste e conversazioni, nel tentativo di capire le cause di questo forzato e fatale “silenzio” produttivo.

Programma di sabato 22 ottobre 2016

ore 17.00 Le ragazze di San Frediano di Valerio Zurlini (1954, 90’) (replica)

«È con quest’opera prima, da lui stesso sottovalutata, che Zurlini scopre tutta la sua grandezza: film quasi su commissione che già traccia il suo universo; film che conferma come il cinema italiano fosse rimasto ciclicamente segnato dall’invenzione del giovane Camerini; film accolto da molte sufficienze critiche che per esempio parlavano di cast femminile mediocre di fronte agli occhi di Marcella Mariani, alla tenerezza di Giulia Rubini, alla vitalità sinuosa di Giovanna Ralli, alla giocosità fisica di Rossana Podestà, alla seduzione provocante di Corinne Calvet… per fortuna Zurlini, come il protagonista del film, viveva l’indecidibilità dello sguardo del cinema di fronte all’infinitezza delle presenze che vi irrompono dal reale» (Germani). Malgrado il titolo, che si richiama espressamente al libro di Vasco Pratolini, la sceneggiatura sulla quale stiamo lavorando da due mesi si differenzia, nelle linee generali e particolari, in maniera sostanziale, dall’intreccio e dalle caratteristiche più peculiari de Le ragazze di Sanfrediano di Pratolini. Il breve romanzo del popolare scrittore fiorentino ci è servito soltanto come spunto e suggerimento per un film, nel quale i personaggi pratoliniani, pur mantenendo gli stessi nomi, assumono caratteri e significati diversi. […] È una commedia all’italiana, ma un po’ diversa dai modelli di allora, tipo Pane, amore e fantasia. […] Le ragazze di Sanfrediano era un film spiritoso, allegro, ironico, tutto interpretato da attori alle prime armi, e questo gli dava un’aria di freschezza e di vivacità. Del resto era una commedia piena di malinconia: faceva ridere ma fino a un certo punto» (Zurlini).

ore 18.45 La prima notte di quiete di Valerio Zurlini (1972, 132’) (replica)

Daniele, un insegnante quasi quarantenne senza radici, trova un incarico di supplente in un liceo di Rimini. Entrato nel giro notturno di alcuni mediocri “vitelloni” locali, egli è attratto dalla sua allieva Vanina, già a sua volta legata da un arido rapporto senza amore con uno di loro, il cinico Gerardo. «Tuttavia, direi che La prima notte di quiete è nato davvero per la voglia che avevo di mettere in scena un personaggio del genere. Un personaggio frutto ovviamente di numerosi incontri, forse di certe somiglianze con me stesso, quella base di nichilismo, quel cristianesimo rifiutato ma presente… È un personaggio nato in modo molto strano, in un momento di estrema diffidenza: non trovavo niente di personale da raccontare. Un giorno, mi metto alla scrivania e in venti giorni scrivo in un racconto di cento pagine la storia di quest’uomo alla fine della vita – il racconto esiste ancora e credo che non sia male. Ma questo racconto oggettivo, ha origine anche da quelle stagioni invernali, così brutali, così violente, così incanaglite, così antifemminili, così oppressive, così eccessive, stagioni che pure avevo conosciuto. Quella costiera adriatica che avevo visto l’inverno, quando non c’è l’esplosione del turismo estivo, stretta dal rancore, dalla ferocia, dalla violenza. L’avevo vista, quella violenza dell’uomo sulla donna. La prima notte di quiete è un film molto legato ad un certo ambiente geografico. Contiene anche un aspetto di “storia popolare”: la storia di un uomo che ha un rapporto ormai di morte con gli altri, e che incontra la giovinezza. Una giovinezza che nasconde in realtà la morte: è un romanzo popolare vecchio come il mondo. […] [Il titolo del film] è un verso di Goethe che si può tradurre più o meno così: “La morte, la prima notte di quiete”» (Zurlini).

ore 21.15 Cronaca familiare di Valerio Zurlini (1962, 122’) (replica)

Enrico, giovane giornalista di un giornale romano, riceve l’annuncio della morte del fratello minore Dino. Folgorato dal dolore ripercorre con la memoria il proprio passato, e rivive la sua tormentata “cronaca familiare”, sotto forma di un commosso colloquio col fratello. «Cronaca familiare avrebbe dovuto essere il mio primo film. Sono andato a trovare Pratolini per conoscerlo dopo aver letto Cronaca familiare, un libro che mi aveva colpito in modo incredibile. Così cominciò l’amicizia con Pratolini e nacque l’idea un po’ folle – eravamo nel 1952 – di girare Cronaca familiare a colori. Se il film si fosse fatto all’epoca, saremmo stati su posizioni di totale avanguardia. Quando mi proposero di riprendere il progetto, diversi anni dopo, accettai perché è evidente che Cronaca familiare non era affatto invecchiato. […] In Cronaca familiare ho volutamente abolito i movimenti di macchina, la composizione talvolta un po’ elaborata delle mie inquadrature, ho ridotto al minimo i costumi, l’evocazione storica viene data da qualche simbolo, ho puntato tutto sulla “staticità”, sui dialoghi, sulle battute molto lunghe di tono letterario, ho creduto in un film apparentemente senza storia. […] Mi sembrava che nel libro mancassero delle pagine e chiesi a Pratolini di scriverle. Pratolini riconobbe l’effettiva mancanza di queste pagine, spiegandomene il motivo, ed accettò di scrivere qualcosa per raccontare simbolicamente quello che poteva essere stata l’opposizione tra lui e suo fratello. Di fatto, esistono nel film due sequenze che nel libro non ci sono, ma sono comunque anch’esse di Pratolini» (Zurlini).

Il restauro del film, concluso nel 2005, è stato realizzato dalla Cineteca Nazionale con la supervisione di Giuseppe Rotunno, direttore della fotografia del film.

Programma di domenica 23 ottobre 2016

ore 17.00 Estate violenta di Valerio Zurlini (1959, 98’) (replica)

Riccione, luglio 1943. Un giovane di famiglia fascista si innamora della vedova di un combattente. Ben presto gli avvenimenti precipitano e i due decidono di fuggire. «Molti mi hanno rimproverato di non aver saputo operare la fusione tra il fatto storico e la vicenda privata; dal canto mio, posso dire che Estate violenta è stato fatto tra incredibili difficoltà. Doveva essere girato in otto settimane, non avevo neanche le divise dei soldati, l’abbiamo fatto con quattro soldi in condizioni di miseria estrema fino alla vigilia della scena del bombardamento. Goffredo Lombardo, il produttore, fece allora una scelta che cambiò le sorti del film, decidendo di buttare in quella sequenza i mezzi di un film normale, e anche qualcosa di più. Naturalmente, alla fine, questo “peso” di avventura collettiva, sia pure concentrato nel solo bombardamento, ma messo in scena con mezzi quasi all’americana, capovolge la qualità del film, fino ad allora di natura intimista, tutto nel gioco degli attori, fatto di sguardi, di sottintesi. Grazie a questa fusione finale, il film ebbe un successo straordinario quando uscì: erano in molti a ricordarsi di quel periodo […] e si riconobbero nel film. Con il ritratto dell’ambiente analizzato in Estate violenta avevo cercato non di dare un’analisi critica, ma di ricordarmi di certe impressioni visuali provate nel corso di quell’estate del 1943. Cercavo di ritrovare il vuoto che circondava la gioventù del periodo, un vuoto intellettuale, culturale, un vuoto di fiducia, un’assenza di aspettative nel futuro» (Zurlini).

ore 18.45 La ragazza con la valigia di Valerio Zurlini (1960, 121’) (replica)

Amore impossibile tra Aida, una ballerina dal passato burrascoso e Lorenzo, uno studente timido, serio, di buona famiglia. «La ragazza con la valigia è nato da un incontro. Un giorno, a Milano […] ho incontrato una strana persona, oggi divenuta piuttosto celebre, con cui dovevo girare un filmetto pubblicitario per una marca di automobili. Per due giorni siamo stati insieme per girare il film, e la ragazza, che all’epoca faceva l’indossatrice, mi ha raccontato molte cose della sua vita: si trattava davvero del personaggio di Aida. Quando ho scritto la sceneggiatura, non ho fatto altro che ricordarmi di quello che mi aveva raccontato, di tutte quelle cose tanto tenere, commoventi, buffe talvolta, e così mi sono ritrovato già con un personaggio che viveva di vita autonoma. È bastato accompagnarla con un ragazzo ricordandomi un po’ dei miei sedici anni, poi facendo astrazione da me e guardando il personaggio maschile dal di fuori, per avere quella strana coppia che comincia subito a funzionare perfettamente e continua a funzionare fino alla fine del film. Erano due personaggi stranamente assortiti, appartenenti a mondi differenti, due solitari che esprimono nel loro incontro la volontà di aiutarsi reciprocamente» (Zurlini).

ore 21.00 Il deserto dei tartari di Valerio Zurlini (1976, 150’) (replica)

Il ventenne tenente di fresca nomina Drogo viene assegnato, forse per errore, alla fortezza Bastiani, ultimo baluardo posto ai confini dell’impero prima del deserto anticamente popolato dai Tartari. Nella postazione avanzata, tutti aspettano con ansia l’eventuale arrivo dei nemici come riscatto dall’opprimente grigiore della vita di guarnigione. «Il primo a voler girare Il deserto dei Tartari è stato Antonioni, poi Vittorio Gassman, Mauro Morassi, Franco Brusati… Insomma, è un progetto che ha interessato un po’ tutti i cineasti italiani. Quasi una chimera, un film impossibile. […] L’interesse per un adattamento cinematografico coinvolge allora i francesi: Jacques Perrin pensa per primo di fare un film a partire dal Deserto dei Tartari. […] Il film, costato quasi due miliardi di lire, ma in Francia ne sarebbe costati tre, è stato coprodotto da Italia, Francia, Germania e Iran. […] La mia intenzione era di fare un finale estremamente fedele al libro. […] Non è stato fatto perché per finire il film abbiamo dovuto pagarci le spese di viaggio. Abbiamo finito tutto il denaro disponibile: Jacques Perrin correva disperato tra Roma e Parigi per trovare il modo di comprare un po’ di pellicola. […] È davvero per la mancanza di mezzi che non abbiamo potuto girare un finale conforme al libro, e seguire il finale previsto da Brunelin nella sceneggiatura. […] Ho fatto otto film, e nei miei otto film c’è un tema minore – quello di Buzzati – che è contenuto nel tema maggiore. Vivere la vita non ha altro fine che lasciarla passare e la morte è l’unica giustificazione. Io arrivo alla morte in tre dei miei film, Cronaca familiare, Seduto alla sua destra, La prima notte di quiete, con lo stesso significato che in Buzzati: la morte è la ragione della fine dei sentimenti. La validità di un sentimento non esiste, la validità di un’illusione non esiste, non c’è idealismo che tenga, non c’è nulla che sia al di fuori dell’amara sopravvivenza. Esiste una consolazione cristiana ma in un senso laico […]. Così, senza arrivare alla grandezza tematica di Buzzati, tutti i miei film si assomigliano, dal primo all’ultimo. È inutile amarsi perché amarsi implica l’infelicità, è inutile credere in qualcuno, perché ci deluderà» (Zurlini).

 

 

 

Cineteca Nazionale – Centro Sperimentale di Cinematografia

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