bevande anti-Sbornia 1930 Stan Laurel Stanlio; Oliver Hardy Ollio

Sono vendute come integratori alimentari, ma circolano nei locali della movida notturna sotto forma di bevande /bibite “anti-sbornia”. Promettono di abbassare il livello di alcol nel sangue e di prevenire i postumi dell’ubriachezza. Ma dietro l’apparente innocuità, si nasconde una questione delicata che coinvolge salute pubblica, marketing e responsabilità scientifica.

Il fenomeno non è nuovo. Queste bevande hanno fatto il loro esordio circa cinque anni fa, ma solo recentemente hanno conquistato una diffusione significativa. In Francia, il rilancio di una bibita già apparsa sul mercato nel 2004 ha sollevato l’allarme delle autorità sanitarie. Il Segretariato di Stato per la tutela dei consumatori ha chiesto l’intervento della Direzione generale della concorrenza e della repressione delle frodi. Il motivo? Mancano studi scientifici adeguati che confermino l’effetto inibitorio dell’alcol vantato dalla bevanda.

La preoccupazione è che la pubblicità possa indurre i giovani a bere senza remore, confidando in un presunto effetto neutralizzante. Anche l’Efsa, l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare con sede a Parma, sta esaminando un dossier sulla veridicità delle diciture presenti sulle etichette, che enfatizzano la rapidità con cui questi prodotti agirebbero sul tasso alcolemico.

In Italia, tra le bevande anti-sbornia più diffuse, si trova un infuso a base di erbe come liquirizia, melissa, carciofo e limone. Il sito pubblicitario promette lucidità e forma per l’indomani, ma avverte: “la consumazione non permette la guida in stato di ebbrezza”. Altri prodotti si presentano come elisir di benessere o integratori in bustine, da assumere dopo gli eccessi per “accelerare il metabolismo dell’etanolo”.

Secondo Emanuele Scafato, direttore dell’Osservatorio nazionale alcol dell’Istituto superiore di sanità, si tratta di un’operazione di marketing rischiosa. “La loro efficacia nel ridurre gli effetti dell’alcolemia elevata è tutta da dimostrare. Non ci sono dati certi nella letteratura scientifica. In alcuni casi, le prove presentate dai produttori sono state eseguite su appena cinque individui”.

Anche Gianna Ferretti, docente in Scienze dell’Alimentazione all’Università Politecnica delle Marche, ricorda che nel 2006 una bibita anti-sbornia fu multata dall’Antitrust italiano per pubblicità ingannevole. Il testo prometteva di accelerare lo smaltimento dell’alcol e di ridurre rapidamente nausea, cefalea e senso di stanchezza.

In sintesi, queste bevande non sono nocive, ma non possono essere considerate un rimedio efficace contro la sbornia. E soprattutto, non devono diventare un alibi per bere di più. La sicurezza delle persone passa anche dalla trasparenza delle promesse.

 

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