Kikka dimessa dal Michelangelo
Kikka Dimessa Dal Michelangelo

di Raffaella Parisi

Dimissione dal covid dopo 100 giorni 

Libera uscita! Il tampone, il pass per la libertà per Ericka Olaya Andrade,  è arrivato dopo più di  100 giorni. Il virus, ostinato, ha privato  per oltre tre mesi la libertà di Kikka, colombiana quarantatreenne designer e consulente della comunicazione.

A metà marzo, Kikka ha  un forte raffreddore e  difficoltà respiratoria, il 3 aprile  veniva ricoverata  all’ Istituto clinico Città studi, dimessa il 22 aprile  veniva trasferita all’Hotel Michelangelo, l’albergo milanese Covid. 

“Kikka- dice Luigi Regalia responsabile della logistica dell’hotel Michelangelo- è tra le pazienti più longeve. Dall’apertura dell’albergo abbiamo avuto 511 ingressi, il picco è stato  di 215  ospiti al giorno  tra metà aprile e metà maggio, ora siamo a quota 55”. 

Da mesi la designer non entra a casa sua. Il suo stato d’animo è variegato, immensa felicità di uscire, ma anche  confusione, la paura per i postumi della  malattia  e il suo futuro incerto,  una nuova casa da sistemare.

Kikka è una donna ottimista dotata del tipico  spirito sudamericano, allegra ed abile ad affrontare i problemi, ma ora è provata e stremata.

La designer ha ricevuto un supporto psicologico,  due volte alla settimana  con video chiamata con una psicologa.

Un periodo di vita di Kikka senza alcun progetto,   scadenzata dall’arrivo dell’esito negativo  del tampone.

  Come ha trascorso il tempo?

“Ho avuto  sempre la televisione accesa sulle news trasmesse  dalla CNN e BBC per capire cosa stesse succedendo sia a livello di ricerca che per l’ evolversi del contagio dei casi analoghi al mio.

Le persone  positive,  guarite clinicamente, al contrario di quanto si possa pensare, non hanno molto tempo a disposizione per riposare o annoiarsi, la vita continua  con difficoltà, per la limitata capacità  respiratoria,  attraverso telefono cellulare,  skype  per  gestire le attività quotidiane come contattare  la banca,  dottori, datori di lavoro e il disbrigo di  pratiche sanitarie, assicurative e, anche, l’ acquisto di cibo, indumenti e medicine. Sono uscita di casa che indossavo il piumino!

Cosa le rimarrà impresso di questa esperienza?

“Sarò per sempre grata per tutto il supporto dei miei amici che sono la mia famiglia qui in Italia. Ho ricevuto tanti messaggi di incoraggiamento sui social dalle persone che hanno letto del mio lungo percorso e anche dei regali a sorpresa in albergo da persone sconosciute.  Ho dovuto nascondere ai miei genitori la malattia per non farli preoccupare e non potuto gioire con loro  l’esito  del  tampone negativo. Non dimenticherò mail  l’amore di tutte le persone che mi hanno curato, dal primo momento in cui è venuto a prendermi a casa il ragazzo della guardia medica allo staff dell’ospedale e il personale del Progetto Michelangelo. Tutti hanno rischiato ogni giorno la propria vita per “noi malati”, ma lo hanno fatto sorridendo con gli occhi essendo la bocca coperta dalla  mascherina

 Cosa ha apprezzato?

Penso all’Italia come una big mamma che sempre mi ha dato tanto, anche questa volta mi ha accudito.

 Il mio cuore è  pieno di amore  e di riconoscenza per questo paese. Mi sono trasferita a Milano nel 1996 perché mi sono innamorata di un milanese conosciuto a Bogotá. L’amore è finito, ma io ho deciso di rimanere qui.

Dopo  24 anni che vivo a Milano non avevo mai pensato di richiedere la cittadinanza, ma penso che ora sia giunto il momento di farlo e lo farò.

Cosa non ha apprezzato?

Da quando si è positivo guarita clinicamente sino  alla guarigione al 100% non è possibile per il fatto che sia isolata,  ricevere cure specialistiche. Per me  è stato un po’ frustrante avere dei problemi di salute e non poter avere altre tipi di cure se non quelle per il virus.

Tutti gli operatori sia quello sanitari che quelli degli uffici sono stati sempre molto disponibili, ma non ho, però, ricevuto risposte   su richieste burocratiche legate alla mia malattia.

 

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