Ravenna Festival: la potenza visionaria di Hindemith
Anche quest’anno il Ravenna Festival, giunto alla sua XXXVII edizione, è di grande qualità. Pochi giorni fa ho potuto assistere a due importanti eventi. Il primo, visto nella Basilica di San Francesco, è stato Il Santo Folle. Francesco, il Sultano, una tenda sulle rive del Nilo, e l’altro all’aperto nella Rocca Brancaleone, il concerto Nobilissima Visione diretto da Riccardo Muti, che con una affiatatissima Orchestra Giovanile Luigi Cherubini ci ha immerso nelle sonorità di Alfredo Catalani (Contemplazione) e soprattutto di Paul Hindemith (Nobilissima Visione, Suite per orchestra del balletto omonimo).
Infine, dopo il concerto, applauditissimo dalla platea impressionata dalla qualità di queste sonorità poco conosciute, abbiamo ripercorso la genesi della composizione che Hindemith scrisse subito dopo aver visto nel 1937, in occasione del Maggio Musicale, gli affreschi di Giotto nella Cappella Bardi in Santa Croce a Firenze. Ne rimase subito irretito, tanto da convincere Léonide Massine a trarne una “leggenda danzata”, messa in scena l’anno successivo sulle scene londinesi. Da quell’esperienza nacque la straordinaria suite da concerto, che debuttò pochi mesi dopo sotto la sua direzione al Teatro La Fenice di Venezia per il Festival di musica contemporanea della Biennale.
La scintilla giottesca e il dialogo tra Muti e Cacciari
Composizione, quella di Hindemith, molto cara a Muti: luminosa, raffinata, segnata da una spiritualità serena che culmina nel trionfo del Santo e del suo Cantico. È vero che la musica segue una grammatica propria, che travalica qualsiasi riferimento poetico o visivo, ma è altrettanto vero che per tanta creazione musicale la scintilla primigenia scocca da qualcosa di extramusicale: un verso, un paesaggio, un dipinto. È ciò che accadde a Hindemith dopo essersi immerso negli affreschi giotteschi.
Dopo questo concerto, che ha incantato il folto pubblico presente alla Rocca, abbiamo avuto il privilegio di ascoltare il dialogo del filosofo Massimo Cacciari con Riccardo Muti: una profonda riflessione sulla figura di Giotto, riletta da Dante a proposito di Francesco. Da una parte uno dei massimi interpreti del nostro tempo, dall’altra un filosofo che ha dedicato pagine decisive al santo di Assisi – in particolare nel suo Doppio Ritratto (Adelphi, 2012) – indagando il rapporto tra visione e pensiero, immagine e trascendenza.
Così, nell’intreccio di musica, pittura e riflessione filosofica, Nobilissima Visione si trasforma in una meditazione sull’idea stessa di arte: un’arte che continua a interrogare il mistero dell’umano e il desiderio di infinito. Questo dialogo ha aperto gli occhi a tutti noi sulla vera essenza di Francesco.
La “Visione Nobilissima”: tra Medioevo francescano e modernità inquieta
Il titolo della composizione di Hindemith allude alla capacità di Francesco di vedere il mondo come manifestazione di armonia, fraternità e ordine spirituale. Ma nella musica non c’è nulla di illustrativo o devozionale: Hindemith, figura centrale del Novecento europeo, guarda alla tradizione con spirito moderno, elaborando un linguaggio severo e luminoso, fondato sulla solidità contrappuntistica e su una raffinata tensione formale.
In questa partitura convivono memoria del passato e sensibilità contemporanea: il Medioevo francescano è filtrato attraverso la coscienza inquieta del XX secolo. Muti ha saputo immergerci nei tre movimenti della Suite. Il primo, Introduzione e Rondò, rielabora i numeri sulla meditazione del santo e sulle sue nozze con Madonna Povertà: il carattere energico e processionale si è espresso lungo linee orchestrali che evocano lo spazio monumentale degli affreschi giotteschi.
Nel secondo movimento, Marcia e Pastorale — che collega il saccheggio della città all’apparizione delle tre donne (Castità, Povertà e Obbedienza) — il ritmo assume una funzione quasi rituale e la scrittura procede per blocchi sonori e accumulazioni timbriche, con una tensione che Muti ha trasmesso con precisione, alludendo tanto al cammino terreno del santo quanto alla disciplina interiore della vita spirituale. Infine la Passacaglia, vertice della composizione: sopra un basso ostinato si dispiega una grande meditazione orchestrale di austera intensità, una sorta di ascesa che celebra il trionfo del santo.
Grandissima serata di altissima qualità quella offerta da questa XXXVII edizione del Ravenna Festival.

Il Santo Folle: il viaggio di Francesco e la forza del dialogo
La serata era stata anticipata dall’inedito lavoro di Guido Guarnieri, musicato da Marcello Fera (violino solista e direttore), visto nel pomeriggio nella chiesa medievale di San Francesco. Una riuscita azione scenica per attrice (Astra Lanz), basso (Ludovico Dal Pra nel ruolo del Sultano d’Egitto), baritono (Nicola Zambon interprete di Francesco), archi (Conductus Ensemble) e il Gruppo Vocale Heinrich Schutz.
Ci ritroviamo immersi nel viaggio che Francesco d’Assisi intraprende nel 1219 per incontrare Malik al-Kamil, il Sultano d’Egitto. Un gesto “folle”, sconvolgente, rivoluzionario: nessun cristiano prima di allora si era trovato faccia a faccia, per tre giorni, con un “re” musulmano. Un avvenimento sospeso tra mito e realtà, che ha segnato un mutamento profondo nelle relazioni tra Islam e cristianità, ma anche tra Occidente e Oriente.
Il contesto rafforza la “follia” di Francesco: la pratica scandalosa della diplomazia, del dialogo, del confronto alla pari con l’“infedele”. Non riuscirà a far tacere le armi, ma inaugura un processo storico contraddittorio che lascia un segno indelebile. Il dialogo non viene narrato direttamente, ma evocato attraverso la memoria di Jacopa de’ Settesoli, aristocratica romana, amica e confidente del santo.
Musica e parola: un teatro che moltiplica il senso
L’operazione teatrale messa in scena da Marcello Fera è di grande efficacia: una miscela di musica e parola che affonda nella radice stessa del teatro e della poesia. Testo e musica intessono un gioco amoroso fondato sul suono: quando questa relazione funziona, uno potenzia, contraddice, amplifica o depista l’altro, moltiplicandone il senso. Nessun testo drammaturgico è univoco: contiene sempre più piani di lettura. La musica, come in questo caso, non fa che ampliare questa molteplicità interpretativa. Lunghi e calorosi applausi hanno salutato la fine di questa rappresentazione che ci racconta gli ultimi momenti di Francesco.
Sergio Buttiglieri











