Enrico Bertolino: intervista tra carriera, comicità, comunicazione e Milano
Comico, attore, scrittore, formatore e conduttore, Enrico Bertolino è nato a Milano nel 1960. Dopo la laurea alla Bocconi inizia la sua attività nel settore bancario, nella divisione Coordinamento Risorse, Marketing e Sviluppo Prodotti Finanziari in Italia e a Londra. La sua carriera artistica comincia tra il 1996 e 1997 vincendo alcuni prestigiosi concorsi per giovani comici. Cavalca il piccolo e grande schermo e vince molti premi tra i quali il Premio Walter Chiari – Città di Cervia.
Bertolino ha scritto vari libri: nel 2003 pubblica per Mondadori “Ho visto cose…” e nel 2005 “Quarantenne sarà lei”. Nel 2008 torna in libreria con “I Manuali di autodistruzione” editi Sperling&Kupfer e nel 2012 pubblica di nuovo con Mondadori “Pirla con me”. Dal giugno 2016 porta nei teatri italiani “instant theatre”, una nuova formula sperimentata con successo. All’intensa attività artistica Enrico Bertolino affianca da sempre un’attività professionale nella quale si occupa della formazione sulla comunicazione e della spettacolarizzazione di eventi formativi e conventions aziendali.
Intervista di Alessandro Trani
Le origini e la formazione di Enrico Bertolino
Beh, ho fatto anche il semplice impiegato prima di diventare funzionario in una banca in cui ho lavorato per 13 anni prima di fare esperienza in una banca straniera, in Inghilterra. Il mio è un curriculum molto “americano”: quando iniziai a studiare comunicazione negli USA e mi presentavo con un CV molto frastagliato e con esperienze brevi, questo da loro era molto apprezzato perché dicono che bene o male sei una persona che ogni tanto si rimette in discussione.
In Italia quelli con dei CV brevi sono più che altro considerati dei “rompicoglioni”, persone che non bisogna assumere perché, se rimangono poco tempo nelle aziende, ci deve essere qualche “problema”. Poi ho avuto la fortuna di avere delle “sliding doors”, dovute un po’ al caso e un po’ a scelte drastiche a volte anche in termini economici, perché passi dalla banca (dove lasci le 16 mitologiche mensilità) alla consulenza, alla comunicazione. Così, senza infamia e senza lode, ho fatto un po’ tutto. È il ritratto di quei talenti multitasking… non eccellere mai in una funzione “ma farle tutte”.
Il sogno di bambino e il richiamo del palcoscenico
Il mio sogno era di fare quello che faccio oggi. Già da piccolo mi piaceva l’idea di raccontare delle cose. Ricordo che alle elementari avevo un supplente del mio maestro che non amava molto fare lezione e che a un certo punto mi chiamava per raccontare storie ai miei compagni di classe, il mio primo pubblico ai tempi della 5a elementare. Raccontavo di quelle “minchiate”… e i miei compagni “se le bevevano tutte”. Ad un certo punto, quando al maestro la situazione sfuggì di mano, mia madre venne chiamata dal direttore.
Dalla Bocconi al cabaret: il salto inatteso di Enrico Bertolino
Per caso. Il cabaret era un mondo che da sempre mi affascinava, quando accadde che un mio amico avvocato mi invitò una sera a festeggiare il suo compleanno in un locale con altri amici. Avevo pensato di recitare per lui una poesia e gli chiesi di andare sul palco a recitarla, e così feci. Il titolare del locale mi vide e mi chiese di fare qualche serata per intrattenere il pubblico… Sono rimasto lì per 4 anni.
Il debutto al cinema con Alberto Sordi
Quel film mi ha dato tanto ma mi ha anche tolto anche qualcosa. A quell’epoca stavo per entrare in una agenzia importante, quella di Maurizio Totti, legata al mondo di Gabriele Salvatores. Mi trovai a fare una serata terribile a Saint Vincent, in cui prima di me c’era stato Gerard Depardieu che aveva fatto una sparata violenta contro il mondo italiano. Quando uscì, e con lui i giornalisti per intervistarlo, in sala da 300 persone ne rimasero 50: io salii lo stesso sul palco e tra le 50 persone c’erano Giancarlo Giannini, Alberto Sordi e Lina Wertmüller, che facevano parte di una giuria. A un certo punto Sordi mi fece chiamare e io pensai tra me “La mia carriera finisce qui”…
E invece lui mi disse: “Tu hai mai fatto er cinema?” e io “No, non l’ho mai fatto” e lui “Mi serve la tua faccia… lo faresti un film per me?” Come dicevo mi ha tolto qualcosa perché l’Agenzia quando prese atto della mia decisione di fare quello che fu l’ultimo film di Alberto Sordi, il 192°, mi dissero “un attore come te che inizia adesso non deve fare i film che vanno male, e questo è un film che andrà male, è l’ultimo film che fai”… ed avevano ragione, perché il film non andò benissimo. Così persi l’occasione di lavorare con quell’agenzia, ma per nulla al mondo avrei rinunciato a quella videocassetta che conservo, dove faccio delle scene con Alberto Sordi. Ho dei ricordi bellissimi del backstage del film, di lui che mi raccontava, che mi parlava di sé… Tutto ciò è impagabile.
La gavetta, la TV e la meritata notorietà di Enrico Bertolino
Molta gavetta e fortuna. In un provino cercavano uno per un programma che si intitolava “Ciro, il figlio di Target”. Allora presi mezza giornata di permesso dal lavoro per recarmi a Cinisello Balsamo a questo provino, negli studi di “Ok, il prezzo è giusto!”. Lì per lì il provino era per cercare un comico del Nord, c’è sempre stata penuria di comici del Nord… Da una piccola parte da comico poi mi venne affidata la conduzione del programma, che ebbe un successo inaspettato. Poi venni chiamato per fare Bulldozer su Rai2, Glob su Rai3 e così via.
L’Instant Theatre: una formula innovativa
È nata da due esigenze. La prima è quella di fare qualcosa di diverso dal solito “recital”. E la seconda è che non voglio fare più una serata uguale all’altra. Ho detto al mio autore Luca Bottura e al mio regista Massimo Navone che 20, 30, 50 repliche uguali una all’altra non mi piacciono più, mi annoiano. E se mi annoio io, annoio anche il pubblico. L’instant theatre è una formula in cui narrazione, attualità, umorismo, storia, cronaca, comicità e costume si incontrano sulle assi di un palcoscenico. É un grosso contenitore che riempiamo con contenuti di attualità, però l’attualità ha una scadenza molto più breve.
Radio 24 e il progetto “Enrico Sostenibile” Bertolino
L’editore, Radio24 mi ha chiesto di entrare a supporto di due programmi già esistenti, che sono “Effetto Giorno” con Alessio Maurizi e “Si può fare” con Laura Bettini. Si tratta di una sfida, perché il programma di per sé funziona comunque, e tu devi dare un valore aggiunto. Non puoi arrivare pensando che sia il tuo programma, devi riuscire a portare una cifra diversa, che però deve andare d’accordo con la conduzione, essere cioè in linea, perciò la sfida è doppia.
Cercare di far sorridere su temi che spesso non sono divertenti, che però hanno un risvolto ironico, comico… una sfida da affrontare con l’ironia. L’ironia è una cosa che a me piace molto, ci deve essere anche autoironia e deve essere elegante e lontana dal sarcasmo. In radio bisogna fare attenzione, perché in radio le persone non ti vedono in faccia, ascoltano solo la tua voce, e se per caso dici una cosa sbagliata ti si rivolta contro il mondo.
Milano: un legame profondo e identitario
Amo molto questa città. Io vivo nello stesso quartiere da quando sono nato. Praticamente io sono nato all’Isola. Mio fratello abita a 800 metri: la nostra famiglia è sempre stata qua, non ci siamo mai mossi, siamo l’antitesi dei nomadi. Con questa città il rapporto è profondo, l’ho vista nascere, mi ha visto nascere e io l’ho vista cambiare. L’Isola è uno di quei quartieri che sono cambiati di più.
Questo quartiere che quando era malfamato tutti ci dicevano “ci dispiace che vivi lì, stai attento a uscire” mentre adesso dicono “stai attento a uscire perché non c’è parcheggio…”. Ogni tanto mi citofona qualcuno che vuol comprarmi la casa: io dico “guardi io non la vendo, sto bene qua” e lui “ma no, la sua casa può essere valorizzata tantissimo”… e io: “sì ma dopo, io dove vado…”. Milano è questa e quando mi allontano dopo un po’ mi manca la mia città, i suoi ritmi, mi mancano i parcheggi e queste persone apparentemente fredde, persone “poco amichevoli” di una città con il più alto tasso di volontariato.
La passione per il calcio e l’Inter
Sì, sono molto tifoso, io faccio anche una sorta di “Inter-spaccio”. Quando mi ha chiamato Carlo Cottarelli per entrare a fare parte dell’azionariato popolare dell’Inter mettendo mille euro, cioè un investimento, io glieli ho dati subito. Perché l’Inter mi ha dato talmente tanto in questi anni che mi sembra una minima restituzione doverosa. La mia famiglia da sempre è interista e ho avuto l’onore e il piacere di conoscere Giacinto Facchetti, Mario Corso, Roberto Boninsegna, Luisito Suarez… Per me era un arricchimento ogni volta che parlavo con loro. Mi mancano molto.
I sogni nel cassetto
Ne ho tanti… ma ho perso la chiave del cassetto. Non so più quali sono quelli dentro e ho un po’ paura a forzarlo perché quando forzi un cassetto con i sogni, poi i sogni svaniscono… Allora preferisco tenermi i sogni e lasciare chiuso il cassetto. E vedere poi che magari verranno fuori da soli, come si fa “sfregando la lampada”. Sono di quelli che in tabaccheria quando a volte mi danno un resto di 5 euro, prendo il gratta e vinci. Ma sono proprio l’antitesi del giocatore, perché me lo tengo in tasca per mesi… e non lo gratto.
Ho in tasca dei gratta e vinci di alcuni mesi fa, alcuni sono anche scaduti, e non li gratto perché mi piace l’idea che lì dentro ci sia una grande vincita e che io ce l’ho in mano ma non lo so. Quindi i miei sogni sono nel cassetto e li lasco lì dentro. Il primo sogno che mi piacerebbe realizzare fuori dal cassetto è che il nostro Paese riparta, con le energie, la genialità, la creatività e la bellezza che ha nel suo DNA.

Alessandro Trani
Direttore editoriale del network Le Roy. Coordina contenuti e progetti multimediali delle testate del gruppo. Leggi di più
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