Le bottiglie Vinium

La storia si ripete, grazie alla “Cantina Tre Monti”,
l’azienda agricola imolese del “Vinum Templarium”

Cassetta Vinium Templare

Finalmente qualcuno che ne sa e che ne fa, è riuscito a replicare lo stesso vino che già bevevano i Cavalieri Templari fino all’inizio del XIV secolo, quando Jacques De Molay, ventitreesimo e ultimo Grande Maestro dell’Ordine del Tempio e 54 cavalieri – appunto detti “Templari” – furono messi al rogo davanti alla cattedrale di Notre Dame a Parigi per ordine del re Filippo IV il Bello, che aveva imprigionato quei Cavalieri, per impossessarsi del tesoro del Tempio (davvero tanto ricco…) e anche perché il re, aveva chiesto all’Ordine diversi prestiti, che non era stato più in grado di restituire…

re Filippo IV il Bello
Re S.A.S. Filippo IV il Bello

Prima di morire Jacques De Molay, riuscì a proclamare l’incolpevolezza dell’Ordine dalle fraudolente accuse attribuite e, secondo la storia/leggenda, lanciò una maledizione contro i responsabili della cospirazione: re Filippo, il papa connivente Clemente V (che pochi anni dopo, al Concilio di Vienna con la bolla “Vox in excelso” sopprimerà l’Ordine) e il cancelliere Guillame De Nogaret, personaggio senza scrupoli pronto a ogni bassezza, d’accordo con il re e col papa.  In effetti, nel giro di poco tempo, l’anatema del Gran Maestro si avverò: papa Clemente V morì il 20 aprile 1314 e, sempre nello stesso anno, morirono anche Filippo il Bello (vittima di un incidente di caccia) e il cospiratore, Guillame De Nogaret, avvelenato.

Guillaume de Nogaret
Guillaume de Nogaret

Tornando all’argomento più gradevole – ai nostri giorni – dopo attente e precipue ricerche eseguite con tutti i crismi dell’ufficialità nell’area bolognese frequentata dai Cavalieri Templari nel XIII e XIV secolo, da ricercatori, scienziati e tecnici accreditati da UNIBO, che hanno effettuato un “carotaggio” nel pozzo del “Pluribus” della chiesa di Santa Caterina, in Strada Maggiore a pochi passi dalle Due Torri, sono venuti alla luce residui di semi vari, anche di  uva e altro materiale “agricolo” a conferma che le comunità Templari di allora vivevano di prodotti della terra, ortaggi, verdure, frutta e “allevavano” anche vitigni, dunque uva, dunque… facevano vino! Già perché i Cavalieri, erano stimati, non solo per il coraggio e la fede religiosa, ma, appunto, anche per il loro buon vino. Da tutto ciò, l’Associazione Templari Oggi, dopo un meditato iter, ha riscontrato nella Cantina Tre Monti di Imola, per posizione, procedimenti e tecniche tradizionali, l’azienda più idonea per tentare di realizzare un prodotto enologico all’altezza di quello di oltre 700 anni fa…

Jacques de Molay
Jacques de Molay

Quindi, utilizzando solo uve Albana, che hanno una tipologia di chicchi grossi e radi fra loro, di colore giallo pallido e con buccia spessa (con cui oggi Tre Monti produce già un’Albana di Romagna DOCG, biologica davvero ottima, “Vitalba”) hanno proceduto alla realizzazione di un “sogno” da anni coltivato (termine più che adatto…) da Mauro Giorgio Ferretti, “Magister” dell’Associazione Templare. Con il metodo a “Guyot-doppio” (tecnica di potatura per favorire la formazione del frutto in un terreno argilloso e asciutto) dopo la vendemmia, a fine settembre, con la successiva maturazione in barrique tonneau in legno francese per 6 mesi e l’affinamento in bottiglia altri 4/6 mesi, alla Tre Monti, hanno ottenuto un davvero egregio vino che ama la metamorfosi, che sa essere intenso, ma anche deciso e alquanto corposo. Un vino “Albana” davvero ottimo! I fortunati che l’hanno potuto degustare, raccontano di un “bianco” che al palato potrebbe essere scambiato per rosso importante, che nel bicchiere si presenta di colore giallo carico con riflessi dorati, al naso esprime evidenti note fruttate di albicocca e floreali di ciclamino e gelsomino, anche erbacee quasi balsamiche. Al gusto dimostra perfetto equilibrio tra alcol, freschezza e deliziosa sapidità.Cantina Tre Monti di Imola

Cantina Tre Monti di Imola

Ulteriore nota di merito, il “packaging”: grazie alla forma della bottiglia poco più stretta alla base, con un’etichetta metallica su cui troneggia una rossa croce patente” (quella tipica dei Templari, dedicata ai patimenti subiti da Gesù Cristo) e nella parte posteriore, in risalto la denominazione “Vinum Templarium” con il logo “Cantina Tre Monti”. Oltre al tappo di buon sughero, una copertura di cera lacca con sigillo templare all’apice.  Operazione pienamente riuscita anche a parere di stimati professionisti del settore enoico come i delegati AIS Romagna (Associazione Sommelier Italiani) Stefano Luppi per Imola e Antonio Corsini per Ravenna, presenti alla degustazione/conferenza stampa.Non per scivolare in retorica, ma un risultato di tale rilievo, acquisito dopo tanti sforzi e conseguito al primo tentativo – pare quasi una risposta di natura… “trascendentale” – considerando pure l’enfasi del suo passato, le azioni consapevoli per tutelarne il mito e per assicurarne la trasmissione a futura memoria.

Vinum Templarium locandina

La commercializzazione – senza scopo di lucro – delle bottiglie in questione, per diritto di “prelazione”, compete solo all’Associazione Templari Oggi* che non cerca risultati commerciali/finanziari, perché ha unicamente come obiettivo, quello di lasciare in ogni dove, in bella vista, una bottiglia “rosso crociata” di Vinum Templarium, per ricordare ai più, chi erano allora e chi sono oggi, i “Poveri Cavalieri di Cristo”, i così detti Templari… Il prezzo? Sicuramente all’altezza della qualità che propone e della storia che assicura (valori che questo vino, superbamente, mantiene – NDR). Chiedere a www.templarioggi.it

conf.stampa Vinum Templarium

*L’Associazione “TEMPLARI OGGI APS” ha sede a Roma e non ha fini di lucro. Persegue le proprie finalità istituzionali (vedasi Statuto: https://www.templarioggi.it/su-di-noi/statuto-vigente-di-associazione-tra-fedeli-cristiani-cattolici/) mediante una serie di attività, quali: proporre ed organizzare conferenze e convegni valorizzando i perenni valori della spiritualità degli ordini cavallereschi cristiani, con particolare riferimento ai “Poveri Cavalieri di Cristo” (detti Templari); realizzare assemblee e pubblicazioni per l’approfondimento della tradizione cristiana-cattolica; recuperare le chiese dismesse a loro affidate, tenerle aperte e custodirne le relative opere d’arte, affinché possano essere luoghi di preghiera per la crescita spirituale dei fedeli; infine, si adoperano per l’allestimento di esposizioni e mostre a tema.

Cantina Tre Monti di Imola logo

Tre Monti Azienda Agricola S.r.l.
Via Lola, 3 – Imola (BO)
t. 0542 657116
tremonti@tremonti.it

Intervista a David Navacchia, titolare di Cantina Tre Monti

f.lli Navacchia titolari Cantina Tre Monti
f.lli Navacchia titolari Cantina Tre Monti

Come è stato essere sfiorati dal “fuoco sacro” trasmesso da Mauro Giorgio Ferretti, Magister dei Templari d’Italia, al punto di mettere in gioco la vostra esperienza e professionalità?
Noi siamo felici di essere stati scelti per questa importante operazione. È stato un privilegio… E anche attuare una tale “sperimentazione” ha stimolato il nostro interesse e la nostra curiosità a livello professionale e personale, perchè siamo stati spinti anche dall’aspetto “fede”… la nostra è una famiglia comunque religiosa, ma non ci saremmo mai sognati di mettere un’etichetta con la “croce templare” su una nostra bottiglia… Un anno e mezzo fa, circa, il Maestro Ferretti venne nella nostra azienda agricola con uno stretto collaboratore esperto di vini (Lorenzo Chiappini, delegato AIS Apuana Toscana e consulente Project Wine) e un paio di ricercatori dell’università di Bologna. Ci raccontarono come era nata la storia, il ritrovamento dei resti di botti e di semini che, analizzato il DNA, fu appurato fossero di un vitigno particolare, rapportabile a quello dell’Albana dei nostri giorni. Al di là del lato pratico, coniugare la voglia di fare rivivere gli aspetti di allora, facenti parte di un mondo cavalleresco, medievale, che i più hanno studiato solo sui libri di storia, ci ha creato notevoli aspettative. “Oggi l’uomo cancella Dio dalla propria vita… e il fatto grave è che pare ci riesca…” (Navacchia cita Charles Péguy) e quindi vedere persone che fanno della loro vita una testimonianza in Cristo, anche solo diffondendo delle bottiglie con i segni della cristianità, in un momento in cui si discute di togliere i crocefissi nelle scuole (…)  ci conquistò e ci buttammo anima e corpo nel progetto. 

Come vi siete organizzati per la preparazione e l’effettiva realizzazione di questo particolare vino?
Sarebbe stato impossibile riportare a nuova vita una vigna solo con dei residui vegetali, tra l’altro di secoli e secoli fa… Una volta individuato il vitigno Albana più adatto per il “Vinum Templarium” (questo è il nome dedicato) – la vite Albana si coltiva solo qui, in Romagna, non esiste in nessuna altra parte del mondo – che poi è la stessa vite che ci dà il “Vitalba” (l’Albana nostro fiore all’occhiello… ottenuta dopo un affinamento proprio in anfora per 10 mesi, con macerazione sulle bucce tra gli 80 e i 120 giorni, con fermentazione del mosto spontanea sempre sulle bucce e sempre in anfore georgiane, senza inoculo di lieviti selezionati…). Alla fine abbiamo avuto un vino dall’approccio cavalleresco, vigoroso, rustico, “molto templare” se vogliamo, un vino importante con acidità, grado alcolico e tannini (i tre elementi tipici dell’Albana che distinguono un buon vino) – “Red wines dressed up as white wines” (vini rossi vestiti da vini bianchi) – sottolinea Navacchia. A lavori fatti, per non dare l’idea di un’operazione commerciale, non abbiamo inserito il Vinum Templarium tra quelli della nostra gamma (oltre all’Albana, produciamo Sangiovese, Trebbiano, i vini tipici della zona, anche il Pignoletto frizzante…).

Dall’esterno è parso che abbiate affrontato tale impegno con grande padronanza. Forse senza rendervi conto della sua complessità, forse sottovalutando tale impegno?
Mah, il modus operandi utilizzato per il Vinum Templarium rientra nei nostri metodi di lavoro: siamo usi alla tecnica dei vini così detti “macerati” cioè vini che stanno per un certo periodo di tempo a contatto con le bucce, tecnica riscoperta di recente, molto simile a quella usata nell’antichità; oggi poi la macerazione si fa in vasca, o di cemento o d’acciaio e anche in “anfora georgiana” (kvevri) da millenni usata per la fermentazione delle uve e per l’affinamento del vino. Inoltre abbiamo usato anche botti di legno – cosa che unisce di più alla tecnica templare – raccolta l’uva, pressato il mosto con le bucce e messo tutto nelle grandi botti di legno, alla fine abbiamo notato che il vino era venuto “diverso” dagli altri che produciamo e questo era un fatto positivo perché non volevamo fare un “doppione” solo con l’etichetta diversa…   

Allora, in termini pratici, com’è questo vino, quali le caratteristiche organolettiche? E gli abbinamenti?
Possiede le caratteristiche tipiche dell’Albana, ma è diverso, ha una connotazione tutta sua: una bella acidità, oltre al colore giallo oro carico dovuto alla macerazione sulle bucce con i tannini estratti: se avessimo separato subito le bucce dal vino, avremmo ottenuto un colore giallo paglierino, magari più beverino, ma senza alcuna personalità; è vino “caldo” in bocca, con sentori di fruttato, albicocca in evidenza, è “orizzontale” più che verticale… rotondo con retrogusto amarognolo come è giusto che sia un’Albana. È anche “facile“, accompagna tutto il pasto (fuorché la carne rossa)… Poi la mente corre a immaginarselo come poteva essere 700 anni fa… Sicuramente aspro, pieno perchè aromatizzato con spezie… Mi ha confermato Ferretti (il Magister dei Templari) che allora era il vino usato per le funzioni religiose: bevuto quindi da abati, vescovi e sacerdoti, là dove nei secoli venne poi usato il “Vin santo”… quindi vino biologico,  vino bevuto in purezza, senza aggiunte di prodotti chimici, come è questo che presentiamo oggi qui, in San Giacomo a Imola…

Quindi si può dire che l’operazione “vino templare”, a parere dell’Associazione Templari Oggi che vi ha commissionato il lavoro e anche degli esperti enologi, che vi hanno aiutato a creare un prodotto nuovo, sia pienamente riuscita?
Questo vino è venuto davvero buono, anzi molto buono e considerando che noi agricoltori creiamo tutto ciò che produciamo anche con il rischio che non tutto vada sempre per il verso giusto (siccità o allagamenti, troppo caldo o gelate…) sono i fattori così detti esogeni, quelli esterni non dipendenti dalla nostra volontà che in questo caso ci hanno favorito e aiutato a creare un ottimo prodotto. Noi (fino a un paio di anni fa, gli uomini di famiglia Navacchia) io David, Vittorio mio fratello, mio figlio Francesco e mio padre Sergio, che è mancato da poco, siamo stati praticamente umili strumenti di questa nobile missione…

Servizio a cura di Gianfranco Leonardi

Articolo precedenteOltre la Forma di Johann Stockner a Galleria Vittoria
Articolo successivoCIBUS. 22esima edizione