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di Teobaldo Fortunato

In questo tempo sospeso, dettato dalle forze della natura, in cui gli uomini sono stati chiamati ad una prova durissima, gli effetti devastanti non hanno minato solo l’economia, la salute dei singoli e di intere collettività. Anche l’arte ha avuto una battuta d’arresto, dettata da contingenze devastanti e fortissime. A Madrid, all’interno del Real Jardin Botanico, il 9 maggio avrebbe dovuto aver luogo il vernissage della mostra: “Europa e il Toro” con le opere inedite di un grande maestro della scultura italiana, Onofrio Pepe, il “mitografo” per eccellenza, il genio contemporaneo della mitografia visiva, plastica, materica, pittorica. Nucerinus d’origini, fiorentino d’adozione, ha perseguito per tutta la vita, la ricerca delle origini della civiltà classica. Ne ha filtrato le essenze, alla luce di un’ottica distaccata e lontana, con il rigore di una filologia visionaria e trasognata, in cui ritornano quelle olimpiche genie, sulle quali poggiano le fondamenta della civiltà d’Europa. Il 9 maggio è una data simbolica: è la Festa dell’Europa; nel medesimo giorno del 1950, la dichiarazione di Robert Schumann sancì una forma del tutto nuova di cooperazione politica per l’Europa, alla ricerca dei presupposti dell’unità e della pace duratura.

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Ad aprire gli inediti spazi espositivi, era previsto l’intervento di Josep Borrell y Fontelles, politico ed economista spagnolo, attualmente Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza. L’importante appuntamento d’arte, voluto e finanziato dall’Ambasciata Italiana a Madrid e dalla corrispettiva istituzione spagnola a Roma, è stato procrastinato ad una data prevista per la primavera del 2021, come ci ha dichiarato l’artista italiano. Onofrio Pepe è ben noto anche nella Valle del Sarno per la monumentale “Fontana della Fertilità”, posta nel 2007 in una delle principali piazze nocerine. Tema dominante del percorso espositivo è il rapporto ancestrale tra le forze titaniche della natura e le divinità mediterranee, antropomorfe ed immortali: Europa e Zeus sotto mentite spoglie taurine, Pegaso, Orfeo ed Apollo, il Minotauro e Teseo, Proserpina, e Leda ed i suoi quattro gemelli, Elena di Troia e Clitennestra, la mitica regina di Micene, Castore e Polluce. Oltre le sculture in bronzo dalle generose dimensioni, Pepe ha approntato per questo appuntamento madrileno, novelle creazioni pittoriche, “un’inedita Porta di Europa, consistente in 24 dipinti figurativi che celebrano il colore, elemento essenziale della natura dove la tavolozza si fa seduzione, richiamo, segnale”. La progettazione dell’evento di portata internazionale, è stata realizzata dagli architetti Riccardo Monducci e Nicola Marmugi dello studio “Atelier16rosso”, mentre la curatela è di Dominique Fuchs, curatore delle collezioni ed arredi del Museo Stibbert di Firenze.

Secondo il programma previsto, già nel Giardino Botanico si potranno ammirare i bronzi del mitico Pantheon del Maestro Pepe tra cui vi saranno gruppi dedicati al tema Europa e il Toro, che inneggiano il laico culto della fecondità e di quell’ars amatoria di ovidiana memoria che tano ha permeato negli ultimi decenni l’opera dello scultore fiorentino. All’interno delle serre, dipinti a olio monumentali e sculture in terracotta patinata; sarà esposto il bozzetto in bronzo (cm 80 x 40) della “Porta del Mito”, l’imponente scultura in bronzo sul viale di Novoli a Firenze che accoglie i viaggiatori giunti in città dall’Aeroporto Vespucci. Onofrio Pepe, nella sua lunga frequentazione dell’ars pingendi e del bronzo, ha alle spalle innumerevoli mostre da Firenze agli Stati Uniti, dall’Austria alla Francia, dal Cile all’Expo di Milano. Nelle sue opere vi è la forza esplosiva della natura, la vitalità primigenia nata dalla coniugazione del divino e dell’umana progenie. Il colore ed il tratto sono vigorosi e fortemente allusivi: tutto si gioca in un’apparente assenza di tempo e luogo definiti, come in ogni espressione altissima d’arte. I corpi ed i volti emergono non per accenni ma, seguono il flusso viscerale dell’impeto, scardinando atarattiche apatie divine per enfatizzare, con un’accentuata plasticità di forme, disarmanti debolezze umane. In chiosa al nostro racconto della mostra, abbiamo chiesto ad Onofrio Pepe quale sia il locus dove preferirebbe vedere esposti le sue statuarie Divinità di bronzo. Ad un pensieroso silenzio, cerchiamo di dar voce, leggendo nel suo sguardo e negli occhi cerulei e vivaci, forse la magica atmosfera del Battistero Paleocristiano nella terra delle origini mai dimenticate, in un tramonto di primavera.