Il 2025 si chiude lasciando un’eredità complessa: tensioni globali, fragilità interne e un’Europa che prova a rialzarsi. È un anno che ha mostrato quanto il mondo cambi più velocemente della politica. E quanto la distanza tra emergenze reali e risposte istituzionali continui ad allargarsi.
Le relazioni tra Stati Uniti ed Europa si sono fatte più fredde, quasi una trama alla Franzen. Non ci sono rotture plateali, ma un logoramento silenzioso fatto di calcoli e pazienza forzata. Sul fronte interno, invece, non sono mancati scandali, gaffe e polemiche che hanno alimentato sfiducia e incertezza. Eppure, in mezzo al rumore, l’Italia ha ottenuto risultati significativi sul piano internazionale, venendo osservata come possibile guida dell’Unione.
A rendere più cupo l’orizzonte è il peso delle guerre. L’Ucraina e Gaza restano ferite aperte. In Africa e in Asia, conflitti di lunga durata continuano a consumarsi lontano dai riflettori, ma non dal nostro stato d’animo collettivo. È una geografia della sofferenza che incide sul clima emotivo globale, come un rumore di fondo che non si spegne mai.
In questo scenario, il tema della responsabilità torna centrale. Non riguarda solo i governi, ma l’intera classe dirigente. È un invito a guardare oltre il ciclo elettorale e a pensare al domani più che al consenso immediato. Una sfida culturale prima ancora che politica.
Che cosa ci porterà il 2026?
Forse vale ancora la massima attribuita a Winston Churchill: un politico diventa uomo di Stato quando il suo sguardo si sposta dalle prossime elezioni al futuro di chi verrà dopo di noi. La domanda, oggi, è quanti abbiano davvero il desiderio di compiere questo salto.
Il 2026 arriva così: con domande aperte e con la richiesta di un nuovo coraggio. E con la consapevolezza che il mondo non aspetterà i nostri ritardi. Le luci possono spegnersi in fretta, ma la volontà di riaccenderle dipende ancora da noi.











