Livorno Fosso Reale foto di Piergiuliano Chesi Wikimedia Commons

di Teobaldo Fortunato

Alcune città restano stigmatizzate nella nostra mente, in base alle sensazioni avvertite, alle persone incontrate, alle visioni inattese, agli scorci veloci, repentini magari dai taxi che ci conducono all’albergo prescelto! Nel nostro caso, Livorno è stata una delle tappe salienti di un soggiorno toscano. Livorno con la sua storia tormentata e recente, sempre libera e non costretta tra l’aristocrazia fiorentina e la foga pisana; una città come tutte quelle della Bella Italia, dalle antiquae origines, ma che cerca di riscattarsi da un’eredità pesante, aperta sul Mar Ligure e testa di ponte per la Sardegna o la Corsica o la lontana Palermo. Conserva le ferite dei pesanti bombardamenti durante la fase finale della II guerra mondiale. È tuttavia, aperta al contemporaneo, mutevole come gli skylines di ogni luogo nel mondo. Abbiamo ammirato i murales, dislocati in molti angoli cittadini, soprattutto sulle facciate del lagunare quartiere Venezia, tanto nostalgico quanto animato dai giovani dopo il tramonto. A mostrarceli è stata Viola Barbara, instancabile artista e promoter dell’associazione livornese “Uovo alla Pop” che ha dato vita a grandi progetti di riscatto artistico urbano, dall’architettura al design, dalla scrittura al turismo.

Agave in città Agave in città cameraRaggiunto l’hotel di charme “Agave in città” che, come ci ha raccontato la signora Barbara Zenoni, innamorata di Livorno, ha restituito a nuova vita il grande storico palazzo, “Ci sono città che non ti aspetti. Quasi sempre sono dei porti: ci si arriva dal mare oppure per prendere il mare, a volte si resta, vivendo in modo diverso dal resto del mondo, perché in un porto c’è tutto, ma fa storia a sé.
Livorno è uno di questi luoghi e per questo l’ho scelto per il mio nuovo hotel: è un palazzo su un canale, che porta al mare, dove vorrai fermarti un po’ più del previsto. O almeno, a noi è successo così”. “Agave in città” supera le aspettative; non solo per la sapienza del recupero di un antico palazzo ma, per il calore dell’accoglienza, il dettaglio che non t’aspetti (due gelatine ammiccanti sul cuscino). E che dire delle marmellate che provengono direttamente dal “Podere l’Agave” a San Vincenzo sul litorale a sud di Livorno?  Il Podere è in quel tratto poco noto della Costa degli Etruschi tra i vigneti di Bolgheri e le terme di Sassetta e Venturina.

E poi, l’incontro con un artista d’eccezione Corrado De Meo, nel suo atelier in via Goldoni. Definirlo un virtuoso del gioiello contemporaneo, mi sembra alquanto riduttivo; altri prima di noi ne hanno sviscerato le pieghe della sperimentazione e dei virtuosismi attualissimi, il “gioco” sottile del sociologo che diviene faber di gioielli/opere d’arte dalle “radici antropologiche” che lo hanno portato ad essere esposto, al pari dei talentuosi ed ammirevoli orafi del passato, nel fiorentino Museo degli Argenti di Palazzo Pitti.

Nelle teche illuminate, tra i blasonatissimi gioielli granducali toscani, sin dal 2007 fanno bella mostra di sé, un bracciale ed un collier di Corrado De Meo, nella collezione permanente dedicata al gioiello contemporaneo del Museo. Eppure, al di là delle innumerevoli tappe del suo percorso d’arte e di vita in ogni latitudine del globo, alla continua ricerca delle radici profonde d’artista, ci ha colpito l’aura pacata e placida nel descriverci il suo lavoro. Pian piano, abbiamo superato la sua ritrosia e forse le ascendenze sud italiche più che toscane d’accento. È bastato un momento cruciale, un anello che sapeva d’arcano, per farci svelare quei gioielli di lunga memoria che solo gli snob ed i raffinati conoisseurs d’ogni latitudine ammirano estatici, come adepti d’antiche consorterie: perle barocche dalle forme bizzarre che tra le dita di Corrado hanno plasmato orsi pacifici dagli occhietti di brillanti, carpe guizzanti o pigmei irridenti e giocosi, legati all’antica, in omaggio alle wunderkammer pompeiane, fuorusciti intatti e puri dalle pomici della città vesuviana. E che dire delle ambre quasi spiaggiate sul Baltico e raccolte da De Meo come collane imperiali ed etniche? O le corniole sassanidi dai vaghi colorati e minuti, per colli allungati che solo un livornese eccelso come Amedeo Modigliani sapeva realizzare, nella temperie del Ventesimo secolo al pari del fiorentino Antonio del Pollaiolo (Antonio Benci, Firenze, 1431 circa – Roma 4 febbraio 1498) anche egli orafo, scultore pittore del Rinascimento italiano.  Corrado ha continuato a raccontarci a piccole dosi, le tappe salienti della sua biografia d’artista, dei committenti bizzarri o discreti, degli sparuti anelli maschili di ritrosi clienti che mai mostrerebbero le loro vanitas segrete ed effimere (in realtà le gioie che luccicano, sopravvivono a faraoni ed a principi augusti!). Intanto, fuori la sera avanza e ad attenderci in una Livorno dalla brezza dolce che s’insinua tra i canali, è Francesca De Vizia di “Azzighe-Osteria a metà” parola livornese che, come sottolinea Olimpia De Meo, livornese d’origini, ma cosmopolita per scelta e impegni di lavoro, “significa a metà, dividere un conto: “Azzighe” ha lo stesso significato di fare alla romana“.

Con Corrado, decidiamo di accettare l’invito ad un’inusuale cena livornese con piatti della cultura culinaria toscana, rivisitati in chiave vegana dallo chef (vegano) Matteo Giaconi, ospite della serata di Simone Gambini, proprietario e chef dell’osteria. È tutto un trionfo di carote, sedani e cipolle, tartare di cocomero, marinato con capperi, mayo e cipolline marinate, ravioli maremmani di pappa al pomodoro (avrebbero fatto impazzire la Rita Pavone nazionale?), aria al basilico e burrata di mandorle. E per finire, il “Peposo” di sedano, rapa, erbe e mix di Pepi in gelatina: lo troviamo insolito e delizioso al palato. Tuttavia, Corrado sottovoce ci confessa che il “Peposo” di tosco lignaggio è ben altro! Non chiediamo quale sia la sua ricetta, arcinota ai buongustai delle altezzose stelle culinarie. Ci saranno occasioni altre per ritornare a Livorno ed assaggiare i piatti della tradizione e dell’immaginario gustativo. Preferiamo conservare quel retrogusto inatteso come la visione e la gioia di aver provato per una sera, sulle dita non più affusolate come si conviene ad un signore attempato, gli anelli straordinari e leggeri di Corrado; portare con noi, nella memoria visiva i bagliori dei citrini Madera legati da impercettibili castoni d’oro su sculture/gioiello in bronzo brunito, come il dolcissimo struggente tramonto sul litorale livornese. Affacciate sul mare e baciate dal sole si aprono le finestre delle eleganti ville fin de siècle della borghesia operosa e degli eredi di quei cittadini giunti secoli addietro in questa terra multietnica. Avevano raccolto l’invito destinato ai mercanti di qualsivoglia nazione e credo, vergato nelle Leggi Livornine emanate nel 1591 dal Granduca di Toscana, Ferdinando I dé Medici nel 1591. Era la stagione lontana nel tempo, in cui Il Serenissimo Gran Duca… a tutti Voi Mercanti di qualsivoglia Nazione, Levantini, Ponentini, Spagnuoli, Portughesi, Grechi, Tedeschi, Italiani, Ebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani, dicendo ad ognuno di essi salute… per il suo desiderio di accrescere l’animo a forestieri di venire a frequentare lor traffichi, merchantie nella sua diletta Città di Pisa e Porto e scalo di Livorno con habitarvi, sperandone habbia a resultare utile a tutta Italia, nostri sudditi e massime a poveri…”.

Articolo precedenteIl nuovo libro di Carmen Mancarella “Experience marketing, un’avventura chiamata Salento”
Articolo successivoCome scegliere la pompa per irrorazione