01 Carla Fracci nella sua abitazione © Ranuccio Bastoni
Carla Fracci nella sua abitazione, qualche anno fa - © New Reporter Press Milano

Carla Fracci:
«Stiamo in casa. Relegati. Che cosa si può fare di diverso? Ci vogliono rinchiusi, lontano da tutto e da tutti. Il virus incombe e dobbiamo sopravvivere».

Carla Fracci e il marito, il regista Beppe Menegatti, seduti sul divano nel soggiorno, parlano della pandemia, del lavoro bloccato, dei teatri e dei musei chiusi. Stessa sorte anche per la “Prima” della Scala del 7 dicembre, trasformata in una carrellata di vedette. Una tradizione da sempre, che non venne rispettata soltanto durante la seconda guerra mondiale.
Lei parla e lui annuisce. La tradizione della Prima il giorno di Sant’Ambrogio, patrono di Milano, risale al 1951. E in quella sera speciale e nuova, sul palco della Scala c’era una giovane Maria Callas protagonista de “I vespri siciliani di Giuseppe Verdi. Fino al 1950 infatti la stagione Scaligera si inaugurava il 26 dicembre, nel giorno di Santo Stefano.

Beppe Menegatti si accalora e alza la voce:
«La serata speciale della Scala che ha sostituito la “Prima” è stata soltanto un inutile palliativo. Invece di buttare tutti quei soldi per mandare in televisione, a teatro deserto, tanti artisti venuti da mezzo mondo, avrebbero potuto organizzare qualcosa di diverso e veramente nuovo. Io sognavo una preghiera corale, universale; un appuntamento che dalla Scala inondasse il mondo: immagino dall’opera di Verdi “I lombardi alla prima crociata”, il canto struggente “O Signor che dal tetto natio” che anche Giuseppe Giusti seppe declamare nella poesia “Sant’Ambrogio” dicendo “… che tanti petti ha scosso e inebriati”. Avrei chiesto all’Italia e al mondo, aprite le finestre e cantatelo tutti insieme con noi questo coro universale. Ecco, con quei soldi risparmiati invece avrei comprato tanti vaccini anti-covid!».
Beppe Menegatti ha la voce rotta dall’emozione e dalla commozione. Carla lo ascolta in silenzio e annuisce.

La Prima della Scala a parte, che cosa ha rappresentato per voi questa pandemia?
«Stiamo rinchiusi in casa -sussurra Carla Fracci-. Una reclusione durissima».

«Senti, senti invece che cosa combina Carla…» l’interrompe Beppe rivolto a me con un sorriso. «Sì, è vero -riprende Carla-. Io ad esempio, che da quando avevo dieci anni e fino ad oggi non manco mai di trascorrere ore alla sbarra e ne sento la mancanza, sai che cosa faccio, allora? Esco sul pianerottolo di casa e prendo l’ascensore. Non per uscire o per fare su e giù, eh! -esclama ridendo-. Quando tocco terra esco e torno indietro affrontando a piedi cinque piani di scale. E solo per mantenermi in forma. Ora stiamo cercando un amico che ci possa mettere a disposizione una piccola palestra privata per continuare gli allenamenti. Non fare la faccia stupita, ironizza. Sì, non ho vent’anni, ma non potrei mai rinunciare ai miei esercizi alla sbarra che faccio quotidianamente da decenni».

Ma nelle giornate trascorse in casa, che cosa avete fatto?
«Abbiamo lavorato, col telefono e col computer» risponde Beppe.

«Sì, lui è sempre agitato, al lavoro. Non sta mai fermo un momento, dalla mattina alla sera. Sta già organizzando qualcosa, per quando finirà questo tormento» dice Carla.

«Beh, in questi mesi abbiamo riempito le nostre giornate facendo quel che si rimandava da anni. Siamo riusciti ad aprire decine di scatoloni, accatastati in una stanza, che erano lì dal nostro ultimo trasloco. Abbiamo riportato alla luce vecchi documenti. Pacchi di lettere, biglietti, fotografie che si trovavano fra quelle scartoffie da decenni. Dio mio – ho detto a Carla – ma quanto abbiamo lavorato? Quante cose abbiamo fatto? È stato come viaggiare nella macchina del tempo».

«Abbiamo rivissuto momenti indescrivibili -confessa Carla con struggente nostalgia-. Ho ritrovato le mie foto con Arturo Toscanini, con sua figlia Wally, mia carissima amica, con Victor De Sabata… E poeti, come Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo. E i più grandi ballerini del mondo con i quali ho danzato: Rudolf Nureyev e Vladimir Vasiliev ad esempio, ma anche Erik Bruhn e Baryshnikov. Eh sì, sulla mia strada ho incontrato tanti amici: c’era Visconti, burbero e dolcissimo; De Sica, affascinante e ironico; Herbert Ross, per cui ho interpretato la Karsavina nel film Nijinsky; Peter Ustinov, con cui a Locarno ho girato il film per la tivù “Le ballerine” diretto da mio marito; eppoi Franco Zeffirelli e a Los Angeles Jack Nicholson, in un mondo a me sconosciuto, dove girava tanta cocaina. Eduardo De Filippo, che dopo avermi vista danzare come Filumena Marturano nel ruolo che era di sua sorella Titina, mi scrisse: “Ora posso chiamarti sorella”. Per non parlare delle bellissime estati a Forte dei Marmi con lo scultore Henry Moore, Marino Marini, Guttuso. Io e Beppe abbiamo vissuto in un mondo straordinario, l’orgoglio d’Italia…».

Voi avete un figlio, Francesco, che vi ha reso nonni. I nipotini vivono a Roma. Che cosa farete per Natale?
«Che cosa possiamo fare, se non rispettare le regole imposte dalla pandemia? -risponde Carla- Io e Beppe abbiamo il magone, non possiamo andare a trovarli e loro non possono venire da noi. Per fortuna c’è la tecnologia che ci aiuta. Ci vediamo e ci parliamo ogni giorno attraverso il computer. Speriamo che accada qualcosa di belle e di nuovo che ci possa regalare dei momenti con loro. I miei nipotini, Giovanni e Ariele, sono due ragazzi straordinari».

San Giovanni, è il patrono di Firenze, ma Ariele, nome scespiriano, che cosa c’entra?
«È una storia lunga… originale e straordinaria» dice Beppe Menegatti.

«Te la racconto io -interviene Carla-. Mia nuora Daria era in attesa di Ariele e con Beppe e Giovanni eravamo andati a teatro per assistere a “La tempesta” di Shakespeare con la celebre regia di Giorgio Strehler. Ricordi chi interpretava Ariele, il genio della tempesta? La straordinaria Giulia Lazzarini, che per ore recitava in cielo, volando da un capo all’altro del Piccolo Teatro, appesa ad un’imbracatura. Giovanni ne rimase talmente impressionato che alla fine mi sussurrò all’orecchio: “Nonna, perché non chiamiamo Ariele il mio nuovo fratellino che sta per nascere?” E così è stato. E ne siamo tutti felicissimi».

Beppe Menegatti è seduto ma chiaramente insofferente dello star fermo. Poi si alza.
«Scusa, ma io non posso stare così seduto a chiacchierare -dice-. Siamo chiusi in casa per colpa di questo malanno che io continuo a chiamare col suo antico, vero nome, “la peste”… ma non sto di certo con le mani in mano. Ho dei programmi da portare a termine e, come tu ben sai, il tempo che trascorre non mi è troppo favorevole. Ho superato i 90 anni… però non mi fermo. Faccio progetti come avessi vent’anni. E credo che questo sia il segreto della nostra longevità. Non ci arrendiamo. Io e Carla, sposati da 56 anni, siamo fortunati. Abbiamo avuto e avremo una vita pienissima e sai che ti dico? Che grazie proprio alla reclusione, abbiamo ritrovato persone squisite che non sentivamo da anni. Beh, questo covid, in fondo, se ci pensi, è stato come una grande rimpatriata».

Auguri speciali a tutti Voi da Carla Fracci, Beppe Menegatti e – ovviamente – anche da parte mia!
Ranuccio Bastoni

tratto da Milano 24orenews – Dicembre 2020
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Roma 24orenews / italiadagustare – Dicembre 2020
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