Omaggio A Ryuichi Sakamoto L'arte Di Selene Gravina

‘‘OMAGGIO A RYUICHI SAKAMOTO’’ –

la pittura interpreta la musica

DAL 25 AL 27 NOVEMBRE 2011

SHOWROOM ARTEELITE,
MILANO, Via Alessi n.11
Inaugurazione:
Venerdì 25 novembre – ore 18.00

La pittura astratta porta in sé, congenito e adamantino, il tormento del senso.
Perché un segno deve poter indicare, nella realtà, qualcosa di corrispondente e determinato, precisamente riconoscibile come un factum o un obiectum, non porta quanto profonda sia la dissomiglianza tra questi e il segno. Uno strano paradosso aleggia fra le pieghe della performance in cui si fondono musica e pittura come in quest’omaggio di Selene Gravina al musicista Ryuichi Sakamoto.

Le note, vale a dire i segni della musica, consentono, infatti, di leggere ed eseguire la partitura a chi non è stato protagonista del momento creativo, ma perdono la preziosità delle sfumature che il solo compositore può aver correttamente intonato al proprio vissuto intimo. Della ricchezza di nuances, invece, la pittura non perde nulla, ma nega a chi la contempla di riprodurre la sinfonia emotiva che l’ha ispirata. Esiste, nondimeno, una consonanza d’intenti, una passione comune tra le arti della composizione cromatica e dell’armonia musicale. Con i numeri s’è tentato di dominare la musica e ricondurla all’estensione misurabile del tempo; con la geometria, s’è cercata la stessa pace della ragione tra le fantasie non figurative della pittura. Alfine, il genio delle due arti s’è liberato nella fuga comune, in uno spirito condiviso di cui possiamo trovare testimonianza nell’eredità del XVIII secolo. Da una parte, la teoria dei colori con la quale Goethe compila un quadro di corrispondenze tra gli stati emotivi e i colori nella loro purezza, ovvero sfumati nei toni o nelle mescolate armonie. Batteux dall’altra, che spiega come la musica sia imitazione dei moti dell’animo, senza aver bisogno della mediazione della parola e della ragione.

Entrambi intendevano musica e arti visive come linguaggi delle profondità umane cui occorre, qualche volta, il destino di divenire patrimonio della storia universale. È avvenuto con la prospettiva rinascimentale; si è ripetuto, nel Novecento, con le sgocciolature di pigmento sulla tela consegnateci dal genio tragico di Pollock. Con questo linguaggio assoluto, sostanziato di sole cromie, Selene Gravina interpreta la musica che danza con la pittura che imita la luce, laddove si coglie, per entrambe le arti, la vicinanza alle profondità del sentimento intimo e soggettivo. Dell’insieme, traccia la grazia nuziale delle volute e ne fa espressione delle proprie emozioni. L’universalità del suo dripping coincide con la particolarità dell’ideale, con l’unicità del pathos senza eloquio di cui, certamente, solo l’autrice può cogliere le ombre più segrete. È libera, Selene Gravina, nell’intonare note e corde del sentimento. Per farlo, non trattiene il colore, ma libera anch’esso nella sua disposizione naturale fatta di macchie e linee. Il dripping è spontaneità, ma anche contingenza e canto del caso. Nei suoi accidenti, nello spazio esteso tra il gesto e la tela dove vibrano nella materia gocciolante tutte le vicende del cosmo, si consuma la libertà della pittura. La linea significa se stessa senza essere subordinata al contenimento di una superficie; la macchia distende la propria intensità scaturendo dall’energia unita di tono e forza gestuale, affrancata dallo scopo di conseguire una forma. Non è la pittura a tradurre un’arte nell’altra, bensì è Selene a mediare l’ascolto tra i due mondi creativi, tra i due universi sensibili: la luce screziata ascolta il concerto attraverso l’udito dell’artista, mentre la musica, con occhi umani, assiste meravigliata al concretizzarsi delle sue vibrazione sulla tela.

Al di fuori del rapporto ordinario tra le parole e le cose, il gesto è l’espressione prelinguistica dell’umanità. Un compito assolto ben prima che il logos si frammentasse e allontanasse, unendoli, il pensiero e gli oggetti del mondo. Se il gesto ha il ruolo di segnare il tracciato dell’intenzionalità individuale, la tela è il terreno sacro dove si celebrano danze tribali. Gettare colore sulla terra-tela armonizza il gesto con i tracciati di azioni senza significato, primitive e vitali, dando voce a pure emozioni che ci distaccano dal mondo quotidiano per approdare ad un universo di senso più autentico. Tra Selene (che è la Luna) e la Terra si ode un unisono da cui trae origine e trova aperture verso il mondo la verità stessa della pittura e dell’esistenza.

Selene Gravina

Selene Gravina nasce il 03/03/1984 a Melzo. Il nonno Brambilla Ermanno, pittore carugatese le insegna fin da piccola la passione per i colori e il disegno. Crescendo, Selene è sempre più interessata a migliorare le proprie capacità tecniche di pittura e si iscrive al liceo artistico sperimentale “Preziosissimo Sangue” di Monza dove si diploma nel 2003. Durante i cinque anni di liceo, nasce la passione per il restauro delle opere d’arte e Selene si iscrive alla scuola di restauro di Botticino (BS), dove dopo aver superato il test di ammissione si specializza nel restauro di affreschi murali e materiale litoide. La sua attività di restauratrice spazia dagli affreschi del ‘400 di chiese bresciane, al restauro di teleri, marmorini e della biblioteca lignea del palazzo di Ca’ Sagredo a Venezia. Partecipa al restauro di Palazzo Zucchi a Monza e a Milano lavora per lo studio Chirici, dove restaura due tele del Crespi, tutt’ora conservate alla Pinacoteca di Brera. Nel 2006 si iscrive all’Universita’ degli Studi di Ferrara, Facolta’ di Scienze matematiche fisiche naturali al corso: tecnologie dei beni culturali, con indirizzo “Diagnostica e conservazione delle opere d’arte”. Si laurea nel marzo del 2010. Non abbandona mai la passione per l’arte e infatti dedica gran parte del suo tempo libero a dipingere.

“144 URLA”, la prima mostra di Selene

“E’ una persona e mille volti, un’artista e mille sfaccettature di un modo di esprimersi tramite la pittura, che non e’ mai lo stesso, ma che cambia, come noi cambiamo, se il nostro stato d’animo muta. È un’artista a cui non piace essere catalogata come appartenente a una corrente definita, ma che si sente libera di esprimersi, ogni volta, in maniera diversa”.  Questa è stata la presentazione dell’artista alla sua prima personale dal titolo “144 URLA” dello scorso aprile. Per Selene, la pittura, con le sue mille tecniche da “mischiare e rimischiare” non deve essere rappresentativa ma “presentativa”, ossia una pittura che non vuole essere analitica per forza o dovere, ma che consiste in uno slancio emotivo, in un’esplosione di colori e forme, di linee che si intersecano, di spuzzi di colore, dove soggetto e sfondo si amalgamano in un tutt’uno.

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