Imprese digitalizzazione automazione

Le misure preventive di distanziamento sociale adottate per il contrasto alla diffusione della pandemia favoriscono un’accelerazione delle tecnologie di automazione. Ciò avverrà più rapidamente di quanto previsto da autorevoli studi condotti ben prima che la nostra realtà quotidiana fosse stravolta dal coronavirus. A tal proposito, difatti, l’analisi svolta nel 2017 dai ricercatori dell’Università di Oxford indicava una stima dei posti di lavoro che sarebbero stati robotizzati ed automatizzati entro i prossimi quindici anni, ponendo l’accento sui settori considerati essenziali. Inoltre, veniva presa in considerazione anche l’espansione dell’automazione negli impieghi ricreativi e nel commercio al dettaglio, oltreché nei settori della ristorazione, prevedendo riguardo quest’ultimi un incremento fino all’86%. Allo stato attuale, le industrie hanno un ulteriore motivo per optare verso la robotizzazione, oltre alle già allettanti caratteristiche offerte da una tecnologia di livello sempre più elevato per accuratezza, performance ed efficienza. Ovvero, l’assenza di contatto fisico come requisito fondamentale per garantire lo svolgimento delle attività lavorative in sicurezza. Le soluzioni automatizzate, pertanto, oggigiorno costituiscono un vantaggio sia per la limitazione del rischio sanitario che in termini economici.

Perché la pandemia favorirà l’automazione?

Proprio durante le recessioni, l’adozione dei robot e l’automazione degli impianti rappresentano una soluzione per salvaguardare i capitali a rischio: nella prospettiva di automatizzare circa 50 milioni di posti di lavoro in settori essenziali, il taglio dei salari stimato ammonterebbe a 1,5 trilioni di euro annuali. Catene di approvvigionamento ed industrie essenziali si orienteranno ancor più celermente verso le macchine, sia per superare le criticità innescate dall’attuale pandemia, sia per prevenire un contraccolpo futuro – qualora si dovesse prolungare l’emergenza sanitaria o nel caso di nuove epidemie.

Il settore manifatturiero sembrerebbe essere maggiormente esposto all’accelerazione tecnologica automatizzata, con una rapida transizione di circa il 50% dei posti di occupazione in Italia. Non soltanto bracci meccanici che eseguono l’assemblaggio, ma tante altre mansioni in diversi settori potrebbero essere svolte senza l’intervento umano. Del resto, con il termine “automation” – introdotto a partire dal 1940 per indicare l’utilizzo di apparecchi automatici nell’industria automobilistica statunitense – si fa riferimento a molteplici applicazioni di macchine operatrici, ruoli in cui l’intervento dell’uomo sia più o meno ridotto. Basti pensare ad esempio alla tecnologia Amazon Go, attraverso cui – con la prossima concessione della relativa licenza d’uso – verranno del tutto abolite le casse nei negozi. “Visione computerizzata, fusione sensoriale e deep learning” sono le parole chiave utilizzate per definire le funzionalità di questo genere di automazione, simili a quelle impiegate nelle vetture a guida autonoma. Anche il settore industriale automobilistico si sta preparando ad una ulteriore trasformazione: prototipi di veicoli muniti di robot per le consegne a domicilio sono già stati realizzati dalla Ford, puntando ad una distribuzione globale.

Automazione industriale: chi esegue il controllo?

All’interno degli impianti industriali, la totalità dei dispositivi che compongono gli automatismi dev’essere soggetta ad un sistema di controllo computerizzato. Si tratta dei regolatori logici programmabili – Programmable Logic Controller (PLC) – che operano un intervento diretto su tutte le fasi della produzione, sia per il controllo e la protezione degli impianti, sia riguardo lo svolgimento delle mansioni assegnate alle macchine. Sui PLC l’intervento umano avviene solo nella fase della programmazione, essendo basati su degli algoritmi. Le informazioni destinate ad un operatore umano vengono indirizzate in tempo reale per monitorare i processi, tramite l’interfaccia dedicata – Human Machine Interface (HMI). Sistemi PLC e HMI costituiscono una parte del sistema di supervisione industriale, il quale nel suo complesso hardware è chiamato Supervisory Control And Data Acquisition (SCADA). Come appare evidente, anche il controllo dell’automazione è in prevalenza affidato a computer, algoritmi ed all’intelligenza artificiale.

Il futuro dell’economia italiana: robotica, automazione e smart working

Secondo l’economista Patrizio Bianchi – ordinario di Economia e Politica Industriale presso l’Università di Ferrara –, dev’essere al più presto programmata una specifica strategia industriale italiana: “È oggi, allo zenit di questa crisi, che va elaborato un piano economico, se non vogliamo che questa emergenza sanitaria terribile ne chiami un’altra che ha conseguenze ugualmente profonde e nefaste sulla vita delle persone”. Il professore ha evidenziato la “capacità di adattamento straordinaria” che contraddistingue il nostro Paese, facendo riferimento in particolar modo al fatto che, nell’arco del primo mese di lockdown, la didattica a distanza negli atenei e nelle scuole sia passata da zero alla quasi totalità degli istituti. Parallelamente, le aziende hanno fatto ampio ricorso al lavoro agile per i servizi e le attività non prettamente produttive.

Ulteriori analisi di Bianchi confermano la futura spinta all’automazione industriale: “Le produzioni che saranno portate indietro dovranno essere competitive ma diventeranno sempre più automatizzate. Vanno eliminati tutti i rischi connessi alle produzioni ad alta intensità di lavoro. E questo si può fare in due modi: portando tutti i servizi a lavorare da remoto, comprese le funzioni aziendali non core delle manifatture, dalla finanza alle risorse umane e rendendo sempre più robotiche le manifatture. Non ritengo questa transizione impossibile, per quanto durissima. E non la vedo impossibile per due ragioni: la prima è la nostra capacità di adattamento già dimostrata e descritta, la seconda è che siamo leader assoluto nella produzione di macchine industriali e dunque abbiamo tutto da insegnare al resto del mondo”.

Cosa ne sarà dei milioni di lavoratori rimpiazzati dai robot?

Se, da un lato, illustri economisti come i premi Nobel Esther Duflo e Abhijit Banerjee sembrano concordare sul fatto che, nel lungo periodo, gli effetti di una crescente automazione sulla società rappresenteranno un fenomeno positivo, rimane tuttora da comprendere quale impatto avverrà sulle persone prossimamente coinvolte in una simile fase di transizione. Del resto, a tale proposito sono stati i medesimi Banerjee e Duflo a sottolineare come “il lungo periodo rischia di essere molto lungo”. Una delle poche certezze è che le competenze professionali si orienteranno necessariamente verso le interazioni uomo-macchina, a partire dalla programmazione fino alla manutenzione. In altre parole, saremo le prime generazioni che dovranno essere pronte a relazionarsi direttamente coi robot.

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