Chanty foto di cartacarbone MG 5635 2 r
Chanty Foto Di Cartacarbone Mg 5635 2 R

Dopo aver fatto le prove all’Ariston ho realizzato che è vera musica: suonare con quell’orchestra è da brivido. Devo viverla positivamente anche se non nego che un po’ di timore c’è….ma sono proprio contenta!

Chanty è un’artista figlia di una società che si evolve verso la contaminazione culturale eterogenea, ricca di spunti e nuove influenze musicali. Il motore trainante della personalità di Chanty è insito nel funk soul, originato dai suoi studi e dalla passione per le storiche realtà Motown e Stax. La bellezza di assistere all’evoluzione dei generi risiede proprio nel manifestare le proprie radici attraverso nuove chiavi di lettura di una realtà che ti fa vibrare il cuore quando l’ascolti. Chanty è tutto questo: dedizione, impegno e divertimento.

Chantal Saroldi, 22 anni, nasce da mamma tanzaniana e papà italiano. Vive per qualche anno in Africa, in seguito si trasferisce a Taiwan e poi definitivamente in Italia, a Savona. Chanty racchiude nel suo animo creativo la contaminazione di culture diverse rappresentando una nuova generazione cittadina del mondo.
Vivace e curiosa, Chanty si interessa alla musica fin da piccola e studia canto jazz al Conservatorio di Cuneo. Nelle sue interpretazioni trasmette il calore della propria terra d’origine e la sua voce calda è garanzia di sincerità senza compromessi.

Le note e le parole del brano “Ritornerai” catturano le emozioni che Chanty ha vissuto in questi anni tra Africa, Taiwan, Stati Uniti e Italia. La musica del brano, prodotto da Gigi Barocco e arrangiato da Il Delpho, è stata scritta dalla stessa Chanty e il testo, originariamente scritto in inglese dall’artista italo africana, è stato riadattato in italiano insieme ad Andrea Bonomo e Manuela Speroni.

Come ti è sembrato il teatro Ariston?
“C’è una scenografia pazzesca!”

E l’emozione di salire su quel palco?
“Ho sempre visto quel palco dalla televisione: esserci mi ha dato una grande emozione e mi ha dato una carica strana che spero di riavere quando canterò definitivamente”.

“Vuoi sapere se me la sto facendo sotto?”… questa è la domanda con cui ha esordito Chanty, “…e la risposta è sì”.

Il tema del viaggio ricorre spesso nelle tue parole: avrai coltivato un sacco di esperienze. Quali ricchezze hai raccolto dal tuo continuo viaggiare?

“Io parto dal concetto della relativizzazione delle culture; ogni luogo ha una sua tradizione, ma alla fine, ciò che accomuna tutti i luoghi sono gli esseri umani. Questo pensiero l’ho portato anche nella musica: ogni genere ha un suo modo di presentarsi musicalmente anche se in realtà, quello che accomuna ogni genere è la musica stessa. Io ho questo approccio: non mi interessa classificarmi e darmi uno spazio preciso. Mi interessa invece che ci sia un messaggio e che quello che faccio mi piaccia. Questo è il bagaglio che mi sono portata dietro. Ho studiato un sacco di Jazz, ho sempre cantato musica soul, mi piace il pop; mio padre ascolta classica, leggera e rock….ed io ascolto di tutto, con grande curiosità”.

Rita Levi Montalcini sosteneva che la musica sia un linguaggio universale, quello che unisce i popoli: cosa ne pensi?
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“Anche secondo me: ovviamente lei lo affermava con una certa autorevolezza e io, nel mio piccolo sono pienamente d’accordo. Un mondo sonoro può davvero evocare certi sentimenti in una persona e ci sono anche studi che dimostrano come il suono sia una forma di terapia. È incredibile quello che la musica riesca a fare agli altri, ma anche a chi la fa; quando uno canta lo sente nel corpo ricevendo quella sensazione particolare di liberazione”.

Il teatro Ariston è un teatro particolare: è avvolgente e al tempo stesso intimo. L’ascolto, sia per il pubblico sia per gli artisti sul palcoscenico è davvero “energia allo stato puro”. È un gioiello – raccolto e al tempo stesso compatto –  da cui parte un segnale musicale che raggiunge il mondo intero: è una vetrina di grande eccellenza.

Un tempo gli artisti si esibivano cantando a memoria: oggi fortunatamente il teatro è costellato di gobbi elettronici che suggeriscono “in caso di emergenza-emozione” il testo delle canzoni. Nonostante l’emozione, non si ricordano casi scoop in cui un artista abbia dimenticato il testo della canzone: sarà merito dell’adrenalina?

Anche io mi sono trovata bene con gli schermi, che poi sono una reale sicurezza e un aiuto psicologico in più”…

Come definiresti il tuo stile?
“Eclettico ed emotivo: non saprei definire meglio il mio stile, anche perché ogni giorno mi innamoro di qualcosa di diverso. Ascoltando di tutto, rielaboro l’impossibile”.

Cosa sono per te le radici?
“Me lo sono chiesta a lungo: vivendo in giro per il mondo, soprattutto negli anni in cui – in teoria – è bene mettere le radici da qualche parte, sono convinta che non serva avere un  luogo fisico per mettere radici e per avere un’identità. Grazie alla musica io ho sempre incontrato tutte le persone più importanti della mia vita: quello per me è casa e quindi sono le mie radici. L’importante è sapere chi si è, e poi si possono avere radici ovunque. Domani potrei decidere di trasferirmi in Giappone, stabilendomi lì: non cambierebbe niente”.

Il brano di Sanremo: com’è nato e di cosa parla?
“E nato piano e voce: avevo una melodia che mi ronzava in testa e non vedevo l’ora di darle forma per liberarmi. E’ nato in modo intimo e in lingua inglese (che poi è la mia prima lingua); ho poi tradotto il suo significato in italiano parlando dell’amore in un modo diverso, fotografando un’esperienza che non ho vissuto direttamente io ma ho visto vivere a una mia amica. Ho voluto parlare della figura dell’amante, quella che viene sempre demonizzata. L’amante femmina è sempre vista come la cattiva di turno mentre il maschio no. Ho voluto raccontare questa sensazione di sentirsi intrappolati in un sentimento e di esserne – al contempo –  quasi vittima rassegnata. Contrasto poi con quello che viene detto nel ritornello, in cui si tira fuori la tipica forza femminile, in cui la donna dice – tu tornerai da me – nonostante la consapevolezza che così poi non sarà. Il ritornello, gridato e molto vocale rende bene l’idea di un sentimento”.

Come stai vivendo questa preparazione sanremese?
“Per un mese mi sono trasferita a Milano per lavorare totalmente al mio disco: un mese dedicato solo alla musica, anche per ricordarmi che è il mio motore. Non ho nessun altro tipo di terapia se non quella musicale. Al di là delle aspettative che un giorno ti possono deludere, so di rimanere quella Chantal che ama la musica”.

Chanty foto di cartacarbone MG 5125 2 rSanremo è per te…
“Una sfida che spero sia l’inizio di tante sfide”.

Se il tuo brano fosse un colore, quale sarebbe?
“Nero: sono sempre stata affascinata da ciò che è scuro. Nel mio brano penso di aver evocato delle sonorità scure, con un motivo triste: l’amante si rende conto che quando lui se ne va è come sa la cancellasse. E’ la realizzazione di valere nulla in un rapporto, nonostante nel ritornello ci sia questo grido che poi è una supplica. E’ tutto nero, tutto scuro, anche i suoni elettronici dell’intro”.

A chi dedichi il tuo brano?
“Mi viene in mente una persona ma non posso dirla, anche perché ha vissuto questa situazione: lei capirà”.

Il tuo album, cosa contiene e qual è il pezzo che ti rappresenta di più?

“Ti direi un pezzo a cui sono fortemente legata, scritta con un cantautore hip hop pugliese che si chiama Santiago; il titolo del brano è “Non c’è mai il tempo”. Racconta di quanto i rapporti umani siano così poco approfonditi; il ritornello è nuovamente una sorta di grido che vuole lanciare un messaggio forte per dire che non si riesce a cogliere l’attimo perché è sempre tutto così veloce”.

Mi sento fuori dagli schemi e la musica è quel canale che mi aiuta a comunicare nella vita di tutti i giorni”.

Oggi la musica è fortemente incentrata sui talent: cosa ne pensi di questo fenomeno?

“Penso che il talent sia adatto solo a chi ha una personalità forte, che ha fatto la sua gavetta al di fuori del talent e che partecipa perché ha occasione di spendersi con sicurezza. Sono penalizzate quelle persone che non sempre vogliono usare la parola e l’immagine per comunicare: un musicista che è abituato a scrivere brani suoi a cui viene chiesto di cantare brani di altri, non riesce certo ad emergere. Tanti talenti sono passati da lì e non sono emersi; con questo non voglio demonizzare il fenomeno. E’ importante comunicare alla gente che la musica è una forma d’arte che non va consumata e dimenticata. Qualsiasi personaggio non è solo personaggio perché lo si vede in tv: è un essere umano con un proprio mondo che va rispettato e non snobbato perché ha fatto il talent ed è passato di moda. …Purtroppo è il meccanismo che si vede oggi”.

Prosegue: “Ho scritto un brano per Verdiana, una ragazza che ha fatto Amici: è un talento pazzesco, eppure le persone, sembra si sentano in dovere di snobbare il suo percorso. Il talent mi mette un po’ in conflitto: da una parte dico – meno male che c’è una vetrina – e dall’altro penso sia una vetrina strutturata solo per un tipo di persone. Dov’è la vetrina per gli altri?

Ti viene in mente un grande artista italiano?
“Io amo e non smetterò mai di amare Zucchero. Il modo di cantare i suoi testi e il suo mondo musicale sono unici e mai nessuno è riuscito a plagiarlo. Ogni volta che lo ascolto mi lascia un brivido: potrei ascoltarlo mille volte e ogni volte mi trasmette qualcosa di nuovo. Più cresco e più mi rendo conto di vivere le situazioni di cui lui parla: lui ha la capacità di cogliere certi momenti della vita mettendoli in musica”.

Con chi vorresti fare un duetto?
“Zucchero, ovvio. Oppure, un altro che amo è Jovanotti”.

Un messaggio che lanci ai giovani che si stanno affacciando al mondo della musica…

“Dovete intanto uscire dal concetto di – mondo della musica – iniziando a percepire il vostro mondo. Fate, fregandovene di quello che è il circuito solito: solo portando un messaggio vostro riuscirete a lasciare il vostro segno, che non vuol dire vendere migliaia di dischi ma avere delle persone che alla fine di un concerto ti dicano quanto la tua canzone sia arrivata a loro. Imparate cosa volte dire e il modo migliore per dirlo”.

 

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