VACCINI COVID

Si è spesso sentito dire che solo la scoperta di un vaccino efficace ci permetterà un completo ritorno alla normalitàPandemie storiche

Può essere interessante, quindi, ripercorrere alcuni episodi della storia secolare dei vaccini, che può dimostrare quanto, in effetti, ci sia di vero in quest’affermazione. La storia della vaccinologia risale a moltissimi anni fa. Il principio su cui si basano i vaccini era evidente fin dai secoli più antichi, anche se solo in modo empirico, ossia basato sull’esperienza e non dimostrato scientificamente: il nostro organismo non dimentica l’incontro con una determinata malattia, al contrario ne conserva il ricordo.

Incontrando nuovamente lo stesso agente patogeno, quindi, il nostro sistema immunitario si attiva rispondendo ad esso in modo più rapido e specifico, rendendoci così immuni a quella determinata malattia. Questa capacità specifica del sistema immunitario fu descritta per la prima volta dallo storico greco Tucidide nel 430 a.C., durante il racconto della cosiddetta “peste di Atene”, una disastrosa epidemia, probabilmente virus dell’influenza o di vaiolo altamente mortale, che colpì la città greca all’inizio della guerra del Peloponneso.

Narra Tucidide che coloro che si erano salvati dall’epidemia per sè stessi non avevano più nulla da temere: il contagio infatti non colpiva mai due volte la stessa persona, almeno non in forma così forte. n tutto l’Oriente, e non quindi solo in Grecia, la consapevolezza che aver contratto una malattia infettiva proteggeva da un successivo contagio portò ad utilizzare rudimentali strategie di vaccinazione contro uno dei più grandi flagelli della storia, il vaiolo. Basandosi sul principio empirico dell’immunizzazione, Cinesi, Turchi e Indiani svilupparono la cosiddetta variolazione o variolizzazione, ossia una pratica di prevenzione che consisteva nell’infettare volontariamente le persone, con la speranza di causare una malattia di forma lieve che conferiva poi immunità. I primi ad utilizzare la variolazione furono con tutta probabilità gli abitanti della Cina: per proteggere i membri della famiglia imperiale, i medici al servizio della dinastia Sung facevano aspirare loro, dal naso, croste secche di pustole del vaiolo di persone malate. Nel XVII secolo la variolizzazione si diffuse verso l’Occidente.

Ma non eramo ancora arrivati al vaccino ed erano tecniche basate su estratti di vaiolo erano altamente rischiose. Il salto di qualità che rese la vaccinazione una pratica sicura avvenne alla fine del 1700 grazie ad Edward Jenner, medico e naturalista britannico che in  un paese di campagna vicino a Bristol, osservò che le mungitrici a contatto con le pustole di mucche affette dal vaiolo vaccino erano immuni dalla forma umana di questa malattia. Per validare la sua impressione Jenner inoculò, tramite il fluido prelevato dalle pustole di una mucca malata, il vaiolo vaccino in un bimbo di 8 anni, James Phipps, figlio di contadini. Successivamente mise più volte in contatto con il vaiolo umano il bambino, che ne rimase immune. In questo modo Jenner diede valore scientifico alla tesi che l’infezione con la forma vaccina della malattia conferiva immunità al vaiolo umano.

Di qui l’origine del nome vaccino, letteralmente, dalle mucche. In Italia la pratica della vaccinazione si diffuse soprattutto grazie a Luigi Sacco, che dal 1799 promosse l’utilizzo capillare dell’antivaiolosa a Milano, Bologna e Firenze. Utilizzò un ceppo di vaiolo bovino isolato da mucche bruno-alpine tipiche della pianura padana, che fece anche sbarcare in America. Ovviamente insieme al vaccino.  La diffusione della vaccinazione contro il vaiolo è stata una delle più grandi innovazioni mediche di tutti i tempi. Ha avuto un impatto davvero straordinario sulla salute umana, tanto che oggi facciamo quasi fatica a ricordare cosa sia questa malattia, dichiarata eradicata dall’OMS nel 1980. In Italia la vaccinazione antivaiolosa è stata sospesa nel 1977 e poi abrogata nel 1981.

Nonostante l’indiscusso successo, tuttavia, per lungo tempo la pratica della vaccinazione non è stata estesa ad altre malattie oltre il vaiolo. Questo perché il suo sviluppo era totalmente empirico, e solo nella seconda metà dell’800 trovò basi scientifiche, metodologiche e concettuali. Il francese Louis Pasteur, padre della batteriologia e fra i primi a dimostrare la teoria dei germi,  cioè la teoria secondo la quale le malattie infettive erano causate da un agente microscopico vivente. La scoperta, in realtà, fu dovuta a una di quelle fortunate caualità che si incontrano, a volte, nella storia della scienza.

Pasteur scoprì che certe colture vecchie”, cioè che aveva dimenticato in laboratorio nel corso delle vacanze, fornivano un virus fortemente attenuato ed efficace, quindi, nell’indurre l’immunità nei polli contro il colera. Come spiegò Pasteur stesso era stata la prolungata esposizione all’ossigeno ad attenuare i germi. Dopo aver sviluppato, allo stesso modo, un vaccino contro l’erisipela suina, si dedicò allo studio della rabbia. All’epoca si pensava che l’agente patogeno risiedesse solo nella saliva del cane, mentre Pasteur dimostrò che si trovava nel sistema nervoso, sebbene non disponesse di microscopi abbastanza potenti per individuarlo, visto che non si trattava di un batterio, ma, appunto, di un virus, l’osservazione dei quali sarà possibile solo con l’avvento della microscopia elettronica.

Si convinse, poi, di poter ottenere un virus attenuato attraverso l’esposizione all’aria di midollo spinale di coniglio infettato. Nel 1885 ottenne uno straordinario successo inoculando questa sostanza in alcuni pazienti morsi da cani rabbiosi, e la riuscita del suo vaccino lo rese ancora più famoso in tutto in modo. I vaccini agiscono utilizzando i nostri meccanismi di difesa naturali: simulando il primo contatto con un agente infettivo (virus o batterio) stimolano le cellule del sistema immunitario ad attivarsi contro di esso e a ricordarlo.

Così, in caso di nuovo contatto con il microbo, le nostre difese naturali lo neutralizzano immediatamente, senza che si manifestino i sintomi della malattia infettiva e le sue possibili conseguenze. I vaccini sono costituiti da una piccola quantità di virus o batteri attenuati, ossia vivi ma modificati in modo da non essere più attivi o aggressivi, oppure addirittura inattivati. uccisi, e dunque non più in grado di causare malattia ma capaci comunque di stimolare una risposta immunitaria.

E’ significativo il caso dei vaccini contro la poliomelite, pensate che negli anni 50/60 del Novecento ne furono realizzati due, diversi ma ugualmente efficaci e tuttora in uso, basati rispettivamente su una dose di poliovirus inattivati da iniettare, quello messo a punto sa Jonas Salk  e su poliovirus vivi attenuati, quello orale sviluppato da Albert Sabin. Oggi qui in Italia, se il morbillo sembra un ricordo lontano, come pure sembrano malattie antiche la parotite e la rosolia, ma pensate che prima della diffusione dei loro vaccini erano rari i bambini che in età scolare riuscivano a evitarle.

Quanto al morbillo, in particolare, si calcola che fino a quando non si è diffusa a livello mondiale la sua vaccinazione, cioè nel 1980, esso abbia ucciso una media di 2 milioni e mezzo di bambini ogni anno. Il primo vaccino per prevenire il morbillo risale al 1963. Vaccini per la parotite e la rosolia furono resi disponibili rispettivamente nel 1967 e nel 1969. A tutti e tre lavorò il microbiologo americano Maurice Hilleman, a cui si deve anche la loro combinazione e quindi la nascita, nel 1971, del vaccino trivalente morbillo-parotite-rosolia. Hilleman e il suo staff svilupparono negli anni anche molti altri importanti vaccini, tra cui quelli contro l’epatite A, l’epatite B, la varicella, la meningite, la polmonite e contro il batterio emofilo dell’influenza.

Via via, grazie alla rivoluzione messa in atto dalla Biologia Molecolare e dalle tecniche di manipolazione del DNA, si sono prodotti vaccini sempre più sicuri e con effetti collaterali minori, perché realizzati utilizzando non più i germi ma solo alcune loro molecole.  Oggi alcuni vaccini, invece, non contengono i germi bensì un loro prodotto. Una proteina tossica per il germe che può causare un danno al nostro organismo, come per il virus della difterite, tetano e pertosse. In conclusione quando i vaccini per la polio e il morbillo furono disponibili, i genitori si misero in fila per assicurarsi che i propri figli fossero protetti. Avevano vissuto in un mondo in cui le malattie infettive avevano distrutto il futuro dei bambini e volevano disperatamente lasciarsi quel mondo alle spalle.

Questi vaccini funzionarono così bene che la memoria che noi abbiamo di queste malattie è svanita e l’importanza della vaccinazione è diventata meno ovvia. Sperando che entri presto in funzione il vaccino contro il coronavirus mi domando chissà se il vaccino per l’aids o la cura per il cancro non sono rinchiusi nella testa di qualcuno che non può permettersi di studiare.

Giorgio Cortese
A cura di Giorgio Cortese