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Maurizio Donadoni

Teatro Oscar  Via Lattanzio, 58/A  Milano

in scena Maurizio Donadonifoto MAURIZIO DONADONI

sabato 15 maggio – ore 19.30

UN INUTILE EROE  documentario teatrale  in ricordo di G. Matteotti
a cura di Maurizio Donadoni

domenica 16 maggio – ore 16.00
IL DIO DI ROSERIO di Giovanni Testori con Maurizio Donadoni

DeSidera Teatro Oscar prosegue la sua stagione con un weekend speciale, che vede protagonista della scena Maurizio Donadoni: in un doppio appuntamento, si avvicenderanno sul palco dell’Oscar il documentario teatrale UN INUTILE EROE (sabato 15 maggio, ore 19.30), dedicato alla memoria di Giacomo Matteotti, e lo spettacolo IL DIO DI ROSERIO (domenica 16 maggio, ore 16.00), tratto dall’omonimo romanzo di Giovanni Testori. 

UN INUTILE EROE  Documentario teatrale in memoria di G. Matteotti
a cura di Maurizio Donadoni

Parlando a dei coetanei del tempo, un Giacomo Matteotti poco più che ventenne (si era iscritto -al partito socialista a tredici anni) aveva detto: “Ogni epoca ha avuto i suoi martiri, le sue vittime, gli inutili eroi che col loro sacrificio, hanno aperto gli occhi e la strada agli altri”. Vent’anni dopo, il 10 giugno del 1924, in un lunedì di sole cocente, a Roma, sul lungotevere Arnaldo da Brescia, quel “ragazzo” veniva rapito e ucciso da un gruppo di “arditi” del fascio milanese, comandati da un certo Amerigo Dùmini, detto “dodici omicidi”. Era una squadra della cosiddetta “Ceka fascista”, organismo segreto ma neppure tanto, voluto da Mussolini per mettere a tacere gli oppositori. Oggi una via, un corso, una piazza Giacomo Matteotti esistono in molte città d’ Italia. E se qualcuno vuole sapere come ci si arriva rispondiamo con facilità. Se però ci viene chiesto a bruciapelo chi era Giacomo Matteotti, pochi di noi saprebbero andare oltre un generico: “deputato socialista rapito e ucciso dai fascisti.”  Che si sappia così poco della storia di questo “inutile eroe”, grazie al cui sacrificio, e a quello di tanti altri, oggi viviamo in libertà, è un peccato. Il suo rapimento ed assassinio fu uno snodo fondamentale nell’affermazione del regime totalitario in Italia. Per qualche tempo, in seguito a quel delitto, il fascismo sembrò sul punto di “sfasciarsi”.  L’occasione, com’è noto, fu persa dalle opposizioni che, ritiratesi dal parlamento, furono sbeffeggiate da Mussolini che potè impunemente dichiarare di assumersi tutta “la responsabilità politica, morale, storica” di quanto era avvenuto. E via, a passo di parata, verso la dittatura. Ma anche la vicenda umana di Matteotti, che con quella politica si intreccia inestricabile, è davvero interessante. A partire (scorrendone al contrario la biografia) dal  rapporto intenso e passionale con la moglie Velia; alle ore passate a giocare carponi sul pavimento di casa, in via Pisanelli 40, con Matteo, Giancarlo ed Isabella, i tre amatissimi figli; a quelle passate a spulciare bilanci dello stato nella  biblioteca parlamentare; alle incomprensioni con alcuni compagni di partito a causa del suo status di “socialista milionario”; all’attività comunque instancabile a favore dei contadini del  natio Polesine; agli scontri dentro e fuori la camera dei deputati con i fascisti; all’ attaccamento per i due fratelli morti prematuramente, Silvio e Matteo, con cui giocava, a Fratta Polesine, nella bottega di mamma Elisabetta e papà Gerolamo.    

Nel documentario teatrale “UN INUTILE EROE” un anziano avventore e una giovane turista si ritrovano per caso a chiacchierare al tavolino di un bar all’aperto, serviti da un premuroso cameriere. Quand’ecco riemergere, da chissà dove, una voce fuori campo, quella di una vecchissima signora, testimone, per privilegio d’anagrafe, dell’epoca. Comincia a dialogare col terzetto per poi ripercorrere a ritroso la storia e la vita del martire socialista. I quattro capitoli in cui la narrazione del caso si divide, prendono in esame i vari processi giudiziari, nonché l’intreccio politico- affaristico che, secondo alcuni, potrebbe essere alla base del delitto. Soffermandosi però anche su aspetti meno noti della vicenda, ad esempio la passione di Matteotti per Shakespeare, aprendo nel contempo uno squarcio sull’Italia dell’epoca. Fatta di ingenuo consenso popolare e di scaltriti speculatori d’alto bordo; di bambini che offrivano al duce i loro temi sgrammaticati e di alti gerarchi trafficanti di residuati bellici; di canzonette patriottiche e soldati lasciati nel deserto senza munizioni; di corruzione, tangenti, affari sporchi e insieme di entusiasmo, giovinezza e sincero amore per la patria. Lo sfondo, insomma, su cui si delinea potente la figura di un uomo dall’aspetto gentile, dal carattere inflessibile, la cui condotta non deviò mai dalla linea tracciata tra due punti fermi: giustizia e libertà. Giacomo Matteotti era uno dei pochi deputati italiani dell’epoca che sapessero l’inglese. L’aveva studiato per leggere Shakespeare in originale. Quando, da ultimo non esitò ad opporsi, lui solo, con le armi della democrazia, alla violenza fascista, chissà che la spinta decisiva, tra le altre, per superare i dubbi residui, non glie l’abbiano data i più famosi versi dell’Amleto, e di tutto il teatro occidentale: “essere o non essere, è la questione…”. Ma in originale: “To be or not to be: that is the question…”  

IL DIO DI ROSERIO di Giovanni Testori  con Maurizio Donadoni

Siamo nella prima metà degli anni Cinquanta, periferia di Milano. La guerra è abbastanza vicina da non potersela dimenticare e abbastanza lontana da potersela dimenticare. La neo-Italia è in fermento, sta per cementificarsi, motorizzarsi, sta per lasciarsi alle spalle la disfatta bellica e sociopolitica per buttarsi nella rincorsa verso lo sprint del benessere, verso il traguardo sul cui striscione di pezza, insieme alla prima, timida ma già invadente pubblicità di un aperitivo, sta scritto in stampatello maiuscolo “BOOM ECONOMICO”. È un Italia in fuga per strade ancora mezze sterrate, ma anche per i primi asfalti che sanno di benzina nella corsa che ha per premio gli anni Sessanta.

E di corse – ciclistiche- si parla ne “Il Dio di Roserio”. Un Dio di periferia milanese. Un corridore dilettante, il Dante Pessina, portacolori della “Vigor” del presidente Todeschi, e del suo gregario, il Sergio Consonni. Il Pessina, lo sanno quelli della “Garibaldi”, della “Villapizzone”, di tutte le altre squadrette rivali, è il più forte e diventerà un campione, c’è da scommetterci. È vero lavora al distributore del signor Gino, ma ancora per poco. Quelli della “Bianchi” gli hanno messo gli occhi addosso. E se vince alla “Milanesi” e poi ancora all’ “Olona” le prossime due gare, magari con un bel distacco, di sicuro lo mettono in squadra tra i professionisti, tra le divinità del “Giro”, che, una corsa sì e l’altra anche, c’hanno il labbro storto sulla “Gazzetta”. Basta distributore, minestre riscaldate, gabinetto nel cortile e povertà. Il successo, il cambio di marcia è li, a portata di mano come il codino di pelo di una giostra, basta essere più veloci degli altri e oplà, è fatta, diventa tutto un giro di regalo. Ma il giorno della “Milanesi” il Pessina non sta bene, c’ha mal di pancia. Il Consonni, che non è proprio un Dio ma quasi, l’ha capito e, chissà perché, tirata la fuga al Pessina, staccato il gruppo di nove minuti, invece di amministrare la gara a vantaggio del capitano, continua a “tirare” come se volesse vincere lui la corsa, per una volta stanco di fare il servo. “Mola, troia” gli grida il compagno, ma lui niente, si butta in pendenza alla disperata verso il traguardo di Como. Ed è così che il Pessina raccogliendo le ultime forze gli si fa sotto in discesa e, di proposito, in un tornante, lo butta fuori strada. Il Consonni cade, si spacca la testa e resta lì, quasi morto, stupido per tutta l’eternità. Fine della corsa. Nessuno ha visto, nessuno ha sentito. Il Pessina ha vinto anche questa volta, è proprio imbattibile. Peccato per il Sergio, ma il Pessina giura che lui glie l’aveva detto, aveva anche cercato di fermarlo, purtroppo non c’era riuscito, quello si era buttato giù dalla ripa come un dannato, poi su quella curva quel sasso, quel sasso maledetto. È la versione ufficiale E così al Pessina la strada verso il successo gli si apre davanti diritta e plastica. Certo ha un po’ di rimorso per aver mezzo ammazzato il compagno, ma l’importante è stracciare gli altri, arrivare al “Giro”, finire in prima sulla “Gazzetta”. Cosa che, sicuro come l’oro, succederà. Infatti, puntuale, con un nuovo gregario più addomesticabile, il Pessina vince, solitario, anche all’ “Olona”. Chi se ne frega se il Consonni rimane scemo per tutta la vita, sono cose che a un Dio, anche se solo di Roserio (ma per il momento, poi si vedrà) gli interessano mica tanto.

Uno spaccato, quello che Testori ci da dell’Italia padana, nel racconto lungo “Il Dio di Roserio”, di tragicomico crudele spessore. In un impasto potente di lingua e dialetto, miscelando suoni, odori, cadenze, profumi, colori, incubi, anime e corpi, in una realtà dove interno ed esterno si confondono in maniera inestricabile e naturalmente sperimentale, lo scrittore ci restituisce, insieme al clima esatto di un’epoca anche e soprattutto la visione critica e profetica di una società dove quello che conta è solo arrivare prima degli altri. Come non importa. Gli scrupoli, si sa, non fanno parte, per privilegio di storia e di anagrafe, delle giovani società e dei giovani uomini.

INFO OSCAR TEATRO DESIDERA 

PREZZI BIGLIETTI   Biglietto unico 15€
DOVE ACQUISTARE   Online su www.oscar-desidera.it    Presso la biglietteria del Teatro Oscar a partire da un’ora prima dello spettacolo.
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