di Teobaldo Fortunato…
“L’archeologia dell’amore” del giovane archeologo, studioso del mondo antico e grande affabulatore romeno Cătălin Pavel, da pochissimo edito in Italia da NEO edizioni, si pone quale diario di scavo a tratti scompaginato o piuttosto un arguto e rigoroso saggio sulle infinite declinazioni dell’amore? Sin dalle pagine d’esordio è ritornata alla mente, quasi una fanìa di tarda primavera, “Tell Me The Truth About Love” il magistrale poemetto di Wystan Hugh Auden della metà degli anni ’30 del Novecento con la sua prorompente veste ironica che mal si traduce nella lingua italica! L’autore cerca di enucleare il senso in cui gli umani hanno percepito ed interagito con le infinite possibilità d’un atto naturale che sottende il rapporto di coppia, qualunque essa sia lungo tutto l’arco temporale delle civiltà, esaminando i resti della cultura materiale e più tardi le fonti visive, grafiche, iconiche. Nei capitoli di cui consta il saggio, spesso la diacronia perde volutamente le coordinate a favore di analisi dettagliate per quanto possibili delle fonti documentarie di qualsivoglia natura, anche se l’autore precisa: “mi sono deciso ad organizzare il materiale, ancora una volta disciplinatamente, in successione cronologica”.
Pavel fa il punto su momenti topici e fondamentali delle civiltà in cui il rapporto di coppia (che include tout court anche quello omosessuale) trova riscontri reali o presunti tali di cui l’archeologia spesso è testimone diretta. “Dalle tombe di Adamo ed Eva a quelle dei soldati della Prima guerra mondiale, dal papiro orfico di Mangalia alle iscrizioni in un lupanare pompeiano, il lettore è invitato a partecipare a un insolito esperimento tra le dinamiche storiografiche dell’amore”.
Indubbiamente, sono i capitoli legati a documentazioni che fanno gola ai tabloid scandalistici a destare un interesse più morboso; valga per tutti la fine analisi epigrafica/antropologica di alcuni graffiti erotici a Pompei, in cui “l’ortografia zoppica qua e là, come si addice a iscrizioni venute fuori dall’oscurità del piacere”. Del resto, va sottinteso che i graffiti pompeiani sono da oltre due secoli largamente indagati da una pletora di epigrafisti e studiosi della vita quotidiana nelle città vesuviane. Ma che dire delle iscrizioni medievali vichinghe? Gustosa è la nota dell’autore a proposito di un’iscrizione “su un’altra costola di mucca di Oslo, due maschi hanno una specie di chat in rune” scrive Cătălin Pavel, “intorno al 1200, che è il più antico graffito a tema omosessuale della Norvegia” e continua con un tono ironico quanto basta, “non credo sarà granché discusso nella facoltà di storia, sebbene il suo contenuto lo renda un documento non solo dal punto di vista erotico, ma anche religioso, e, forse prima di tutto per l’idea che almeno a volte, la volgarità di un messaggio va presa in primis come un propellente comico”. E, forse in queste parole va cercata la chiave di lettura dell’intero saggio in cui l’autore spazia attraverso le ere geologiche, in una dimensione diatopica e diafasica che ha dell’incredibile! Indaga sulle possibili, variabili relazioni tra Eros e Thanatos, alla luce di grandiosi monumenti funerari o codici genetici o come sottolinea nella nota prefattiva Gigi Spina, “L’amore (qualsiasi cosa esso voglia significare nelle varie epoche) non pensato, ma visto, cercato nelle posture umane, nei segni materiali… l’amore come attrazione ed empatia, riconoscibile perché ostentato”. Il ductus, pagina dopo pagina, è veloce ed il tratto sicuro come in quei remoti documenti paleografici, papiri o graffiti o incunaboli che Cătălin ha sviscerato e messi a confronto con i dati emersi da campagne di scavo antiche e recenti. Riflette e si sofferma come esplicita ancora nel capitolo “pompeiano”:
“A volte la dimensione erotica è temporanea, e l’oscenità manca del tutto”.
Il senso di tutto il volumetto è piuttosto nella nota conclusiva dell’autore, mutuando il postulato di Baudrillard, “…se è possibile trovare sia pure solo una traccia dell’amore, significa che l’amore è sopravvissuto nella sua interezza”. L’archeologia dell’amore è da leggere con la pacatezza e la riflessione delle pause logiche, magari con il sottofondo della splendida aria del II atto de “Le nozze di Figaro” in cui Cherubino si interroga:
Voi che sapete/che cos’è amor/ Donne, vedete s’io l’ho nel cor./
Quello ch’io provo, vi ridirò/ E per me nuovo capir nol so.
Cătălin Pavel, L’archeologia dell’amore
Dal Neanderthal al Taj Mahal
traduzione di Bruno Mazzoni
NEO edizioni 2022











