Maggio Musicale Fiorentino 2026 - Giulio Cesare in Egitto

Nel cuore dell’88° Festival del Maggio Musicale Fiorentino, mentre Firenze si prepara a salutare l’ultimo titolo operistico della stagione, abbiamo incontrato Carlo Fuortes, sovrintendente del Maggio, figura centrale del nuovo corso del teatro. L’occasione è di quelle che segnano una tappa: dal 14 al 25 giugno la Sala Grande accoglie per la prima volta nella storia cittadina il Giulio Cesare in Egitto di Händel, capolavoro assoluto del teatro musicale barocco. Un debutto sorprendente per una città dalla tradizione lirica così profonda, affidato alla direzione di Gianluca Capuano e alla regia visionaria di Davide Livermore, con il Coro del Maggio Musicale Fiorentino preparato da Lorenzo Fratini.

Fuortes ci accoglie con l’entusiasmo di chi sa di aver portato a Firenze un tassello mancante, e di averlo fatto in un momento cruciale per il Maggio Musicale Fiorentino, che sta ridefinendo la propria identità artistica con scelte coraggiose e aperture di repertorio. Con queste premesse – e con la consapevolezza delle sfide che il barocco ancora pone ai teatri italiani – il sovrintendente affronta il tema con lucidità e passione. Ed è proprio da qui che prende avvio il nostro dialogo.

Il nuovo sguardo del Maggio Musicale Fiorentino

Carlo Fuortes: «È veramente un piacere fare questo Giulio Cesare in Egitto che nella storia di Firenze addirittura non è mai stato fatto, cosa abbastanza incredibile se si considera appunto che almeno dal Novecento è uno dei titoli barocchi più noti e più eseguiti. E questo però dice qualcosa, dice non solo di Firenze, ma del teatro d’opera italiano in generale e il suo rapporto col barocco, perché non è un rapporto felicissimo quello che l’Italia e i teatri d’opera hanno col barocco. Sta migliorando, per fortuna stiamo cercando di migliorarlo, ma non è una cosa banale da fare innanzitutto per una serie di motivi.

Foto: © Michele Monasta

Da sovrintendente, ogni volta che immagino – e cerco di farlo in ogni stagione del Maggio Musicale Fiorentino – di inserire un titolo barocco, ho diversi problemi da affrontare: innanzitutto quelli della prassi musicale del barocco. Attualmente le nostre orchestre sono orchestre che fanno repertorio fondamentalmente romantico e novecentesco e non sono abituate ad avere quel tipo di prassi musicale.

E quindi è molto importante avere un direttore che riesca, con un’orchestra di un teatro d’opera, a ottenere un risultato artistico di eccellenza. Non è una captatio benevolentiae, ma tra i pochi veramente in grado di fare questo in Italia c’è Gianluca Capuano, che ringrazio per il lavoro che ha fatto».

Tre sfide per portare in scena il barocco

Il tuo rapporto con questo direttore è consolidato da anni, mi pare.
«Sì, avevo lavorato con lui anche molto a Roma e lui riesce davvero a far suonare l’orchestra del livello del Maggio, però un’orchestra che non ha questo repertorio come consuetudine, con risultati molto apprezzabili. Anche perché – secondo problema – normalmente ci sono le esecuzioni fatte con orchestre specialistiche. E ovviamente prendere un’orchestra esterna per un teatro che ha un’orchestra stabile è uno dei problemi principali».

Oltre all’orchestra, naturalmente, c’è il tema dei cantanti.
«Questo è il secondo tema: avere un cast di cantanti che sia in grado di affrontare quest’opera con le vocalità giuste, con la prassi musicale giusta, è fondamentale. In questo caso posso confermarti che ce l’abbiamo».

Terzo elemento: il tipo di produzione quando si affronta un’opera come questo Giulio Cesare di Händel.
«In effetti questo terzo elemento – non ultimo per importanza – è la questione della produzione. Sappiamo tutti che lo stile e la forma dell’opera barocca sono particolari: arie molto lunghe, da capo che ritornano. O si aggredisce questa forma e si costruisce una regia coerente, oppure il rischio è che diventi molto statica. Anche in questo caso, devo dire, non è merito del teatro perché non è una produzione nata qui, ma è una produzione dell’Opéra di Monte-Carlo che ho visto, apprezzato e voluto portare al Maggio Musicale Fiorentino».

Una produzione che reinventa il barocco

Ci racconti questa produzione con la regia di Livermore?
«È una produzione intelligentissima, divertentissima, bellissima, che si ambienta in luoghi continuamente citati: un Egitto molto vicino a noi occidentali, quello dell’Assassinio sul Nilo. La scelta di Agatha Christie si sposa perfettamente con il plot di intrighi, potere, seduzione, tutti contro tutti, tutti che si innamorano di tutti. Cleopatra ne fa di tutti i colori e funziona molto bene. Funziona molto bene anche nel nostro teatro: acusticamente e visivamente. Credo davvero che ci siano le condizioni per fare di questo capolavoro meraviglioso – assolutamente meraviglioso – una produzione di successo».

Come pensi sia il rapporto dell’Italia con le opere barocche?
«Il barocco, purtroppo, in Italia – a differenza dell’amore che ha in altri Paesi – è ancora un po’ indietro. Stiamo cercando di lavorare, spero nel migliore dei modi, per farlo diventare uno dei periodi più amati dal pubblico. È un repertorio che deve entrare più frequentemente nella programmazione dei teatri lirici italiani».

Sergio Buttiglieri giornalista e interior designer
Sergio Buttiglieri

Giornalista e interior designer. Racconta design e teatro con competenza tecnica e sguardo critico. Biografia completa

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