Il valore della soglia delle 600 angioplastiche
Il numero magico è 600. Seicento angioplastiche coronariche primarie per milione di abitanti rappresentano la soglia stabilita dagli esperti della comunità scientifica cardiologica internazionale per valutare se un sistema sanitario curi l’infarto del miocardio con efficacia e appropriatezza, garantendo assistenza di qualità. L’Italia è prossima a questo traguardo che, tra i grandi d’Europa, solo la Germania ha raggiunto. Sono 583 le angioplastiche primarie per milione di abitanti effettuate lo scorso anno nel nostro Paese, come certificato da GISE – Società italiana di cardiologia interventistica – nel Rapporto di attività 2016 dei laboratori di emodinamica.
Rapporto GISE
Il Rapporto GISE 2016 è stato presentato a Firenze durante la seconda edizione di “Thinkheart with GISE”, appuntamento promosso dalla Società italiana di cardiologia interventistica per mettere a confronto clinici, decisori, istituzioni e società civile sui nuovi modelli di governo della sanità, in particolare della cardiologia. “Ogni anno, dalla fine degli anni ’80, GISE raccoglie e analizza gli esami diagnostici e gli interventi coronarici, vascolari o strutturali eseguiti nei centri di emodinamica italiani – continua Musumeci –. Disponiamo così di uno straordinario database che valuta oltre 353 mila interventi di diagnosi e cura effettuati in 266 centri su tutto il territorio nazionale”.
Una raccolta sistematizzata che GISE mette a disposizione di chi amministra la sanità italiana, con l’obiettivo di contribuire all’appropriatezza e alla qualità delle cure attraverso l’ottimizzazione delle risorse disponibili. In questa prospettiva si inserisce anche il progetto Thinkheart, che punta a un nuovo modello di welfare sanitario condiviso con tutti gli attori coinvolti: pazienti, amministratori e decisori politici.
L’evoluzione della cardiologia interventistica strutturale
Il progetto di GISE poggia su un quadro clinico più che positivo. Non si tratta solo di angioplastiche primarie: cresce anche la cardiologia interventistica strutturale. Gli interventi transcatetere o percutanei di sostituzione della valvola aortica – la TAVI – in caso di stenosi aortica, oppure di riparazione della valvola mitralica quando insorge un’insufficienza che provoca rigurgito dal ventricolo all’atrio sinistro, o ancora di chiusura dell’auricola sinistra in caso di fibrillazione atriale, sono in costante aumento.
Secondo i dati del Rapporto GISE 2016, le TAVI erano 1.992 nel 2012 e sono diventate 4.592 in cinque anni. Nello stesso periodo, gli interventi sulla valvola mitrale sono passati da 291 a 907, mentre quelli di chiusura dell’auricola sinistra da 208 a 679. “Sono interventi che salvano vite e restituiscono qualità di vita – chiarisce Musumeci –. Oggi possono essere eseguiti attraverso i vasi periferici della gamba, senza aprire torace e cuore e senza lasciare cicatrici. Rappresentano la punta avanzata dell’innovazione tecnologica e richiedono elevata specializzazione. Non tutti gli operatori possono eseguirli e non tutti i pazienti sono candidabili”.
Infarto del miocardio: innovazione, sostenibilità e qualità delle cure
Questi risultati, frutto della sinergia tra cultura medico‑scientifica e dispositivi sempre più avanzati e sicuri, richiedono tuttavia un equilibrio non semplice tra esigenze di cura, innovazione e sostenibilità economica. Per questo, nelle due giornate del progetto Thinkheart, aperto a Firenze, sono al lavoro nove tavoli tecnici con l’obiettivo di elaborare proposte grazie al confronto tra esperti di diversa estrazione: clinica, economica, politica, gestionale e amministrativa.
“Come medici e cittadini – spiega Musumeci – sappiamo che l’elevata qualità dell’assistenza sanitaria non può prescindere dalla sostenibilità economica. Crediamo di avere le conoscenze e le capacità per garantire ai pazienti le cure più adeguate, ma vogliamo contribuire a trovare la giusta sintesi tra appropriatezza, gestione delle risorse e accesso all’innovazione tecnologica e clinica”. In estrema sintesi, l’impegno è quello di evitare che prevalgano logiche estranee a una sanità centrata sulla qualità di vita del paziente e dei suoi familiari, assicurando un controllo della spesa che non comprometta la validità delle cure né l’eccellenza nella ricerca e nell’innovazione.











