Il riconoscimento del contagio Covid-19 in ambiente di lavoro come infortunio apre la discussione sulla responsabilità civile e penale del datore di lavoro. I chiarimenti dell’Inail, i timori dei datori di lavoro. All’indomani del riconoscimento del contagio da Covid-19 in ambiente di lavoro come infortunio si è aperta la discussione sulla responsabilità civile e penale del datore di lavoro. Sul tema c’è stato di recente un intervento dell’Inail che ha cercato di mettere chiarezza, indicando nei protocolli e nelle misure sulla sicurezza il requisito fondamentale, ma il timore espresso dai datori di lavoro è che, con queste premesse, ci sia il rischio di procedimenti per accertare l’eventuale dolo in caso di contagio e conseguenti sequestri. Ma quale è la situazione di tutela dei dipendenti? Quali i rischi per datori di lavoro, farmacie incluse?Il nodo della responsabilità del datore di lavoro è emerso, in modo particolare, a seguito del cosiddetto Decreto Cura Italia – e della relativa circolare Inail di aprile -, che stabilisce come «nei casi accertati di infezione da coronavirus in occasione di lavoro» viene assicurata da Inail «la tutela di infortunio», con «prestazioni che sono erogate anche in caso quarantena o permanenza domiciliare fiduciaria». Un punto che ha destato preoccupazioni e su cui l’Inail, in più occasioni, è intervenuta per fare chiarezza.

Con una prima circolare del 15 maggio, in particolare, l’Istituto ha voluto sottolineare il principio che «dal riconoscimento del contagio come infortunio sul lavoro non deriva automaticamente una responsabilità del datore di lavoro. Non si possono confondere, infatti, i criteri applicati dall’Inail per il riconoscimento di un indennizzo a un lavoratore infortunato con quelli totalmente diversi che valgono in sede penale e civile, dove l’eventuale responsabilità del datore di lavoro deve essere rigorosamente accertata attraverso la prova del dolo o della colpa. Pertanto, l’ammissione del lavoratore contagiato alle prestazioni assicurative Inail non assume alcun rilievo né per sostenere l’accusa in sede penale, dove vale il principio della presunzione di innocenza e dell’onere della prova a carico del Pubblico Ministero, né in sede civile, perché ai fini del riconoscimento della responsabilità del datore di lavoro è sempre necessario l’accertamento della colpa nella determinazione dell’infortunio, come il mancato rispetto della normativa a tutela della salute e della sicurezza. Per altro, molteplicità delle modalità del contagio e la mutevolezza delle prescrizioni da adottare nei luoghi di lavoro, che sono oggetto di continui aggiornamenti da parte delle Autorità sulla base dell’andamento epidemiologico, rendono estremamente difficile configurare la responsabilità civile e penale dei datori di lavoro».

Una rassicurazione, questa, che però non è bastata alle imprese, che hanno continuato a esprimere preoccupazioni, tanto che dall’Inail è stata emessa una seconda circolare, il 20 maggio, per cercare di definire la questione con più precisione. «La tutela Inail» vi si legge «ha anzitutto chiarito che l’infezione da Sars-Cov-2, come accade per tutte le infezioni da agenti biologici se contratte in occasione di lavoro, eÌ tutelata dall’Inail quale infortunio sul lavoro e ciò anche nella situazione eccezionale di pandemia causata da un diffuso rischio di contagio in tutta la popolazione». Nel «caso delle malattie infettive e parassitarie» eÌ certamente «difficile o impossibile stabilire il momento contagiante». Ma «il riconoscimento dell’origine professionale del contagio, si fonda, su un giudizio di ragionevole probabilità ed eÌ totalmente avulso da ogni valutazione in ordine alla imputabilità di eventuali comportamenti omissivi in capo al datore di lavoro che possano essere stati causa del contagio. Non possono, perciò, confondersi i presupposti per l’erogazione di un indennizzo Inail (basti pensare a un infortunio in “occasione di lavoro” che eÌ indennizzato anche se avvenuto per caso fortuito o per colpa esclusiva del lavoratore), con i presupposti per la responsabilità penale e civile che devono essere rigorosamente accertati con criteri diversi da quelli previsti per il riconoscimento del diritto alle prestazioni assicurative. In questi, infatti, oltre alla prova del nesso di causalità, occorre anche quella dell’imputabilità, quantomeno a titolo di colpa della condotta tenuta dal datore di lavoro». Quindi «eÌ sempre necessario l’accertamento della colpa di quest’ultimo nella determinazione dell’evento» «intesa quale difetto di diligenza nella predisposizione delle misure idonee a prevenire ragioni di danno per il lavoratore».

Va detto poi, continua la circolare, che non «può desumersi dalla disposizione un obbligo assoluto in capo al datore di lavoro di rispettare ogni cautela possibile e diretta a evitare qualsiasi danno al fine di garantire cosiÌ un ambiente di lavoro a “rischio zero”». La «responsabilità del datore di lavoro eÌ ipotizzabile solo in caso di violazione della legge o di obblighi derivanti dalle conoscenze sperimentali o tecniche, che nel caso dell’emergenza epidemiologica da Covid-19 si possono rinvenire nei protocolli e nelle linee guida governativi e regionali di cui all’articolo 1, comma 14 del decreto legge 16 maggio 2020, n.33». In «assenza di una comprovata violazione, da parte del datore di lavoro, pertanto, delle misure di contenimento del rischio di contagio di cui ai protocolli o alle linee guida sarebbe molto arduo ipotizzare e dimostrare la colpa del datore di lavoro».

Da parte delle imprese, tuttavia, nonostante le circolari, resta il timore che, pur avendo messo in campo le misure di sicurezza previste dalla normativa e dai protocolli, per accertare l’eventuale dolo si rischi un procedimento penale, lungo e con rischi di sequestri. A livello della politica, su sollecitazione di diversi parlamentari, è in corso il dibattito per valutare un intervento normativo che espliciti meglio l’indicazione contenuta nel Cura Italia.

Francesca Giani – fonte: Farmacista33