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LECCE.

BASTA

LA PAROLA.

Se ti azzardi ad andare a Lecce…

“per vedere il Barocco”, ti garantisco che non vedi Lecce e non vedi il Barocco. Proprio come se vai in Cina “per vedere la Muraglia Cinese” o a Barcellona “per vedere Gaudì”. Lecce si può vedere e non vedere, lei non si scompone: è lì da qualche migliaia di anni, più tanti che pochi; per quel che ne sappiamo, c’era da prima dell’epoca lapigio-messapica e si chiamava Lupia, ma c’è chi sostiene che prima di essere e chiamarsi Lupia, prima, molto prima, si chiamava Sibari. Millennio più millennio meno, quando arrivarono i Romani, per non sapere né leggere né scrivere, decisero che era stata proprietà di un antenato di Marco Aurelio, tale Malennio, re dei Salentini. Insomma, giù le mani: ci fecero una strada per collegarla a Brindisi (i Romani erano specialisti di strade, altro che Marcellino Gavio!) e dissero: “Lecce è roba nostra”. Ora tu capisci che, con molte probabilità, Lecce resterà lì per qualche altro Millennio. Sistemata la questione dell’origine di Lecce, il tempo di prender fiato – diciamo milleseicento anni – e finalmente si deve fare i conti con il “Barocco”. E qui, altro  chiarimento. Quando a Parigi (la picccola Beri) o Praga, a Roma o Amsterdam, uno dice “Barocco” e, tanto tanto, ha studiato e sa di pittura scultura musica letteratura architettura poesia… intende un’epoca, uno “stile”, o meglio una contro-epoca, un contro-stile, qualcosa di assai somigliante ad una reazione, a una rivolta, a una, a mille scappatoie per liberarsi da qualcosa. Uno sfogo di artisti, di intellettuali vogliosi di esprimersi ma al difuori dal conformismo e dalla sudditanza, dal classicismo e dal canonico: e naturalmente, di Re, Principi, Mercanti e lo stesso Clero. Verso il XIX secolo, poi, si decise che si era trattato di un’Epoca. A Lecce, invece, non è andata così. E’ chiaro che qualcuno ha fatto un salto qua e là da Roma alla Spagna alla Francia: si sa, i Pugliesi viaggiano. Ma tutto lascia pensare che, al ritorno dalle Chiese, dalle Accademie, dai Concerti e dalle Librerie del resto del mondo, si siano limitati a portare la parola “barocco”. E uno un giorno abbia detto: “Peppino, chiste è barocco…!” Perché il “Barocco” a Lecce c’era nato prim’assai che si chiamasse Barocco. L’aveva creato la terra, la “pietra leccese”, il calcare marnoso di grana compatta e omogenea che si va a scavare con la pala nelle cave locali, unasorta di pietra tenera al punto da poter essere incisa e lavorata con unapialla, con uno scalpello e addirittura con l’accetta. Una pietra che, una volta diventata forma e messa a dimora ed esposta all’aria, subito induriscee trascolora, col tempo, fino a diventare dorata. Questa era da sempre la pietra, questa la materia prima, come a Carrara il marmo, come nelle “crete senesi” il tufo argilloso. E a quei ragazzi non si dovette ripetere una seconda volta: sotto col Barocco e così glielo facciamo vedere chi siamo, noi messapici o salentini o greci o antichi romani, al mondo! Scalpellini, artigiani, scultori e architetti salentini diedero impulso, entusiasmo, allegrìa ed esuberanza ad un’Arte che, per continuità di tradizione e caratteristiche famigliari radicate, profonde, più che Barocco, sarebbe da chiamare “Leccese”. Una irrefrenabile follìa di invenzioni si esercitò sulla decorazione scultorea, gli edifici nuovi ma anche quelli esistenti furono arricchiti di colonne tòrtili, di cornici fastose, di balaustre traforate, frontoni curvilinei, misti lineari e arricciati; le superfici e le membrature architettoniche furono tempestate di festoni, vasi di fiori e di frutti, nastri svolazzanti, putti, amorini, mascheroni, cariatidi. La fantasia giocosamente sfrenata non conobbe barriere né di censo né di destinazione: un’intera città, e il suo territorio, fu coinvolta nella sfida collettiva della bellezza, della lieta bizzarrìa… Oltre, assai oltre le Chiese e i Monumenti del Potere, per un paio di secoli questa follìa d’arte artigiana invase e scarruffò fino alle case più modeste, le disseminò e trasfigurò di cornici modellate, balconi scolpiti, portali di tipo catalano-durazziano, stemmi… E tu vorresti, giunti a questo punto, che io ti parlassi del Duomo? Della Piazza principale? Del “Barocco di Lecce”? Di “Lecce Barocca”? Per far che? Per decidere se entrare o no in questa Città incantata? Per scegliere last-minute e magari low-cost se fare il prossimo weekend a Lecce o a Madonna di Campiglio? Senti, Lettore, quel che m’è venuto da raccontarti, te l’ho raccontato. Però ci vuole un finale: eccolo. Ecco una ragione – in inglese: reason why – per mollare l’ufficio e i pannolini e precipitarti subito qui, a Lecce: parcheggi la macchina ed entri in una delle pasticcerie del centro, ti accomodi e cerchi di impossessarti di almeno una dozzina di bigné alla crema: crema pasticcèra o crema catalana o crème anglaise… chiamala come ti pare… ma affògati! Non avrai assaggiato un bigné alla crema così in tutta la tua vita né nelle vite precedenti. OK? Dimenticavo: la prossima volta, non dire “Lecce Barocca”. Meglio, molto meglio dire Lecce Leccese.

 

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