di Teobaldo Fortunato
“Il dolore ha una propria singolare espressione, non puoi passarlo ad altri, solo viverlo e comunicarlo…”; forse è questa la chiave per entrare nel racconto autobiografico dell’autore Salvatore Iaccaria (Salvatore Iaccaria, Lo chiami dolore? No: Angelo Custode n.1, ed. Il Saggio, novembre 2021, pp. 78) che, in barba a diacronie segmentate, procede seguendo il flusso dialogico della coscienza stessa del dolore? Freschissimo di stampa, (ahimè postumo) il lavoro del sociologo campano, appena scomparso, che ha trascorso tutta la vita, nell’impegno sociale e ha voluto donare ai lettori “La Cognizione del Dolore”, (come titola il romanzo incompiuto e postumo di Carlo Emilio Gadda), “libro di un impossibile rapporto tra individuo e mondo”.
Quello di Iaccaria è piuttosto un intimistico disvelato diario in cui, con la lucidità dell’uomo di scienza, vengono analizzati i processi che sottendono all’accettazione (?) del dolore stesso: “Talvolta vien da chiedersi se ci sia una moralità del dolore: direi di no, per la preponderanza degli impulsi biologici ce non danno adito, mentre ci può essere una moralità estraibile dal dolore”, scrive in una delle pagine più toccanti del racconto, “come un nastro che si riavvolge all’indietro, il dolore torna e ti accorgi che è sempre stato lì, sol che tu non lo percepivi avendo adottato la strategia di considerarlo accidentale”.
Se in apparenza, il libriccino si apre con un esordio quanto mai didattico/didascalico, enunciando a priori una possibile traccia lessemica del vocabolo Dolόre, pagina dopo pagina, un rigo dopo l’altro, scorrono le parole, a volta poetiche e tenerissime: “Il boschetto con alberi, prospiciente il finestrone. Una volta il vento portò via le foglie, ma quattro di esse resistettero ed io mi associai a loro…”. In altri momenti, la prosa diviene denuncia vigorosa e alta: è l’uomo dal forte temperamento e impegnato a far sentire la sua voce; è il “politico” ad emergere; descrive con dovizia di particolari, a tratti disarmanti, i mali di una burocrazia anchilosata in cui il divario, mai colmato, tra due parti di una nazione ancora imperfetta è lontano dall’essere azzerato.
“Il dolore resta lì, non se ne va, è cocciuto come te”, allora Salvatore ci spiega che se non ha alcun senso apparente l’espressione cuiusvis doloris tempus remedium est, la Parola rimane quale unico viatico ai doloris remedia, seguendo l’esempio altissimo di Lucio Anneo Seneca. Ma, Seneca cercava nelle sue “Consolationes” di alleviare il dolore altrui, il Nostro autore non consola sé stesso, piuttosto indaga: “Cosa è mai questo dolore che avvolge e resta lì immobile e reggente, senza scampo a ricordarti che ogni tregua è effimera”.
“Il dolore è sordo, ed è sordo, non ammette pensieri od azioni, prosciuga ogni cosa nella sua temporalità”. Se in un grande poeta della Letteratura Italiana, la Natura a volte è matrigna crudele e quasi indifferente ai dolori degli umani, per Iaccaria è la Mater matuta, foriera di speranze seppure talvolta effimere: “Ho una stanzetta con due finestre-balconi da cui godo un favoloso panorama: sarà che siamo a luglio ma la luce netta ed intensa della veduta mi entra nel cuore, infondendomi speranza e dandomi un senso di quiete che non riesco altrimenti a spiegare”.
Continua nella sua riflessione segretissima, quasi celata: “…un uccello -ve ne sono tanti e di specie diverse- ha volato per qualche secondo in parallelo alla nostra autovettura, in elegante silenzio…quel volo mi ha indotto a pensare ad una sola parola: Armonia, dispiegata sopra il greto di un fiume”. Le denunce allora di malasanità, passano quasi in sordina, resta il racconto lirico e disarmante che ci lascia dentro quel senso di protezione che Salvatore ha elaborato negli anni in simbiosi perfetta con “Un nostro gemello (diverso) che non possiamo che solo sentire, dotati dalla nascita, né possiamo vederlo o capire quando busserà al nostro corpo…un primo Angelo Custode che ci avvolge a volte con discrezione, a volte con veemenza più o meno inusitata”.
Il flusso dei ricordi, nel ductus del diario di bordo di Iaccaria, scorre a volte repentino, a tratti con la velocità affabulante di trovare il conforto:
“Ma cos’è mai questo dolore che ti contorce senza preavviso e ti attanaglia da più parti?”; le parole non sono mai abusate né vane nel corso degli eventi narrati con la lucidità della condizione umana; non vi è alcun palinsesto come in antichi manoscritti: piuttosto la bellezza dei sensi acuiti al massimo grado che l’Autore ha voluto stigmatizzare: “Finalmente le ortensie blu/azzurre son al massimo sboccio, mentre il sole volge allo zenit”.
Salvatore Iaccaria, Lo chiami dolore? No: Angelo Custode n.1,
ed. Il Saggio, 2021
pp.78
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