Fase2 Censis Fnopi webinar 5 giugno
Fase2 Censis Fnopi Webinar 5 Giugno

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Servono più infermieri per il territorio: ecco chi è, cosa fa
e chi non è l’infermiere di famiglia e comunità

Intervengono: Francesco Maietta, responsabile Politiche sociali CENSIS, Barbara Mangiacavalli, presidente Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche (FNOPI), Tonino Aceti, portavoce FNOPI, moderatore.
Parlamentari: Maria Teresa Bellucci, Paola Boldrini, Elena Carnevali, Vito De Filippo, Vasco Errani, Beatrice Lorenzin, Stefania Mammì, Gaspare Antonio Marinello, Roberto Novelli.

Associazioni: Maria Cristina Dieci (Asbi), Roberto Messina (Senior Italia – Federanziani), Angelo Ricci (Fiagop).

L’assistenza sul territorio è il tassello fondamentale per la tutela della salute dei cittadini, come anche la pandemia ha dimostrato.

E l’assistenza sul territorio si fa concretizzando reti territoriali multiprofessionali di cui esistono già i presupposti normativi come l’ospedale di comunità a gestione infermieristica, normato a inizio 2020 da un’intesa Stato-Regioni.

Questo eviterebbe il ricorso indiscriminato e penalizzante dal punto di vista delle attese e della qualità dell’assistenza erogabile ai pronto soccorso e agli ospedali per acuti.

E si fa grazie all’infermiere di famiglia e comunità, previsto nel Patto per la salute 2019-2021 e ora anche dal decreto Rilancio.

Secondo la ricerca CENSIS-FNOPI Il 92,7% degli italiani (con punte fino del 94,3% nel Nord-Est e del 95,2% tra i laureati) ritiene positivo potenziare il numero e il ruolo degli infermieri nel Ssn e il 91,4% degli italiani (il 95,1% delle persone con patologie croniche, il 92,6% dei cittadini nel Sud) ritiene l’infermiere di famiglia o di comunità una soluzione per potenziare le terapie domiciliari e riabilitative e la sanità di territorio, fornendo così l’assistenza necessaria alle persone non autosufficienti e con malattie croniche.

“I cittadini – sottolinea Tonino Aceti, portavoce FNOPI e moderatore del webinar – hanno chiara la strada che deve imboccare il Servizio Sanitario Nazionale, soprattutto ora con l’esperienza Coronavirus: investire molto di più sulla professione infermieristica esaltando lo sviluppo delle loro competenze e riconoscendogli nuove responsabilità, a partire dalla figura dell’infermiere di famiglia e di comunità, ma anche intervenendo sulle profonde carenze di organici con le quali gli infermieri fanno i conti. In questo modo ad aumentare da subito sarà il livello di accessibilità alle cure territoriali e domiciliari da parte dei cittadini con fragilità, che in questi mesi di emergenza coronavirus si sono dovuti scontrare con un vero e proprio congelamento dei servizi, ma anche l’accesso all’assistenza ospedaliera, attraverso la riduzione delle liste di attesa. Con il Decreto Rilancio, attualmente in fase di conversione in Legge, la politica ha la straordinaria opportunità di dare risposte concrete, allineate e coerenti con i bisogni e il punto di vista dei cittadini emersi da questa indagine. Monitoreremo con attenzione le scelte che si metteranno in campo perché non possiamo permetterci di sprecare anche questa possibilità

Chi è l’infermiere di famiglia e comunità

È un professionista – le forme contrattuali le decideranno Regioni e Governo – responsabile dei processi infermieristici in ambito familiare e di comunità, con conoscenze e competenze specialistiche nelle cure primarie e sanità pubblica. Promuove salute, prevenzione e gestisce nelle reti multiprofessionali i processi di salute individuali, familiari e della comunità all’interno del sistema delle cure primarie e risponde ai bisogni di salute della popolazione di uno specifico ambito territoriale di riferimento non erogando solo assistenza, ma attivandola e stabilendo con le persone e le comunità rapporti affettivi, emotivi e legami solidaristici che diventano parte stessa della presa in carico.

L’infermiere di famiglia e comunità svolge attività trasversali per accrescere l’integrazione e l’attivazione tra i vari operatori sanitari e sociali e le risorse sul territorio utili a risolvere i problemi legati ai bisogni di salute.

Cosa fa l’infermiere di famiglia e comunità

Ha il compito di svolgere cure domiciliari rispetto all’istituzionalizzazione (ricoveri), garantendo le prestazioni sanitarie necessarie e attivando le risorse della comunità per dare supporto alla persona e alla famiglia nello svolgimento delle attività di vita quotidiana.

Agisce a livello ambulatoriale, come punto di incontro in cui i cittadini possono recarsi per ricevere informazioni e orientarsi ai servizi ed eroga prestazioni incluse nei livelli essenziali di assistenza rivolti alla prevenzione della collettività, della sanità pubblica, e dell’assistenza di base inclusi interventi di educazione alla salute

Agisce anche a livello domiciliare, a livello comunitario con attività trasversali di integrazione con i vari professionisti e possibili risorse formali e informali, a livello di strutture residenziali e intermedie. Supporta il cosiddetto Welfare di comunità.

Cosa non è l’infermiere di famiglia e comunità

“L’ infermiere di famiglia e comunità – spiega Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI) – non è l’assistente di studio del medico di medicina generale e non è ‘assunto’ da questo, ma è una figura professionale che insieme ad altre figure professionali forma la rete integrata territoriale, prende in carico in modo autonomo la famiglia, la collettività e il singolo. Ha un ruolo anche proattivo per promuovere salute, educazione sanitaria per la persona sana e la famiglia e la comunità e insegna l’adozione di corretti stili di vita e di comportamenti adeguati”.

“Se poi – aggiunge la presidente FNOPI – assiste una persona non autosufficiente, cronica o disabile, coordina anche, come indica l’OMS, le reti territoriali di presa in carico. Abbiamo già esempi di lavoro d’ équipe multiprofessionale come nei consultori o nella rete della salute mentale”.

“Si tratta – spiega – di équipe multiprofessionali dove c’è necessariamente il medico di famiglia il pediatra di famiglia, ma anche gli assistenti sociali, con i quali gli infermieri condividono molto a livello di attività territoriale quando assistono fragilità e disabilità, gli psicologi, le ostetriche e altre figure professionali come i fisioterapisti, i logopedisti. Tutti a domicilio con un meccanismo di coordinamento professionale che è una sorta di adattamento reciproco tra professioni. E tutto questo – aggiunge – si porta dietro anche modalità di assistenza come la telemedicina, la teleassistenza, il telenursing: la vera innovazione è la capacità di guardare attraverso punti di vista diversi i bisogni dei nostri cittadini”.

Come è formato l’infermiere di famiglia e comunità

La sua formazione è a livello universitario, in percorsi post-laurea (Laurea Magistrale, Dottorato, Master di I Livello), superando, appunto, il modello prestazionale e dando spazio a nuovi modelli di prossimità e proattività che anticipano anche il bisogno di salute e sono rivolti a sani e malati.

La sua preparazione prevede anche ruoli complementari come il care managereHealth monitoring ecc. per dare forte sviluppo alla rete sociosanitaria, con la possibilità di agire in differenti ambiti (dall’ambulatorio al domicilio) con funzioni multiprofessionali in raccordo diretto con il medico di medicina generale, il pediatra di libera scelta, gli assistenti sociali e così via.

I risultati raggiunti dove c’è già

Dove è già attivo (in Friuli Venezia Giulia ad esempio dove lo è dal 2004, ma così si sta rivelando anche in Toscana e in altre Regioni dove la sua attivazione ha già preso piede prima dell’introduzione nel Patto, sono rilevanti a partire da una  risposta immediata alle esigenze della popolazione, che si rivolge al servizio di Pronto Soccorso in modo più appropriato (in un triennio il Friuli VG ha ridotto i codici bianchi di circa il 20%).
Poi anche una riduzione dei ricoveri (agisce prima che l’evento acuto si manifesti) e del tasso di ospedalizzazione del 10% rispetto a dove è presente la normale assistenza domiciliare integrata.
Dove c’è, si registra anche la riduzione dei tempi di percorrenza sul totale delle ore di attività assistenziale, passata anche dal 33% al 20% in tre anni, con un importante recupero del tempo assistenziale da dedicare ad attività ad alta integrazione sociosanitaria. 

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