Il debutto milanese di Orfeo di Villoresi
Ci sono proiezioni che, ancora prima di iniziare, fanno intuire che qualcosa di speciale sta per accadere. Ieri sera, all’Anteo Palazzo del Cinema, l’atmosfera era quella delle occasioni rare: una sala gremita di studenti NABA, qualche giornalista e pochi altri spettatori attenti e curiosi. L’aria vibrava di attesa, complice la presenza del regista Virgilio Villoresi e il carattere sperimentale dell’opera. Si percepiva chiaramente che non avremmo assistito a un film “normale”, ma a un’esperienza, un viaggio dentro un immaginario costruito a mano, lontano dalle scorciatoie digitali del cinema contemporaneo.
Ieri sera ho assistito a Orfeo, e fin dai primi minuti ho capito che Orfeo di Virgilio Villoresi non intendeva semplicemente adattare il Poema a fumetti di Dino Buzzati: voleva evocarlo, smontarlo e ricomporlo in una forma nuova, sensoriale, ipnotica. Un film che non si guarda soltanto: si attraversa.
L’universo di Orfeo di Villoresi
La sceneggiatura – sviluppata insieme a Marco Missiroli – nasce sulle note di una colonna sonora che sembra respirare con le immagini. Le musiche, avvolgenti e pulsanti, alternano momenti orchestrali a passaggi più minimali, creando un paesaggio sonoro che amplifica la dimensione onirica del film e guida Orfeo nella sua discesa nell’aldilà.
Villoresi lavora come un artigiano del fantastico: tutto è hand‑made, costruito in studio, animato con tecniche ottiche e stop motion direttamente sul set. In un’epoca in cui l’AI può generare mondi in pochi secondi, Orfeo rivendica la bellezza del gesto manuale, della materia che vibra sotto la luce.
A sostenere questa visione c’è un cast sorprendentemente coeso. Luca Vergoni dà a Orfeo una presenza inquieta e vulnerabile, un eroe smarrito che attraversa il film come un corpo in bilico. Giulia Maenza, nei panni di Eura, alterna dolcezza e perturbazione, diventando un’apparizione che sfugge e ritorna, sempre un passo oltre lo sguardo. Attorno a loro si muove un coro di figure che amplifica l’atmosfera del racconto: comparse, performer, creature in costume, danzatori e “presenze” che abitano l’aldilà con una fisicità quasi rituale. Sono loro a dare densità al mondo di Villoresi, a renderlo vivo, pulsante, abitato.
Un aldilà inquieto e poetico
L’aldilà in cui Orfeo si avventura è popolato da creature che sembrano uscite da un incubo illustrato: diavoli dalle forme grottesche, fantasmi che attraversano porte, mostri volanti dalla testa rotonda e dalla chioma scura. E poi gli scheletri militari, che sfilano in parate sinistre come un esercito di memorie irrisolte. Tra le figure più sorprendenti c’è Giacca, il diavolo custode, che a un certo punto appare letteralmente volando, sospeso tra ironia e inquietudine.
Alcune sequenze hanno un sapore felliniano: due donne misteriose tentano di sedurre Orfeo, mentre lui continua la sua ricerca disperata dell’amata Eura. È un momento sospeso, teatrale, sensuale, che richiama la dimensione visionaria del grande cinema italiano.
La scena fuori programma
Tra le sorprese della serata, una scena non prevista nella prima versione della sceneggiatura del film: un momento horror, sanguinante, in cui Eura subisce un taglio alla gola. Una scelta forte, improvvisa, che ha attraversato la sala come una scarica elettrica. Villoresi ha spiegato dopo la proiezione che si tratta di un’aggiunta recente, pensata per accentuare la dimensione tragica e perturbante del mito.
La poetica artigianale di Orfeo di Villoresi
Il risultato – frutto di due anni di lavoro – è un’opera coerente, affascinante, profondamente personale. Si sente la passione del regista, la sua dedizione quasi monastica, la sua volontà di creare un film che non assomigli a nulla di già visto. I costumi di Sara Costantini contribuiscono a definire un’estetica sospesa tra vintage e surreale, mentre la fotografia in 16mm restituisce una grana materica che amplifica la sensazione di trovarsi dentro un sogno costruito a mano.
Non sorprende che Orfeo sia stato presentato Fuori Concorso alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, che sia in concorso ai David di Donatello e che sia stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI.
Il dialogo con il pubblico
Dopo la proiezione, Villoresi – guidato dal giornalista e docente Dario Zonta – ha dialogato con gli studenti NABA e con il pubblico. È stato un incontro vivo, ricco di domande tecniche e curiosità. Il regista ha raccontato la sua doppia veste di autore e produttore, le difficoltà del girare in pellicola, la scelta di costruire tutto a mano, la sfida di trasformare Buzzati in un’esperienza sensoriale.
Orfeo non è un film per tutti, e proprio per questo è un film necessario. È un atto d’amore verso il cinema come luogo del sogno, come spazio dell’immaginazione, come laboratorio artigianale. Uscendo dall’Anteo, avevo la sensazione di aver attraversato un mondo altro: inquieto, poetico, fragile, potentissimo.
Villoresi non si limita a reinterpretare il mito di Orfeo: lo reinventa, lo rende contemporaneo, lo restituisce alla sua natura più profonda. E ci ricorda che il cinema, quando osa davvero, può ancora stupire.

Alessandro Trani
Direttore editoriale del network Le Roy. Coordina contenuti e progetti multimediali delle testate del gruppo. Leggi di più
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Profilo del regista – Virgilio Villoresi
Virgilio Villoresi è una delle figure più originali del panorama audiovisivo italiano contemporaneo. Regista, animatore e sperimentatore visivo, ha costruito negli anni un linguaggio personale che fonde artigianalità, illusioni ottiche, stop motion e tecniche analogiche. Classe 1985, ha iniziato giovanissimo a lavorare nel mondo dell’immagine in movimento, distinguendosi per la capacità di trasformare materiali semplici in universi poetici e visionari.
A soli trent’anni ha firmato videoclip e cortometraggi per importanti maison di moda, tra cui Valentino, con cui ha collaborato realizzando opere dal forte impatto estetico e immaginifico. Una collaborazione che oggi assume un valore ancora più simbolico, alla luce della scomparsa dello stilista proprio ieri.
Nel corso della sua carriera Villoresi ha sviluppato un approccio quasi “rinascimentale” al cinema: costruisce, dipinge, anima, inventa meccanismi, sperimenta con la pellicola e con la luce. Orfeo Villoresi rappresenta la sintesi più matura della sua poetica, un’opera che unisce mito, artigianalità e sperimentazione, confermandolo come uno dei registi più visionari della sua generazione.











