revolution g
Revolution G

di Stefano de Angelis

Cinque anni capaci di mutare per sempre i destini del mondo. È questo quello che accadde tra nella seconda metà degli anni Sessanta, ovvero quando vennero gettate le basi sulle quali è cresciuta e si è sviluppata la nostra società. Ed è proprio questo il messaggio che esce dalla Fabbrica del Vapore, che sino al prossimo 4 aprile propone “Revolution”, mostra vintage (ma non mercato) in cinquecento oggetti che modificarono il clima socioculturale tra il 1966 e il 1970. Una rivoluzione che travolse tutti i settori e che soprattutto esplose nella testa delle persone, che da allora in avanti cambiarono prospettiva, modificarono animi e menti, e incominciarono a guardare il mondo circostante in maniera assolutamente differente. “Revolution”, curata da Victoria Broackes e Geoffrey Marsh del Victoria and Albert Museum di Londra insieme a Fran Tomasi, che per primo portò in Italia i Pink Floyd, dalla giornalista e storica della moda Clara Tosi Pamphili, e dal critico musicale Alberto Tonti, è una di quelle mostre da vedere e far rivedere a tutti, perché offre tanti spunti di riflessione sui grandi temi che ancora oggi sono sul banco degli imputati, sui quali ancora si combatte e si gioca il futuro. Peccato che di quella rivoluzione pochi potranno apprezzarne i passaggi suggeriti in mostra, perché quando si decide di mettere il biglietto di ingresso a 16 euro (ridotto 14, ma con prevendita si torna a 16), allora di cosa parliamo? “Revolution”, promossa e coprodotta da Comune di Milano-Cultura, Fabbrica del Vapore e Avatar – Gruppo MondoMostreSkira, in collaborazione con Victoria and Albert Museum di Londra, è una di quelle mostre che andrebbero promosse ad ingresso gratuito, per aiutare la gente a capire, per il semplice fatto che la memoria storica è l’unico aspetto che ci può aiutare a crescere e a passare il testimone alle generazioni future con animo rasserenato. Quelli descritti in mostra furono anni dirompenti sotto tutti i punti di vista, che coinvolsero ogni tratto della società, e che segnarono battaglie straordinarie con conseguenze altrettanto pazzesche. E allora che senso ha costruire una mostra/evento di tale portata e poi tagliare fuori una fetta enorme di pubblico con una decisione più che sconsiderata? Possibile che si possa essere così miopi? Moda, sesso, diritti civili, politica, proteste studentesche, proteste operaie, musica, speranze, utopie. Tutto, droghe comprese, passò da quel quinquennio pazzesco, dove tutto o quasi fu possibile. Ecco perché impedire, soprattutto ai più giovani, di poter osservare e riflettere è uno sbaglio enorme.

Articolo precedenteNATIVI E IMMIGRANTI NELL’ERA DELLA RIVOLUZIONE DIGITALE
Articolo successivoDall’Italia all’Albania: la nuova frontiera del fare impresa