Ricky Tognazzi e Simona Izzo all'Arena Milano Est

Attore e regista cinematografico. Figlio dell’attore Ugo Tognazzi e di Pat O’Hara, frequenta fin da piccolo i set cinematografici. Classe 1955, nato a Milano, trascorre gli anni della sua adolescenza in Inghilterra, poi ritorna in Italia e si diploma all’Istituto di Stato per la cinematografia. Inizia a lavorare come aiuto regista per Luigi Comencini, Pupi Avati e Maurizio Ponzi. Dedica la prima metà degli anni ’80 all’attività di attore, collezionando grandi e piccoli ruoli. Il suo esordio come regista risale al 1987, quando dirige “Fernanda”, episodio di “Piazza Navona”, film tv ideato da Ettore Scola. Da quel momento, inizia un’attività piuttosto prolifica come regista, passando con disinvoltura dietro la macchina da presa e davanti. Nel 1994 Ricky recita in “Maniaci sentimentali”, di Simona Izzo, che sposerà nel ’95: da allora, nel corso delle rispettive carriere, hanno sempre lavorato l’uno al fianco dell’altra. Ha firmato la regia del docufilm ‘La voglia matta di vivere’ dedicato a papà Ugo, che quest’anno avrebbe compiuto cento anni.

Locandina Ricky Tognazzi La voglia matta di vivere

Intervista a cura di Alessandro Trani

Cominciamo con la tua più recente fatica registica, il documentario dedicato al grande   Ugo Tognazzi, che quest’anno avrebbe compiuto 100 anni.

Sì, quest’anno è uscito il libro “La vita, gli amori e gli scherzi di un papà di salvataggio” che ho fatto insieme ai miei fratelli, e io ho realizzato un documentario – “La voglia matta di vivere” – che richiama un titolo di Lucano Salce “ ma si riferisce allo spirito di papà che aveva questa passione, questo entusiasmo, questa capacità di vivere. Ho fatto questo documentario che è un ritratto molto intimo, con un punto di vista di un figlio che però è anche un “cinematografaro”, con la collaborazione di Gianmarco, che mi ha aiutato a trovare materiali di repertorio in casa, di Maria Sole che ha fatto una bella intervista e di Thomas che è venuto giù apposta a Roma per fare un pezzetto per introdurre il film.

I grandi artisti non muoiono mai.
In pratica sto portando il ricordo la memoria di papà in giro per i piccoli e grandi festival in tutt’Italia e questo giro si concluderà a Roma passando da Venezia poi andrà a Todi a Salina a Catanzaro e in altre città. Sono appena arrivato da Sant’Arcangelo, la città natale di Tonino Guerra, grande sceneggiatore amico di Fellini e anche di Ugo. Anche se è ben vero che gli artisti non muoiono mai perché continuano a vivere nelle loro opere, è anche vero che col passare degli anni e il ricambio generazionale l’attenzione anche mediatica tende inevitabilmente a a scemare, e quindi va rinnovata… anche con il contributo di noi figli.

Trascorrevi le tue vacanze con papà, sui set?
Da ragazzino vivevo con mia madre a Milano prima di andare a studiare in Inghilterra. In un’epoca in cui io ero l’unico con i genitori separati, in classe ero visto come una mosca bianca. Mi guardavano come uno strano, ma d’altronde sai facendo parte dell’ambiente di Cinema, ero visto un po’ così. Fatto sta che d’estate andavo da mio papà e quindi passavo gran parte delle mie vacanze a seguirlo sui set dove giravano, spesso in posti meravigliosi. Ho conosciuto la Sardegna di “Una questione d’onore” che era una Sardegna che non esiste più. Era la Sardegna prima di Berlusconi, dell’Aga Khan, prima del grande turismo. Era la Sardegna dei pastori, dei banditi, delle coste incontaminate, dove ho imparato a nuotare, a fare i nodi, a pescare con Ciro il marinaio di questa barchetta che aveva papà e quindi ho trascorso vacanze indimenticabili. E poi ogni tanto andavo sui set e mi facevo coccolare dal capo macchinista che al posto della pistola aveva il martello, o dall’elettricista che invece della pistola aveva le pinze.

In pratica respiri Cinema sin da ragazzino.
Ho vissuto l’infanzia e la mia adolescenza vivendo dentro questo spettacolare mondo del Cinema, da dentro. Per un bambino tutto era affascinante, la macchina da presa era una bestia grande così, poi c’erano i bruti, così si chiamavano i carrelli, e tutto era straordinariamente felliniano. Era un ambiente dove il Cinema si respirava. Noi abbiamo avuto il Grande Cinema italiano e io ho avuto la fortuna di viverlo, di condividere la mia vita non solo con papà ma anche con quelli della sua generazione, quelli degli Anni ’20. Oggi siamo al centenario della nascita di papà ma non solo il suo, anche quelli di Gassman, Salce, Pasolini, Adolfo Celi e di tanti altri. E poi l’anno scorso era quello di Manfredi, due anni fa era quello di Sordi e l’anno prossimo sarà quello di Mastroianni. Una generazione pazzesca che ha fatto il grande Cinema italiano. Adesso ancora facciamo dei bellissimi film, perché da quei grandi maestri abbiamo ereditato molto, i più i più bravi e più fortunati hanno ereditato tanti insegnamenti. Non solo noi Italiani, tutto il mondo ha imparato da quel Cinema, da grandi maestri. Ugo non lo era un maestro, nel senso che non si dava il tono del maestro. Però tornava a casa e ci raccontava della giornata come era andata, che cosa aveva fatto quello che doveva fare il giorno dopo, le discussioni che aveva avuto col produttore, con l’attrice, con il regista e ci rendeva partecipi. Magari c’era una discussione in corso e voleva raccontarla per sentire qual era il parere dei suoi amici, dei suoi parenti, dei figli, di sua moglie.

Avresti voluto fare qualcos’altro oltre al Cinema.
Nemmeno immaginavo di fare qualcos’altro, dopo quelle estati meravigliose con personaggi che si chiamavano “er patata” “er cipolla”, macchinisti che maneggiavano i martelli come le pistole, fotografi con quattro o cinque macchine al collo. Per un bambino erano tutte cose affascinanti. Quindi che io volessi fare il Cinema non c’era alcun dubbio… Mio padre non mi ha incoraggiato a fare l’attore come professione anche se mi ha sempre coinvolto ad andare sul set a fare “suo figlio”. A tutti noi diceva “non dovete fare gli attori” “fare l’attore è un mestiere dove si è succubi delle scelte altrui” “io ho avuto ma uno su mille ce la fa” “è mestiere molto frustrante” ba ba ba… Insomma ci ha sempre scoraggiati. Di tutti e quattro solo Gianmarco ha fatto l’attore. Thomas fa il produttore e quest’anno è stato candidato all’Oscar. Ha portato a casa il premio Palmarès per la miglior attrice nell’ultimo film che ha fatto. Io sono stato il primo a fare una bella carriera; poi in ogni carriera ci sono alti e bassi. Gianmarco avuto varie flessioni ma adesso sta andando fortissimo. Maria Sole è uno dei registi di grande successo del momento e Thomas è andato all’Oscar… Comunque, ce l’abbiamo fatta tutti.

Ugo Tognazzi: un suo insegnamento importante.
Non so se l’ho imparato, ma quello che trasmetteva lui era il Grande entusiasmo, la grande passione che metteva in ciò che faceva. E lui faceva tutto con un grande spirito, con una voglia matta di farle, con entusiasmo oppure con l’incazzatura, perché quando si arrabbiava era terribile. E, se non gli piaceva una cosa, combatteva duramente per far sì che la si facesse come diceva lui.

È noto che gli piacesse cucinare e che tenesse molto ai giudizi degli ospiti.
Papà era un appassionato, gli piaceva cucinare e ha scritto 6 libri di cucina. Però come carattere era uno sperimentatore, come nei film: faceva film con Ferreri, faceva film con gli esordienti, e non gli piaceva ripetere il successo dell’anno precedente. Quindi anche a tavola, se aveva ospiti e magari era tornato da un viaggio con dell’ippopotamo, della balena o altre cose insolite, amava sperimentare a costo e a rischio di fare magari “una grandissima “cagata”, come diceva il buon Villaggio. Al giudizio però teneva tantissimo. Lui faceva le “ultime cene”, e naturalmente se gli ospiti erano 12, lui era il tredicesimo. La cena si doveva chiudere con una votazione segreta: distribuiva dei foglietti e chiedeva un giudizio. Queste le possibilità per ogni piatto: straordinario, ottimo, buono, sufficiente, cagata, grandissima cagata. Rimaneva durante tutta la cena sulla porta della cucina a spiare ansimando le reazioni dei commensali. Una volta su una pasta e fagioli uscì “grandissima cagata” e Ugo si offese da morire. Naturalmente quasi sempre si scherzava, però sulla cucina l’umorismo non gli veniva tanto bene.

Però era un papà divertente. Raccontaci qualche aneddoto, dai ricordi d’infanzia.

Io sono cresciuto fino all’età di 12 anni convinto che mio papà facesse le uova. Non era esattamente uno scherzo, si trattava un numero che mi faceva spesso, mentre eravamo seduti a tavola a pranzo, al ristorante o a casa. Così cominciava a fare “co co co”, il verso della gallina. Avevo 5, 6, 7 anni e lo guardavo meravigliato, poi papà si alzava dicendo “È venuto bene, tieni!” e mi regalava l’uovo. E io rimanevo basito ogni volta. Vai a spiegare ai compagni di scuola che mio padre faceva le uova… ho fatto la figura del deficiente per anni!

Parliamo del Richy attore.
Fare l’attore è un lavoro serio, molto difficile, un lavoro che impegna. È il tuo strumento di lavoro, è il tuo fisico, è la tua voce, è la tua psiche che devi mettere in scena. Ho fatto un film sul mestiere dell’attore che si chiamava “Piccoli equivoci”, con Castellitto. Ed era non a caso una storia di nevrosi, perché Sergio diceva che “un verduraio quando chiude il negozio la domenica rimane sempre un verduraio, mentre un attore che non lavora, un attore che non ha il suo personaggio, è un uomo a metà”. Io però lo faccio con uno spirito molto giocoso e quando faccio l’attore mi diverto.

Cosa ci dici di Richy regista?
Dico che il mestiere del regista ti regala tante soddisfazioni ma dopo tanta fatica. Perché è un mestiere realmente molto faticoso: ore e ore di lavoro, di incertezze, di dubbi… Poi non vai mai sul set tranquillo. Io non ho mai dormito la notte prima di andare sul set e ancora oggi, anche se devo fare un carosello o uno spot, la notte precedente non dormo o mi addormento alle 5 o alle 6 del mattino. Poi mia moglie di solito è la sceneggiatrice dei miei film: litighi con lei fino a mezzanotte, all’una, alle due. Diceva Hitchcock “Non ti preoccupare, è solo un film”… Secondo me l’hanno trascritta male, questa frase. Lui diceva “C’è solo il film”, cioè quando stai girando non c’è tempo per pensare ad altro… la famiglia, i figli, le mogli, gli amici, gli impegni, le cose… Insomma, non c’è tempo e non hai la testa per pensare ad altro.

Una moglie come regista c’è complicità tra voi?
Certo! Noi lavoriamo e abbiamo fatto quasi tutto insieme. Lei è come una specie di pappagallo su un trespolo mentre sto girando. Mi suggerisce e mi dice anche perché magari ha scritto lei stessa quella scena, per cui si aspetta cose che io non vedo. Capita talvolta di mettere in scena una visione molto parziale delle cose, che non corrisponde necessariamente con quella dello sceneggiatore, tantomeno di un altro regista che poi putacaso è pure tua moglie. Per cui c’è la sua idea, c’è la mia idea, la discussione, il dibattito… e poi si fa una cosa che spesso è l’una o l’altra e a volte una via di mezzo.

Un progetto a cui stai lavorando?
Stiamo preparando il terzo lavoro con Sabrina Ferilli, abbiamo fatto due miniserie per Canale 5, stiamo preparando la terza. dopo quest’estate che dovremmo iniziare a metterla in scena.

Un sogno nel cassetto?
I sogni… sono brevi, quelli del cinema. Il sogno è sempre riuscire a fare un altro film dopo. Il successo è questo, è riuscire a continuare a lavorare e ad ottenere la libertà di fare quello che ti piace veramente piuttosto che quello che ti viene chiesto di fare. Per cui il sogno è continuare a lavorare il più liberamente possibile.

Grazie Ricky
Sono io che ringrazio voi e saluto per il suo centesimo compleanno il grande papà, Ugo. Tanti auguri papà!

Tratto da “Il Personaggio”
24orenews.it Magazine Luglio Agosto 2022

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