Fabio Genovesi a Pietrasanta per presentare il suo nuovo romanzo

Vi riporto l’interessante intervento di Fabio Genovesi all’anteprima nazionale del suo ultimo libro “Mie Magnifiche Maestre” (Mondadori editore). La presentazione si è tenuta pochi giorni fa nel teatro di Pietrasanta grazie alla Versiliana presieduta da Paola Rovellini.
Domani 7 aprile  sarà a Milano alla Feltrinelli di Piazza Piemonte.
Sabato 19 aprile sarà a Villa Bertelli, a Forte dei Marmi.
Sergio Buttiglieri
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Più passa il tempo, più mi stupisco e mi innamoro del fatto che le persone amino certe cose.

Quando ero un ragazzino, ci ho sofferto molto perché non capivo quasi nessuno. Non capivo come tante persone potessero ascoltare una canzone senza commuoversi, non avere il desiderio di leggere un libro, non avere film preferiti o un regista che li colpisse. A loro non importava nulla. E io mi dicevo: “Va a finire che frega solo a me”.

Ero molto emarginato. Avevo un “concorso di colpa”: ero uno che tendeva a stare da solo, e gli altri volentieri mi lasciavano solo. Era un procedimento che andava verso la follia…

Però, a un certo punto – e lo dico sempre ai ragazzini – abbiate pazienza. Perché fra un po’, quando avrete il motorino e potrete spostarvi, scoprirete che persone come voi esistono. Sono poche rispetto al mondo, ma ci sono. E appena vi muovete un po’ di più, le incontrerete. Troverete quelle poche persone che vi salveranno la vita perché sono come voi. Ognuno di noi ha qualcuno di simile.

Allora, io devo crescere cercando di stare il più vicino possibile a chi si emoziona per le canzoni, i libri, i film… quelle cose lì che per me sono le uniche importanti della vita. E ho avuto la fortuna di fare un lavoro che mi permette di vivere quella gioia.

L’altro giorno ero al concerto di Jovanotti a Firenze. Mi sono messo all’entrata, come quello dei biglietti, a guardare le persone che arrivavano. Entravano felici: coppie che pensavano a quali pezzi avrebbe suonato. Questa è l’unica cosa che conta nella vita. Come la storia di Colombo, la scoperta dell’America.

La stessa cosa la faccio con una favola che ho sempre odiato: La cicala e la formica. È estate, la cicala canta, e la formica raccoglie briciole a testa bassa, accumulando cibo nella tana. Arriva l’inverno, la formica si infila al buio e aspetta che la cicala bussi: “Ho un po’ di fame”. E così la cicala muore.

Ce la raccontano da bambini, e la lezione è: “Sii come la formica”. Ma come? Come la formica?! Arriva l’estate e te la rovini con quell’astio, quella cattiveria?

La canzone delle cicale non è una cazzata. Le cicale nascono come larve, restano sottoterra per anni – alcune specie 15 anni – immobili. Poi, una notte, tutte insieme capiscono che è il momento di uscire. Salgono sugli alberi e cantano per tutta l’estate. La scienza dice che è un richiamo d’amore. Basterebbe un volume un quarto di quello che fanno, invece cantano alla bellezza dell’estate, al godersi la vita. Finita l’estate, muoiono.

L’inverno non è un problema per loro: non lo vedranno mai. La formica aspetta invano nella tana. La cicala è morta contenta, come Jimi Hendrix, come Jim Morrison: hanno suonato e poi sono morti.

Quel canto viene da anni di preparazione, sofferenza, vita sottoterra. È la cosa più importante che ci sia. Invece, insegniamo ai nostri bambini a passare l’estate a testa bassa, a raccattare briciole, a rodersi il fegato se qualcuno sta meglio. Il risultato? Una società infelice.

Questa felicità – scrivere libri, venire qui, chiacchierare – è il canto della cicala. Moriremo alla fine dell’estate, ma saremo stati felici.

Io ho avuto una grande fortuna: nascere in una famiglia incredibile. Mio padre, mia zia, i miei parenti qui in sala… è strano per me, ma li ringrazio.

Il romanzo si apre così: “La vita è un sentiero stretto in mezzo a un bosco. Cammini tra curve e buche, finché davanti a te trovi un muro”. Il bosco sono i sogni, il muro è la morte. Nella mia famiglia, i sogni non erano roba finta, e la morte non era la fine. Senza limiti, la vita era un mare aperto.

Una conversazione con mia mamma, successa davvero:
– “E non me lo potevi dire?”
– “Non me lo hai detto!”
– “Te l’ho detto ieri!”
– “Ma ieri non ci siamo visti!”
– “Eravamo in fila alle poste con la zia!”
– “La zia è morta due anni fa!”
– “Ah, allora te l’ho detto in un sogno!”
E lei: “Visto? Morte e sogno non esistono!”

Per me è la cosa più bella del mondo. Questo libro è pieno di sogni. E io ci credo. L’umanità ha sempre creduto nei sogni: Giulio Cesare, gli egizi, il Medioevo… Poi è arrivato Freud e i sogni sono diventati “utili” per scavare nell’inconscio. Ma che ce ne frega! Siamo già noiosi così, almeno lasciateci i sogni!

In questo romanzo c’è una settimana della mia vita in cui, scoprendo di aver quasi 50 anni (cosa che ancora non credo), le donne della mia famiglia sono tornate nei miei sogni, una per una, per raccontarmi le loro storie.

Ci sono sette donne meravigliose. Come la zia Irene, detta “Delizia” – come fai a chiamare una figlia Delizia? – che si vestiva da uomo e mi insegnò una lezione fondamentale. Una volta le chiesi:
– “Perché non fai un figlio?”
– “Perché non mi piacciono gli uomini.”
– “Allora non piaccio nemmeno io?”
E lei: “A me sì, perché tu non sei ancora né un uomo né una donna.”
All’epoca mi offese, oggi è la lezione più bella: non essere definiti è la libertà più grande.

I miei genitori mi hanno insegnato il valore minimo dei soldi. Mio padre, idraulico, scelse di lavorare per il comune per avere i pomeriggi liberi e portarmi a pesca. Quei giorni furono i più belli della mia vita.

Oggi vedo due problemi enormi: il porto di Carrara e le Alpi Apuane mangiate dalle cave. Ci dicono: “È per il commercio, per il guadagno”. Ma a chi? Per quanto? La mia famiglia mi ha insegnato che siamo ospiti qui. Se credere in Dio è essere umili, già dire “Dio ci ha dato questo” è sbagliato. Lui ha creato il mondo meraviglioso, e noi ci siamo capitati dentro.

Ci sono due vie: curare questa bellezza e viverci, oppure mangiarla tutta adesso e dire “Vaffanculo ai nipoti”. Io sono contro le cave. Il mare è nostro? No: nulla è nostro.

La fine delle cose è fondamentale. Solo quando finisce, capisci una storia d’amore. Con la morte, dici: “Era tanto buono, peccato non gliel’ho mai detto”. E allora dillo ora! Io alla nonna dico sempre: “Ti voglio bene!” Che mi senta o no, fa bene a me.

Nel libro ci sono tre frasi:

  1. “Se Dio non voleva che si facesse l’amore, i figli li faceva nascere con una stretta di mano” (Rina).
  2. “Parla solo quando sei sicuro che ciò che dirai sarà più bello del silenzio” (detto arabo).
  3. “Il talento autentico è un dono. Non viene da te, puoi solo usarlo o farti usare, alzando le spalle in un sorriso” (mio padre Giorgio).

Tutti vorremmo tornare indietro in certi momenti. Io vorrei rifare esattamente le stesse cose, anche gli errori. Ai miei figli direi: “Qualunque cosa tu faccia, è tutto così casuale e bello”.

La mia vita è finita alla Mondadori perché un giorno c’era sciopero dei treni e in bagno incontrai un editor. Vorrei rivivere tutto per amare le stesse persone.

Come dice Johnny Cash: “La mia vita – e penso quella di tutti – è un cammino illuminato dalle persone che ho amato”. L’amore non è tuo o mio: se non è di tutti, non è amore. Amare è tutto.

E se le persone ti amano, è reciproco. Come i libri: uno li scrive, l’altro li legge. Siamo la stessa cosa.

Fabio Genovesi

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