Un legame antico tra vino e Chiesa

Un legame antico tra vino e Chiesa

Un legame antico il rapporto tra vino e Chiesa ha radici profonde, non solo dal punto di vista spirituale e simbolico, ma anche per quanto riguarda la tutela della biodiversità agricola e il recupero di vitigni a rischio estinzione. È un tema poco esplorato, ma che merita attenzione: dietro al calice c’è spesso la mano di parroci, monaci e vescovi che, mossi dalla fede e dall’amore per la propria terra, hanno agito concretamente per salvare tradizioni enologiche millenarie. Benedetto XVI definiva i sacerdoti “umili e fecondi operai nella vigna del Signore”: e in certi casi lo erano anche in senso letterale.

L’Abbazia di Novacella: otto secoli di viticoltura in Alto AdigeAbbazia di Novacella (c) Hannes Ochsenreiter

Tra gli esempi più emblematici spicca l’Abbazia di Novacella, in Alto Adige. Fondata nel 1142 dal vescovo di Bressanone Artmanno con il sostegno del brugravio Reginbert di Säben e della moglie Cristina, l’Abbazia è da sempre immersa nella viticoltura. Già nel 1177, papa Alessandro III riconobbe ai monaci la proprietà di numerosi vigneti circostanti.

Säben e CristinaAncora oggi, i canonici regolari di Sant’Agostino continuano a portare avanti una produzione di grande qualità. L’Abbazia gestisce due aziende agricole: una sede storica con 7 ettari di vigneti e la Tenuta Marklhof a Cornaiano, con 23 ettari vitati, 13 a frutteto e 24 di bosco. In totale, l’intero complesso può contare su 700 ettari di foresta e 400 di pascoli alpini.

Fino agli anni ’80, i vigneti producevano principalmente Schiava, destinata al mercato tedesco. Oggi, l’80% delle 850mila bottiglie annuali è ottenuto da uve a bacca bianca. I vini sono divisi in due linee: Classica, e Praepositus, riservata ai migliori cru. Tra le etichette più note, il Sylvaner del 2006, dai profumi di pera candita e camomilla, e il Riesling, che nella versione 2022 offre note floreali di sambuco. Dal 2020, la linea Insolitus rappresenta il volto più innovativo dell’Abbazia, con microvinificazioni sperimentali come il Perlae36, uno spumante metodo classico da Sylvaner con 36 mesi sui lieviti.

Don Giacomo Cauda e il miracolo del RuchèParroco

Altro straordinario protagonista del legame tra vino e Chiesa è stato don Giacomo Cauda, parroco di Castagnole Monferrato (AT), che negli anni ’60 salvò dall’oblio il Ruchè, vitigno autoctono piemontese. Nel 1964, piantò la Vigna del Parroco, ancora oggi coltivata dal vignaiolo Luca Ferraris. La storia è emblematica: don Cauda dedicava anima e corpo alla vigna, tanto da affermare: “Che Dio mi perdoni per aver a volte trascurato il mio ministero per dedicarmi alla vigna. Ma Dio mi ha perdonato, perché coi proventi ho costruito l’oratorio e ristrutturato la canonica.”Museo Ruche

Nel 2024 si è celebrato il cinquantesimo anniversario della prima bottiglia ufficiale di Ruchè. Ferraris continua l’opera del parroco, curando la Vigna del Parroco – un vero cru – con vendemmia rigorosamente manuale. Il vino che ne deriva è un rubino intenso, dai profumi floreali di rosa e geranio, con sentori di ciliegia e susina e un sorso asciutto ma persistente. Grazie all’opera di don Cauda e ai successivi investimenti tra il 2005 e il 2015, gli ettari vitati di Ruchè sono passati da 50 a 200, permettendo al vitigno di uscire dai confini del Monferrato.

Don Alexandre Bougeat e il Prié Blanc alle porte del cielo

Un altro capitolo fondamentale riguarda don Alexandre Bougeat, il “curé-vigneron” celebrato da Mario Soldati nel suo celebre libro Vino al vino. Negli anni ’60, Bougeat operò un vero miracolo enologico salvando il Prié Blanc, vitigno coltivato a oltre 1000 metri di altitudine, nei comuni valdostani di Morgex e La Salle.

Le condizioni estreme di coltivazione rendevano il vitigno marginale e destinato all’estinzione. Don Bougeat ristrutturò la cantina della canonica nel 1964, avviò la spumantizzazione del vino nel 1968 (ottenendo il metodo classico più alto d’Europa) e nel 1983 vide nascere la cantina cooperativa che ancora oggi porta avanti la sua eredità.

Il Prié Blanc, sottile e lievemente profumato, è diventato simbolo della viticoltura eroica alpina. Nel 1985 Piero Brunet ne rilevò alcuni vigneti da Marie Bougeat, sorella del curato. Ancora oggi li coltiva con passione, ottenendo un vino bianco carta dai profumi delicati di camomilla, secco e minerale.

Un legame antico quando la fede salva la terra

Le storie di don Cauda, don Bougeat e della comunità agostiniana di Novacella mostrano come la Chiesa, spesso percepita come conservatrice, abbia invece svolto un ruolo strategico nell’innovazione agricola e nella salvaguardia del patrimonio enologico italiano.Ruchè

Non si tratta solo di spiritualità o simbolismo liturgico. Il legame tra vino e Chiesa è fatto di mani sporche di terra, di trattori e potature, di scelte coraggiose che hanno permesso a varietà quasi estinte di tornare a nuova vita. Queste esperienze rappresentano un modello virtuoso di agricoltura sostenibile, presidio del territorio e valorizzazione delle tradizioni locali.

Un legame antico  tra Vino e Chiesa, una sinergia feconda

Oggi, parlare del ruolo del clero nella viticoltura italiana significa riconoscere un’eredità concreta fatta di gesti silenziosi ma decisivi. Senza l’intervento di alcuni parroci e monaci, molti vitigni – come il Ruchè o il Prié Blanc – sarebbero scomparsi. Il vino non è solo cultura e gusto, ma anche memoria, custodia, spiritualità e identità.  Il legame tra vino e Chiesa è una delle espressioni più nobili di quel dialogo tra uomo, natura e fede che rende il nostro Paese unico al mondo.

Servizio a cura di Riccardo Lagorio
Servizio a cura di Riccardo Lagorio
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